Nei libri di storia la guerra del Vietnam si conclude ufficialmente il 30 aprile 1975 con la caduta di Saigon, la battaglia finale che diede il via alla riunificazione del Vietnam in un unico Stato socialista guidato dal Partito Comunista del Vietnam. Tuttavia, L’opera di Thi Bui serve a ricordarci che le guerre hanno delle conseguenze umane e materiali che non terminano con il cessare del conflitto. La guerra continua nella memoria, nella quotidianità di chi l’ha vissuta, lasciando tracce anche a chi quel conflitto non l’ha esperito di prima mano.

1. “Boat People”: Memorie migranti, memorie di rifugiati

2. Foto e fumetto

3. Verso una guarigione?

4. Conclusione

5. Bibliografia

 

1. “Boat People”: Memorie migranti, memorie di rifugiati

Il termine “boat people” è utilizzato per indicare i profughi fuggiti dal Vietnam del Sud dopo l’invasione della regione da parte del regime comunista del Nord. Con la riunificazione dei due Vietnam, il regime comunista iniziò a promuovere un processo di nazionalizzazione delle imprese e di collettivizzazione delle terre. Decine di migliaia di sud vietnamiti decisero di fuggire via mare, anche attraverso imbarcazioni di fortuna, al fine di non essere perseguitate in quanto considerate non sufficientemente aderenti al nuovo sistema politico. Persone associate al vecchio governo del Vietnam del Sud  e impossibilitate a fuggire furono mandate dentro campi di rieducazione. In questi luoghi molti sud vietnamiti subirono torture, fame e malattie causate dalle dure condizioni di lavoro a cui erano sottoposti.

Questa emigrazione ebbe il suo picco tra il 1978 e il 1979, ma continuò fino ai primi anni ’90. Il termine “boat people” si è successivamente esteso a qualsiasi emigrato di origine vietnamita, scappato dal regime comunista tra il 1975 e il 1995, indipendentemente dal mezzo utilizzato per la fuga. Molti di questi sud vietnamiti non sopravvissero a causa delle condizioni di viaggio.

Il primo approdo di questo nuovo flusso migratorio e umanitario furono i paesi del Sud-est asiatico, tra cui le Filippine, l’Indonesia, la Thailandia, Singapore e la Malesia. Questa emergenza umanitaria, in congiunzione con i conflitti e le tensioni che rivestivano quell’area geografica, portarono molti paesi Occidentali (tra cui Stati Uniti e Canada) ad accogliere i “boat people” togliendoli dai campi per rifugiati allestiti nei paesi di primo approdo.

Non sorprende dunque il ruolo importante che svolge la barca nella graphic novel The Best We Could Do di Thi Bui. Infatti, i familiari dell’autrice scapparono illegalmente dal Vietnam, pagando un pescatore affinché li traghettasse fuori dai confini della nazione. Nascosti nella stiva del peschereccio, riusciranno ad arrivare finalmente in Malesia. Un viaggio caratterizzato da vari pericoli, angoscia e dolore: la paura di essere scoperti dai soldati nord vietnamiti che pattugliano le coste, il mare come elemento alieno, l’addio ai propri affetti e alla propria patria, l’inquietudine verso il futuro e infine condizioni igienico-sanitarie precarie.

L’immagine dell’acqua (e dell’imbarcazione) funge da leitmotiv dando senso di unità all’opera. Nel fumetto, l’acqua è al tempo stesso simbolo di vita e di morte. L’acqua è il luogo in cui il feto si sviluppa, l’elemento in cui bambini si divertono a nuotare, la fonte di sostentamento per i pescatori che compaiono nell’opera, ma anche un ambiente ostile a cui si è costretti ad affidarsi.

Il termine “boat” rievoca, inoltre, l’espressione “Fresh Off the Boat” (spesso abbreviata con l’acronimo FOB), “appena sbarcati”. Questa espressione è generalmente usata negli Stati Uniti (in modo derogatorio) per descrivere i nuovi gruppi di immigrati che devono ancora integrarsi nel paese di accoglienza, assimilandone la cultura, la lingua e le pratiche sociali. Il riferimento alla barca non è solo un richiamo alle carrette del mare che trasportavano i migranti verso i paesi del Sud-est asiatico, ma anche un’allusione ai movimenti migratori europei verso il Nuovo Mondo. Il termine ha dunque lo scopo di cooptare l’esperienza Sud-vietnamita all’interno di quella statunitense. La barca servirebbe dunque a richiamare la narrazione etnica su cui si fonda il mito del melting pot americano (Sollors, 1986). Tuttavia, in questa opera la tensione tra le proprie origini culturali (descent) e l’accettazione di una nuova identità americana (consent) non è mai problematizzata.

Oggi con il termine FOB ci si riferisce quasi esclusivamente agli immigrati provenienti dall’Asia arrivati negli USA dopo il 1965, anno in cui fu promulgato il Migration Act che aprì di fatto i confini americani a nuove migrazioni dall’Oriente. Il termine è stato appropriato anche dalle comunità asiatiche storiche per distinguersi dai nuovi arrivati nella speranza di confutare lo stereotipo del perpetuo straniero. Si contrappone la propria identità di “American Born” (Chan et al., 1991) a quella del FOB. Questo atteggiamento si può spiegare se si tiene in considerazione la storia delle comunità asiatiche negli USA. Storicamente negli Stati Uniti gli Asian American sono state dipinti come “alien citizens” e “perpetual foreigners”, ovvero cittadini incapaci di adattarsi agli usi della nazione ospite. Durante gli anni ’60 e ’70 le varie comunità asiatiche “storiche” (filippini, giapponesi, cinesi e coreani), arrivate negli Stati Uniti a partire da fine ‘800, si coalizzano e iniziano a lottare per essere riconosciuti come cittadini a pieno titolo, ribadendo la loro “Americanness”. Per questo motivo, le comunità storiche si sentono minacciate dai nuovi arrivati, in quanto consoliderebbero la percezione dell’asiatico come straniero.

2. Foto e fumetto

Come già osservato in Maus di Art Spiegelman, anche The Best We Could Do adatta al suo interno foto appartenenti all’album di famiglia e immagini provenienti dall’archivio pubblico. In particolar modo, Thi Bui utilizza due foto vincitrici del premio Pulitzer per rievocare la memoria di questa guerra. La prima è quella scattata da Nick Ut e ritrae Phan Thi Kim Phuc, una ragazza di nove anni nuda e gravemente ustionata dal Napalm che corre lungo una strada. La seconda è quella scattata da Eddie Adams e ritrae il Colonnello Nguyen Ngoc Loan nell’atto di giustiziare il sospettato Nguyen Van Lem.

La narrazione della guerra del Vietnam è stata soprattutto visuale, tanto da essere soprannominata “living-room war” (Hallin, 1989). Pertanto, ogni sua rielaborazione sembra essere destinata a confrontarsi con le immagini che ne hanno fissato il racconto. Grazie alla rimediazione (Erll, 2010), queste foto non sono solo rappresentative di un fatto accaduto, ma si inseriscono in una narrazione più complessa che fissa e reitera una determinata costruzione culturale e identitaria, rendendola “iconica” (Leavy, 2007). L’adattamento di queste immagini ha dunque l’obiettivo di contestualizzarle e mettere in discussione le narrazioni in esse sedimentate e mostrare la continuità tra storia ufficiale e storia personale.

Le immagini iconiche della guerra non sono le uniche foto ufficiali a circolare all’interno dell’opera. Infatti, l’autrice rappresenta il proprio albero genealogico attraverso le foto con cui i membri della sua famiglia furono schedati come rifugiati. Queste foto sono state inserite nel racconto senza essere adattate sotto forma di disegno. Questo contrasto (tra foto e disegno) può essere interpretato come frutto di una scelta artistica volta a conferire al racconto un effetto realistico. L’inserimento di queste foto crea anche l’effetto di una sospensione, essendo queste distaccate dal resto dell’opera da un punto di vista stilistico e narrativo. Una sospensione che crea una sensazione di atemporalità. Queste immagini non rappresenterebbero soltanto un dato evento storico, ma una condizione esistenziale: quella del migrante.

Tuttavia, è importante riflettere anche sulla differenza principale che divide il migrante dal rifugiato: l’impossibilità del ritorno a casa. Per il sud vietnamita questa impossibilità è particolarmente drammatica in quanto la loro patria rimane viva soltanto nella memoria. Il Vietnam del Sud non esiste più come unità statale e la sua comunità è dispersa in vari continenti (Asia, America, Europa e Oceania). Se la figura del migrante negli Stati Uniti è stata spesso comparata alla figura biblica di Mosè (Bercovitch, 1978; Sollors, 1986), quella dell’esule sud vietnamita è sovrapponibile a quella di Lot, parallelismo evocato dal libro The Book of Salt di Monique Truong. Come Lot, infatti, il sud vietnamita è costretto a lasciare la propria terra senza mai voltarsi indietro.

Infine, The Best We Could Do utilizza foto appartenenti all’album familiare con il fine di evocare un passato edenico che non potrà più tornare. Le foto diventano dei segnaposti per una nazione che non esiste più, vite interrotte dalla guerra, un’innocenza perduta e nidi abbandonati. Queste immagini assumono dunque il valore di “Memento Mori” (Sontag, 1990), in quanto immortalano dei momenti irriproducibili, e fatalmente svaniti subito dopo lo scatto.

 

3. Verso una guarigione?

L’esperienza traumatica subita dai genitori è stata trasmessa anche ai figli nonostante questi fossero troppo piccoli per avere dei ricordi nitidi riguardo il conflitto. La generazione 1.5, usando la definizione proposta da Hirsch (2012), si trova dunque nella condizione di recuperare le memorie del proprio passato familiare attraverso i racconti dei genitori. 

Questo processo ha tuttavia dei limiti in quanto la generazione 1.5 si trova spesso a doversi confrontare con racconti contrastanti. Il graphic novel di Thi Bui interseca le memorie dei propri genitori confrontandole. Il padre e la madre forniscono racconti talvolta divergenti riguardo il conflitto e la vita quotidiana della coppia. Prospettive diverse influenzate forse anche dal loro stato di coppia separata. Questo testimonia un’altra caratteristica della memoria. Essa non rappresenta una narrazione reale degli eventi secondo un effettivo ordine cronologico o un mero sforzo mnemonico. Al contrario, la memoria è parte di una narrazione il cui scopo è agire sul presente. Sono dunque il presente e le sue esigenze a costruire la memoria, e non il passato.

L’opera non si limita soltanto a ripercorrere gli eventi traumatici della guerra e del viaggio intrapreso per trovare un luogo in cui cominciare una nuova vita, ma si interroga sulla possibilità di guarigione. Una domanda posta dall’autrice in relazione alla propria maternità. Il graphic novel può dunque essere letto come uno strumento di esplorazione di questo tema. La scrittura diventa uno strumento terapeutico attraverso il quale porsi interrogativi, ricostruire una narrazione coerente che risponda alle esigenze presenti, ma capace di proiettarsi verso il futuro. L’acqua in questo contesto non rappresenta più l’incertezza, ma il passaggio di testimone intergenerazionale. Tuttavia, in questo caso, il passaggio intergenerazionale segnala anche una forma di guarigione in quanto il ciclo di trasmissione del trauma si interrompe.

L’importanza della maternità dell’autrice come esperienza capace di spezzare la trasmissione intergenerazionale del trauma è testimoniata anche dai parallelismi e dalle divergenze che si instaurano con l’esperienza della madre all’interno dell’opera. La madre di Thi Bui si trova a dover portare avanti due gravidanze durante la guerra, tuttavia una di queste non giunge a buon termine a causa delle condizioni precarie in cui è costretta a vivere a causa del conflitto. La seconda gravidanza giunge al suo termine nel campo per rifugiati. Al contrario la maternità di Thi Bui avviene negli Stati Uniti senza alcuna difficoltà. Tuttavia, non bisogna leggere questa maternità riuscita come la realizzazione di un “American Dream in Vietnamese” (Nguyen, 2016), ma come parte di una esperienza umana più complessa.

 

4. Conclusione

Il graphic novel di Thi Bui diventa uno strumento per cercare di comprendere e indagare vari fenomeni complessi del passato. The Best We Could Do rappresenta certamente una guerra temporalmente lontana, ma al tempo stesso richiama graficamente fenomeni sociali a noi contemporanei. I temi della barca e del mare sono utili per parlare dell’esperienza dei “boat people”, ma riflettono anche la condizione del rifugiato. Un’esperienza umana traumatica caratterizzata dall’esilio. Tuttavia, l’uso creativo della memoria ha la capacità superare la nostalgia e diventare forza propositiva. Il graphic novel diventa uno strumento utile per guarire ferite storiche proiettando la narrazione verso il futuro.

5. Bibliografia

Bercovitch, Sacvan (1978). The American Jeremiah. Madison: University of Wisconsin press.

Bui, Thi (2017). The Best We Could Do: An Illustrated Memoir. New York: Harry N. Abrams.

Chan, Jeffrey Paul, Chin, Frank, Inada, Lawson Fusao and Wong, Shawn (1991). The Big Aiiieeeee. New York, Mentor.

Erll, Astrid (2010). Literature, Film, and the Mediality of Cultural Memory in Erll, Astrid, & Nünning, Ansgar (Eds.) A companion to cultural memory studies, 389-398.

Hallin, Daniel C. (1989). The uncensored war: The media and Vietnam. Berkeley and Los Angeles, University of California Press.

Hirsch, Marianne (2012). The generation of postmemory: writing and visual culture after the Holocaust. New York: Columbia University Press.

Leavy, Patricia (2007). Iconic events: Media, politics, and power in retelling history. Lanham (Maryland): Lexington Books.

  1. Nguyen, Viet Thanh (2016). Nothing Ever Dies. Cambridge, Massachusetts: Harvard University Press.

Sollors, Werner (1986). Beyond ethnicity: Consent and descent in American culture. New York, Oxford University Press.

Sontag, Susan (1990). On Photography. New York: Anchor Books

Spiegelman, Art [1986-1992] (2003). The Complete Maus. London: Penguin

Truong, Monique (2003). The Book of Salt. New York :Houghton Mifflin.

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