Uno spettro si aggira per l’America20 min read

Di seguito presentiamo con piacere il saggio Uno spettro si aggira per l’America scritto da Simona Bartolotta. Il saggio è stato presentato durante la Prima Edizione del Best Essay Award indetto da CanadaUsa.net a Marzo del 2017 ed è stato premiato come ‘Honourable Mention’.

L’immaginario americano e la tradizione folkloristica in America
La valenza simbolica di Ichabod Crane
L’apparente tranquillità della Valle Addormentata
La famelicità di Ichabod
Un altro Eden corrotto: Hadleyburg di Mark Twain
Haldeyburg e i cittadini, fra orgoglio e scetticismo
L’azione dello Straniero
Twain e Irving a confronto
Conclusioni
Bibliografia

L’immaginario americano e la tradizione folkloristica in America

“A little valley […] whither I might steal from the world and it distractions and dream quietly away the remnant of a troubled life” ;
(
W. Irving, The Legend of Sleepy Hollow and Other Stories, p.370)

“the Kaatskill mountains […] these fairy mountains”;
(
33-34)

“a deep mountain glen, wild, lonely, and shagged”
(
39)

Paesaggi qualunque, si direbbe. Eliminato il nome proprio dei monti Kaatskill (oggi più noti con la grafia Catskill), tutte queste vaghe topografie sarebbero assolutamente irrintracciabili, in particolar modo, ancora, queste “fairy mountains”, che per quanto ne sappiamo potrebbero benissimo prendere alla lettera quell’etereo aggettivo qui affibbiato loro e non esistere affatto. Eppure, per quanto strano possa razionalmente sembrare, pochi luoghi sono capaci di innescare nella mente di un americano una tale abbondanza di associazioni e recollections; come se fossero un’equivalente spaziale del mitico “c’era una volta”, queste sfuggenti collocazioni sono in grado di portare il fruitore statunitense delle loro storie d’appartenenza dappertutto e da nessuna parte ad un tempo.

Washington Irving

Il richiamo alla formula favolistica per eccellenza non è dovuto a una scelta casuale. Il folktale, e diciamo pure il folklore in generale, è una fonte da cui Washington Irving, colpevole di aver messo su bianco le parole che qui figurano come incipit, non ebbe mai remore ad attingere. Molte delle storie contenute nel suo Sketch Book of Geoffrey Crayon, Gent. (e certamente tutte le più famose) sono inscindibili dalla loro matrice folklorica, senza contarne altre che, pur non richiamandosi apparentemente ad alcuna tradizione particolare, comunque mostrano una componente immaginifica non indifferente – una tra tutte, The Art of Book-Making.

La cosa appare tanto più curiosa se vista alla luce dell’osservazione giustamente mossa da Alessandro Portelli, che, sulla scia del pensiero del folklorista Richard Dorson, ci fa notare come l’America fosse, ai tempi di Irving, tecnicamente priva di un vero complesso di costumi e credenze tradizionali: «In America non esiste una classe simile ai peasants europei», il che implica la mancanza, per il folklore, del suo fondamentale sostrato d’innesto –e ad ogni modo, «le origini recenti della storia americana, priva di un passato feudale» (Portelli, Canoni americani, p. 68) ne precludevano a monte un qualsivoglia sviluppo.

Ma, paradossalmente, è proprio l’estraneità del mondo americano a questo tipo di storytelling a convincere Irving che il suo impiego avrebbe potuto rivelarsi una mossa vincente. Agli assetati si dà da bere, d’altra parte; e allora perché non dare all’America proprio ciò che le mancava e di cui, Irving lo sapeva, aveva bisogno?

E fu così che Ichabod Crane giunse a Sleepy Hollow.

La valenza simbolica di Ichabod Crane

Possiamo presumere con un ragionevole margine di certezza che Ichabod, «pioneer for the mind» natio del ridente Connecticut, da «worthy» fictional hero qual è, non abbia idea della misura in cui Irving si sia servito del suo personaggio, e non soltanto al fine di conferire godibilità e appeal alla sua Leggenda.

Che lo sappia o no, che gli piaccia o no, che gli importi o meno, Ichabod Crane è un intruso nella sua stessa storia, al punto che non mi sembra un azzardo dire che, in realtà, i protagonisti del racconto sono tre –Ichabod stesso, la comunità di Tarry Town, e il cavaliere senza testa– ma che di questi tre Ichabod è il solo ad esistere soltanto in relazione agli altri due, in particolar modo ai suoi ospiti di discendenza olandese.

Ciò non implica affatto che il personaggio sia privo di consistenza; ma appare oltremodo chiaro, dalla lettura del testo, che Ichabod rappresenta ben più di se stesso e ben più dello yankee come tipo. No; Ichabod è di più. È un’ideologia, è un’economia, è una metà dell’America che sta cercando di espugnare l’altra. Ed è per questo che Ichabod da solo non è –non può essere– niente: un verme senza mela da infiltrare muore di fame.

Ancora una volta, ho cercato di scegliere la mia metafora con quanta più oculatezza possibile. La caratterizzazione di Ichabod come essere vorace comincia a porre le sue basi sin dalle primissime righe del racconto, quando il personaggio non è stato ancora neppure nominato. Come questo sia possibile è presto spiegato in virtù di quella che io non esiterei a elevare a sua volta allo status di vero e proprio character, e che altro non è se non la location della nostra storia: la famigerata Sleepy Hollow.

L’apparente tranquillità della Valle Addormentata

È stato già fatto presente come la Valle Addormentata faccia ormai parte dell’immaginario americano. Peculiare è peraltro il modo in cui Irving sceglie di rappresentarla, e soprattutto le scelte lessicali che egli opera: si consideri soltanto che il termine bosom appare, in relazione alla valle e a particolari del suo territorio, cinque volte, di cui una nella variante embosomed («Dutch valleys, […] embosomed in the great State of New York»).

L’analogia col corpo femminile è rivelatrice della volontà dell’autore di trasmettere l’immagine di un grembo materno, di un luogo protetto e protettore, isolato, sì, ma fertile e felice –quello che potremmo definire una sorta di Eden americano (è ancora Portelli a far presente come neppure Rip Van Winkle sia immune dall’accostamento di paesaggio e corpo femminile, e con diffuse implicazioni per certi versi ancora più marcatamente sessuali che nella Leggenda. Vedi  Portelli, Il re nascosto, p. 35).

E dà inoltre da pensare il fatto che per Irving l’Eden corrisponda a un luogo in cui «population, manners, and customs remained fixed, while the great torrent of migration and improvement, which is making such incessant changes in other parts of this restless country, sweeps by them unobserved». Non per niente la valle è chiamata Sleepy, e detta soggetta ad una «drowsy, dreamy influence» a cui tutti i suoi abitanti sono loro malgrado –o per loro fortuna– esposti e che non risparmia neppure i visitatori occasionali.

È una terra, insomma, che agisce su chi la calpesta e chi la abita e da cui i personaggi del racconto traggono il loro carattere, ed è una terra che, allo stesso modo in cui un organismo vivente espelle un corpo estraneo, farà in modo che il parassita Ichabod venga repulso.

La famelicità di Ichabod

C’è da chiedersi, ora, cosa questo significhi e per quale motivo Ichabod rappresenti un pericolo tale da rendere necessario fare un agente di qualcosa che è, per sua natura, inanimata, e sleepy per di più.

Ichabod e Katrina, illustraz.

La valle, come già notato, è abitata da una pacifica comunità di discendenza olandese i cui membri sembrano tutti rispondere ad aggettivi come plump e ripe, in special modo la bella Katrina Van Tassel, su cui Ichabod ha messo occhi, speranze, e stomaco. Ichabod è in effetti descritto a più riprese come un uomo d’appetito, una fame malata e inquietante che si manifesta con la magrezza eccessiva di uno spaventapasseri e la famelicità di una bestia: «he was a huge feeder, and, though lank, had the dilating powers of an anaconda» (anche alla luce di quanto diremo in seguito, si potrebbe notare che se nella concezione di Irving la comunità chiusa della Valle rappresenta una sorta di Giardino della Genesi, allora la scelta di un serpente come termine di paragone non sarebbe affatto casuale).

Quanto a Katrina, le metafore e i paralleli che la vedono accostata al cibo si sprecano, e molte la legano proprio a Ichabod, che rivolge a lei e, soprattutto, alla cospicua eredità che il padre le trasmetterà, delle «sugared suppositions» che vedono, tra le altre cose, la fattoria del vecchio Van Tassel venduta e trasformata in denaro. Questo particolare disegno è fortemente sintomatico della estraneità di Ichabod: in questo luogo idilliaco, tipicamente pastorale, dove la gente è lieta e appagata nella sua idleness, Ichabod pensa a come procurarsi del denaro da spendere, oltretutto, per viaggiare alla volta della frontiera (significativo anche il fatto che la frontiera non appaia mai nel racconto se non, brevemente e una volta soltanto, nelle fantasticherie di Ichabod).

Ecco dunque spiegato l’accostamento che Portelli compie tra il personaggio di Ichabod e il capitalismo (Portelli, Il re nascosto, p. 100 e ss) e questa nuova società irrequieta («restless») che sta prendendo possesso dell’America con la stessa voracità con cui Ichabod vorrebbe mettere le mani sul partito migliore della piccola e serena Sleepy Hollow, una società alla quale Ichabod stesso, yankee e «man of letters» appartiene, ma senza la quale gli abitanti della valle sembrano comunque cavarsela benissimo, e anche meglio dello smanioso maestrucolo.

 

Un altro Eden corrotto: Hadleyburg di Mark Twain

Sono certa che sin dalla prima lettura un lettore attento non potrà non rimanere folgorato dai numerosi parallelismi rintracciabili tra la Leggenda e un altro racconto sottoposto al pubblico nel 1889 con il titolo di The Man Who Corrupted Hadleyburg. A separare le due opere ci sono grosso modo ottant’anni e una guerra civile, eppure il testo ripropone, seppur con modalità necessariamente differenti, un motivo molto simile a quello evidenziato nella lettura più approfondita della Leggenda appena proposta.

Partiamo da una delle differenze: quello che Mark Twain ci offre in The Man Who Corrupted Hadleyburg è una storia di vendetta. (Vorrei già rimangiarmi le parole. Se abbiamo definito la Valle come un personaggio, perché la Leggenda non dovrebbe parlare della sua rivalsa contro la violazione che Ichabod incarna?)

Strano che un autore noto per opere come The Adventures of Tom Sawyer e Adventures of Huckleberry Finn, considerati universalmente (e limitatamente) come classici della letteratura per ragazzi, abbia partorito un racconto che un primo acchito ci porta ad accostare a un altro grande dell’epoca che, apparentemente, da Twain non potrebbe essere più diverso, e che è Poe con il suo The Cask of Amontillado (1846), i punti di contatto col quale potrebbe rivelarsi illuminante indicare. Ogni dubbio riguardo la paternità di Hadleyburg, ad ogni modo, si riduce in fumo di fronte al tono del testo: l’ironia così stratificata, velata e a un tempo lampante che lo caratterizza, e che probabilmente è il primo elemento che fa scattare il paragone con Irving, grida Twain con ogni singola lettera.

Hadleyburg e i cittadini, fra orgoglio e scetticismo

Come accade nella Leggenda, anche qui il setting gioca un ruolo fondamentale.

Siamo nella località immaginaria di Hadleyburg, la più onesta, incorruttibile e retta cittadina d’America –insomma, un altro Eden. Non fosse che qualcuno non è poi tanto convinto: a sentire Mrs Richards, uno dei personaggi principali del nostro racconto, l’ormai defunto Barclay Goodson, il cui nome sarà destinato a ritornare molte volte nel corso della storia, amava piuttosto definirla «honest, narrow, self-righteous, and stingy» (M. Twain, The Man Who Corrupted Hadleyburg and Other Stories, p.10).
E come ogni Eden che si rispetti, anche Hadlyburg ha il proprio personalissimo serpente, il quale puntualmente si presenta dopo appena una manciata di righe. Non sapremo mai chi è, o cosa gli sia stato fatto di così grave; la sola cosa davvero importante di lui è la sua intenzione/ossessione: «[He] will corrupt the town».

Il fatto che il torto in questione sia avvolto nell’ombra si ritrova, ancora, in The Cask of Amontillado; e così come in quel racconto è facile intuire per quale motivo un uomo possa volersi sbarazzare di Fortunato, anche in Hadleyburg cominciano a venire a galla diverse sfumature che sembrano dare più credito all’opinione di Goodson che a quella del resto dell’America.

Già al terzo periodo del racconto la città è detta essere «prouder of [its reputation] than of any other of its possessions». Il periodo ancora successivo reitera l’aggettivo proud, e immediatamente dopo viene spiegato che, non contenti di una fama passiva, gli Hadleyburgians si adoperano addirittura a insegnare «the principles of honest dealing», come se la rettitudine e l’aritmetica fossero poi la medesima cosa.

È la spia di un moralismo e un’ipocrisia che Twain non tollera, tant’è vero che non riesce ad attendere neppure un intero paragrafo prima di sbandierare (ma con ironia, in modo che l’antifona giunga solo a chi voglia recepirla attivamente) che Hadleyburg non è immacolata come vuol far –e le piacerebbe– credere.

 

L’azione dello Straniero

Siamo di fronte a un altro Eden corrotto, dunque, tanto che ritengo che tutti e sette i peccati capitali siano rintracciabili nel comportamento dei suoi abitanti ancor prima di giungere alla metà del racconto. Abbiamo già visto orgoglio e superbia; l’avarizia è il motore stesso della vicenda, e si presenta con un’intensità tale che gola e lussuria, viste come smodato desiderio non di tenere o guadagnare, ma di conquistare il denaro, sembrano esserne dei connotati; Cox non sa reprimere l’ira quando viene informato che la comunicazione per il giornale è già partita. Infine l’accidia, che a mio parere si palese nel fatto che Hadleyburg si crogioli tanto nella propria rettitudine da non accorgersi di aver recato allo Straniero un’offesa tanto grave.

Questo però significa che, se a Sleepy Hollow la corruzione è portata da Ichabod, ad Hadleyburg era già presente, e perlopiù notevolmente radicata.

Italo Calvino osserva, con un riferimento a un racconto di Hawthorne dal titolo The Minister’s Black Veil e prendendo in esame la colpa innominata del Reverendo Burgess, che

quando Hawthorne non dice che colpa ha commesso il pastore che gira con un velo nero sul viso, il suo silenzio grava su tutto il racconto; quando è Mark Twain a non dire, è solo segno che ai fini del racconto quello è un dettaglio che non interessa.
(Calvino, The Man Who Corrupted Hadleyburg in Perché leggere i classici, p. 183)

Il giudizio mi sembra espresso in maniera tale da potersi ritenere applicabile anche all’ignoto torto di cui lo Straniero è vittima, ma ritengo che in questo caso l’affermazione vada presa con le pinze: può essere vero che il torto in sé non sia importante, ma il fatto che la sua natura non venga mai specificata lo è. Come in Rip Van Winkle, in cui la guerra d’indipendenza acquista un rilievo amplificato proprio perché non compare mai direttamente nel racconto (Rip dorme durante l’intera durata degli scontri), qui il torto sepolto nel passato di Hadleyburg e dello Straniero attira la nostra attenzione perché non riusciamo a smettere d’interrogarci sulla sua natura; e la chiave di tutto è proprio quell’interrogarci.

Qual è, dunque, il ruolo di questo «mysterious big stranger»?

La verità è che in questo racconto lo Straniero funziona un po’ come un sassolino gettato in acqua, o la prima tessera di domino che cade e manda giù tutto il resto. Lo Straniero introduce la perturbazione, ma Hadleyburg si rovina con le sue mani; è Eva che, alla fine, prende la decisione di mordere la mela.

È un meccanismo che sembra avvicinare tentatore e tentato, che li lega con un filo d’empatia che il lettore è in grado di cogliere appieno in virtù del narratore onnisciente che lo accompagna lungo tutta la vicenda (ad esempio, sapendo che tutti i Diciannove hanno ricevuto la medesima lettera, il lettore è il solo a potersi godere il compiacimento con cui Burgess si vendica dei suoi concittadini durante l’assemblea).

La sfumatura del confine tra buoni e cattivi, assieme alla nebbia che suggestivamente ancora avvolge lo Straniero –il nostro spettro di turno– fa sì che venga operata una sintesi tra le due controparti.

Un indizio su cosa Twain volesse rappresentare tramite Hadleyburg lo si può trarre da un dettaglio apparentemente insignificante, ma che nel quadro generale acquista uno spessore sorprendente: si ricorderà che non appena i Richardson entrano in possesso del denaro, come da istruzione fanno in modo di dare la notizia alla stampa, e i quarantamila dollari dello Straniero di Hadleyburg diventano così quello che oggi chiameremmo un caso mediatico.

La cosa non fa altro che rendere ancora più orgogliosa la cittadinanza hadleyburghiana, che a rigor di termini, nella faccenda, non ha alcun merito; ciò, unito al fatto che più di una volta Twain dipinga questi cittadini come un’unica massa indistinta, un caso cronico di herd mentality, ci dice che Hadleyburg vuole essere, come la critica ha più volte sottolineato, un microcosmo dell’America veloce, ipocrita e ingorda che punta all’industrializzazione, che non guarda in faccia, che è già sulla via di diventare schiava dell’opinione pubblica, che scaccia il diverso e non tollera eccezioni. Non per nulla, Goodson, che pure è ritenuto il solo nell’illibata Hadleyburg generoso a sufficienza da dare venti dollari a uno straniero, è «the best-hated man among [them], except the Reverend Burgess», che a sua volta si posizionerebbe abbastanza dignitosamente se volessimo classificare gli hadleyburghiani in ordine d’innocenza.

 

Twain e Irving a confronto

Il quadro così delineato è troppo simile a quello della Leggenda per non tentarmi al paragone. Specialmente perché se una sintesi, come abbiamo visto, si realizza in Hadleyburg, la stessa Leggenda non è affatto da meno: non bisogna dimenticare che è Brom Bones, che pure fa parte della pacifica e rubiconda comunità della Valle, a dimostrare un’astuzia e una malizia sufficienti a ricacciare l’indifeso Ichabod nella wilderness (mi sembra che in questo contesto la civilissima America sia da vedersi come un luogo ben più insidioso della pastorale Tarry Town) da cui è venuto.

Neppure Sleepy Hollow, viene allora da pensare, era pura come si era creduto, se Bones ha avuto la sveltezza di sfruttare in tal modo la paradossale debolezza di Ichabod –paradossale perché, e qui si ravvisa un’altra delle contraddizioni che Irving attribuiva all’America moderna, pur essendo un maestro di scuola, quindi presumibilmente istruito, Ichabod è del tutto sprovvisto delle risorse per difendersi dalla superstizione, che si manifesta nella forma della tradizione orale della comunità della Valle attraverso, soprattutto, la storia del cavaliere senza testa; a Ichabod manca, insomma, la capacità intellettuale per stabilire un vero contatto con ciò che è reale, il massimo grado di estraneità a cui si possa giungere.

Il contatto con la realtà, ossia la realtà americana, il contatto dell’America con se stessa e dell’americano con il suo essere americano, è probabilmente il motivo di fondo e indubbiamente il più incisivo che secondo la mia percezione e la mia lettura sembra accomunare Irving e Twain.

Come non pensare, per fare un altro esempio, al secondo più famoso eroe (antieroe?) di Irving, Rip Van Winkle, che dorme per vent’anni per ritrovarsi, al risveglio, in un mondo libero che ha una guerra d’indipendenza alle spalle e in cui lui non si ritrova più –letteralmente:

«I was myself last night, but I fell asleep on the mountain, and they’ve changed my gun, and everything’s changed, and I’m changed, and I can’t tell what’s my name, or who I am!».

Quindici anni più tardi oltretutto, il problema del conflitto tra l’uomo e il proprio environment sociale verrà ripreso da un altro autore, Hawthorne, che in Wakefield, breve racconto che a livello di trama si mostra notevolmente simile a Rip Van Winkle, metterà in scena una sorta di archetipo dell’inetto, talmente arido da riuscire, suo malgrado, a esistere solo in virtù di quelle convenzioni sociali a cui cercherà, fallimentarmente, di ribellarsi.

Il fatto che il distacco dalla –o la sospensione della– storia di Rip si sia evoluto nel senso del distacco dalla società stessa è indicativo, a mio parere, di quanto la domanda “Chi siamo?” sia, per il mondo americano, legata alla domanda “Da dove veniamo?”.

Per tornare a Irving e Twain, è curioso, tra l’altro, notare come il tema del contatto con l’identità americana sia, in tutt’e tre le loro opere prese in analisi, intimamente legato con il paesaggio nel caso di Irving o un ambiente tipico della realtà americana nel caso di Twain: la Valle per la Leggenda, la «deep mountain glen» per Rip Van Winkle e la mitica Hadleyburg per The Man Who Corrupted Hadleyburg.

Sono tutti dei microcosmi raccolti, in un certo senso dei grembi –che abbiano una rappresentazione sostanzialmente positiva, come in Irving, o negativa, come in Twain, è qui, come si dice, beyond the point. E ad ogni modo, a ben vedere, anche Twain non è immune al fascino dell’idea di rintracciare ne mondo naturale una bolla di purezza e genuinità, un non-luogo incontaminato e integro, impermeabile alle brutture dell’uomo («Such is the human race. Often it does seem such a pity that Noah and his party did not miss the boat.», vedi M. Twain, Christian Science).

Lo fa in quello che Hemingway definì come il capostipite della moderna letteratura americana (E. Hemingway, Green Hiils of Africa, p.29), e che oggi è riduttivamente visto dal suo ampio pubblico più che altro come un libro da bambini, in cui, in chiusura al capitolo 18, si legge

« There warn’t no home like a raft, after all. Other places do seem so cramped up and smothery, but a raft don’t. You feel mighty free and easy and comfortable on a raft.»
(Twain, Adventures of Huckleberry Finn, p. 100).

La zattera è anche il luogo in cui Jim e Huck sono uguali, in cui il dilemma dello schiavismo, che nel finale del romanzo Twain non avrà il coraggio di risolvere, non esiste e non ha modo d’esistere. In questa prospettiva il fiume si configura come un modo fuori dal mondo, che si muove –scorre– secondo regole proprie, e la zattera diventa il microcosmo dei due protagonisti, i quali, di tanto in tanto, si vedono tuttavia costretti ad approdare al mondo reale, la riva, e dunque far ritorno alla società.

 

Conclusioni

Nessuno che volesse evitare d’incorrere nell’ira di Twain si sognerebbe mai di cercare di ricavare una morale da quanto detto finora, ma nulla impedisce di apprezzare il percorso compiuto (tanto Irving quanto Twain viaggiarono molto, d’altronde, sia letterariamente che fisicamente).

Quelli di cui ho cercato di offrire uno scorcio, Irving e Twain, ma anche Hawthorne e il brevemente menzionato Poe (e Cooper e Melville e London e molti altri che non ho citato, ma che sarebbe criminale non includere), sono tutti autori che hanno dato all’America una mitologia che non esisteva, alcuni traendola da tradizioni precedenti, altri da tradizioni contemporanee, altri ancora dalla terra stessa su cui camminavano, e l’hanno fatto in un’epoca in cui l’America era un pericolo per se stessa, in cui era essa stessa il suo spettro peggiore.

Sarebbe pretenzioso dire che l’America è quella che è grazie alle parole di questi uomini –e che lo stesso vale per l’umanità intera? Probabilmente sì. Ma ormai è detto; e lo lascio detto. 

Bibliografia

  • Romanzi e racconti

W. Irving, The Legend of Sleepy Hollow and Other Stories, HarperCollins Publishers, London 2012

M. Twain, Adventures of Huckleberry Finn, Alma Classics, Richmond 2016

M. Twain, The Man Who Corrupted Hadleyburg and Other Stories, Alma Classics, Richmond 2015

M. Twain, Christian Science, Project Gutenberg, a cura di David Widger, 2016, libro II cap. VII, sottosezione The Church Edifice, disponibile presso http://www.gutenberg.org/files/3187/3187-h/3187-h.htm#link2H_4_0036 (data ultima consultazione 22/04/2017)

  • Saggistica

I. Calvino,  The Man Who Corrupted Hadleyburg in Perché leggere i classici, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano 2016

R. Dorson, American Folklore and the Historian, University of Chicago Press, Kent 1986

A. Portelli, Canoni americani. Oralità, letteratura, cinema, musica, Donzelli editore, Roma 2004

A. Portelli, Il re nascosto. Saggio su Washington Irving, Bulzoni editore, Roma 1979,

 

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By | 2017-06-08T15:55:38+00:00 aprile 16th, 2017|Best Essay Award|0 Comments

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