Wonderland, uno degli ultimi lavori del noto storico italiano Alberto Mario Banti, si presenta come un’opera monumentale nella sua analisi storica della cultura di massa americana nel Novecento. Non solo: Wonderland scava a fondo nella costruzione dell’immaginario collettivo, evidenziando la continuità tra le narrazioni mainstream dei mezzi di comunicazione di massa, ovvero «appartenen[ti] al sistema narrativo dominante» (Banti, 2017: VIII), e l’orizzonte etico entro cui tali produzioni si collocano.

L’industria culturale statunitense di massa, infatti, ha costruito se stessa attorno a narrazioni tanto organiche da risultare – riprendendo le parole di Horkheimer e Adorno – parte di un unico «sistema» (Horkeimer e Adorno, 1980: 25) in cui il mito della frontiera, il culto della nazione, il patriottismo e altri elementi della cultura statunitense si intrecciano sinergicamente in racconti «regolat[i] dall’imperativo assoluto del lieto fine» (Banti, 2017: 64).

Prodotti e stili, quindi, riducibili a contenuti ripetitivi e che – come ampiamente dimostrato da Banti – rappresentano ancora la struttura minima delle narrazioni dei film di animazione Disney. Un vero e proprio Soft Power, per citare il noto lavoro del politologo Joseph S. Nye (2004), che inserisce la cultura di massa nella effettiva capacità di un paese di legittimare se stesso attraverso forme di propaganda e sistemi di valori esclusivamente nazionali. Tutto qui? Tutt’altro. Wonderland cerca di dare ordine allo studio della cultura di massa ma, nello stesso tempo, evidenzia l’eterogeneità di una egemonia culturale storicamente definita. Una egemonia che porterà l’industria culturale, a partire dagli anni Sessanta, ad assorbire le resistenze controculturali dei soggetti e delle comunità non rappresentate dalla cultura mainstream. 

Nella prima parte del volume intitolata Over the Rainbow, lo storico Banti analizza e descrive la produzione culturale di massa gestita dalle major statunitensi tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta, a partire cioè dalla Crisi del ’29 fino agli inizi della Guerra Fredda. Elemento centrale di tale industria culturale è dare vita a narrazioni semplicistiche rette da un manicheismo imperante, in cui gli eroi (o i protagonisti) delle pellicole cinematografiche, dei comic books, delle soap opera e delle pop songs lottano per il superamento delle avversità. E se negli anni Trenta le avversità rappresentano null’altro che l’incarnazione simbolica della crisi economica, negli anni Cinquanta, invece, vengono sussunte dalla figura del nemico «esterno», ovvero il russo che, come nel caso del famosissimo L’invasione degli ultracorpi (1956) di Don Siegel, diventa il trait d’union simbolico tra gli stilemi delle produzioni fantascientifiche e posizioni maccartiste (Banti, 2017: 170-172). Tuttavia, l’apparente omogeneità della cultura di massa entra in crisi negli anni Cinquanta, quando le fratture di razza, genere e classe già presenti tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale contribuiscono a creare una controcultura avversa alle narrazioni mainstream. 

In risposta alle major, che dagli anni Cinquanta aggiungono alla paura del nemico «esterno» la paura per il nemico «interno» (rappresentato dalla delinquenza giovanile della middle class bianca) il mercato estremamente frammentato e ibrido delle piccole case discografiche e dei fumetti autoprodotti diventa veicolo di una cultura di resistenza. È così che avranno voce tutte quelle minorities e subculture come i beats, gli hippies e chiunque non sentisse di appartenere alla cultura di massa. Insomma, come suggerito dal titolo della seconda parte di Wonderland, The Times They Are A-Changin’ (per riprendere una nota canzone di Bob Dylan del 1964), alla cultura mainstream si contrappone una che negli anni Sessanta si salda attorno alla musica rock, la quale – come spiegato sociologicamente, antropologicamente e storicamente da Banti – rappresenta quel fenomeno culturale intersezionale capace di accogliere in sé le diversità di genere, razza e classe (senza escluderne le contraddizioni) e che si frammenta soltanto tra gli anni Settanta e Ottanta (Banti, 2017: 481). 

Tuttavia, in questo gioco di specchi tra egemonia culturale e controcultura, in un processo costantemente in movimento, le megacorps culturali intrattengono un processo dialettico con le forme culturali underground, rendendo prodotto culturale di massa le ansie dei giovani emarginati e la cultura rock. A esserne incluse sono le donne, gli afroamericani, la comunità omosessuale, ritornando però a forme narrative semplicistiche e manichee, in cui resta immutato «l’impianto strutturale delle storie narrate» (Banti, 2017: 491).

Un libro quindi di ampio respiro, capace di tenere insieme una molteplicità di fonti secondarie e analisi interpretative applicate ai prodotti culturali di massa, un saggio necessario per chi vuole confrontarsi con la produzione culturale statunitense.

Bibliografia

Alberto Mario Banti, Wonderland. La cultura di massa da Walt Disney ai Pink Floyd, Roma-Bari, Laterza, 2017.

Max Horkheimer, Theodor W. Adorno, Dialettica dell’Illuminismo, Einaudi, Torino, 1980.

Cfr. Joseph S. Nye, Soft Power : The Means To Success In World Politics, New York, Ingram Publisher Service US, 2005.

Print Friendly, PDF & Email