The Wire: il bieco gioco del potere9 min read

Jacopo Norcini Pala analizza una delle serie TV americane più influenti e apprezzate dalla critica, The Wire.


Poche serie TV riescono a conquistare status rivoluzionari: Twin Peaks, di cui abbiamo già parlato in un altro articolo, è un tentativo riuscitissimo di dissolvere il trito mezzo televisivo della serialità in una narrazione disgiunta, filmica e non di facile consumo; i Sopranos sono riusciti a imbastire un’epica emozionale a oggi impareggiabile (forse avvicinata solo da Breaking Bad); Mad Men è riuscito a descrivere per tutto il suo ciclo l’opprimente microcosmo del materialismo americano più spicciolo.
Nessuna di queste serie, però, risuona così genuinamente e urgentemente come The Wire nel mondo sempre più confuso e traumatico in cui ci ritroviamo a vivere: la serie di David Simon, che quest’anno festeggia il primo decennale della sua conclusione, rappresenta sì un’America profondamente diversa da quella contemporanea, ma non per questo meno vibrante o affascinante, dissezionando in maniera maniacale, con fare foucaultiano, ogni singola struttura del potere statunitense post-11 settembre.

Obama

Il creatore della serie David Simon (a destra) in conversazione con Barack Obama.

Infatti, nonostante le vicende di The Wire seguano principalmente una squadra di poliziotti alle prese con un traffico di droga controllato da uno dei più importanti personaggi della malavita locale (questa la sinossi della prima stagione), il cerchio della trama si ingigantisce a dismisura di stagione in stagione. La storia va a toccare punti apparentemente distanti e inconciliabili tra di loro come i porti, i luoghi della burocrazia, le scuole e i media, mostrando come sia impossibile sovvertire le regole del gioco, quel game che assume accezioni contrapposte fuori dalla bocca delle proverbiali guardie o ladri.

Baltimora diviene quindi una piastra di Petri che osserviamo dall’esterno, aspettando di volta in volta la risoluzione del conflitto o, per citare un titolo di Houellebecq, l’estensione del dominio di lotta. Ma nell’intento di Simon, regista e autore di tutte le stagioni, non c’è la voglia puramente televisiva e spettacolarizzata di mostrare quale sia l’esito della vicenda: per riprendere una sua citazione in merito ad un altro argomento, lo scopo della serie è invece tracciare una storia della fine “dell’America tradizionale”, attraverso le sue decadenti sfaccettature sociali, culturali ed economiche.
E in effetti The Wire è prima di tutto una serie americana in senso stretto: lo si nota dai costumi, dalle usanze, dagligli oggetti e dall’accento marcatissimo (in questo caso l’interpretazione dell’inglese Idris Elba è strabiliante). Allo stesso tempo ci si rende conto come questa americanità così distinta sia un concentrato di altre culture che si mescolano con il loro turbinio di stereotipi che si affacciano di volta in volta senza risparmiare nessuno, tanto sulle banchine del porto quanto negli uffici del municipio.
Un altro aspetto che rende così interessante e fresca la narrazione delle vicende di Baltimora nella serie è l’interazione tra il vero, il verosimile e l’immaginario: basti pensare alla quantità di attori non professionisti ingaggiati per recitare ruoli di estrema rilevanza nella serie o a come, con rancoroso sberleffo, Simon decida di avvicendare alla narrazione fittizia di The Wire personaggi di spicco della comunità del Maryland. Li fa interagire, mettendo in discussione le loro politiche e i loro metodi di fronte alla storia fittizia in un gioco di specchi che gli pone quelle domande sul modus operandi che evidentemente manca nella realtà extra-televisiva.
La narrazione di questa realtà opprimente viene criticata nella serie anche tramite un intelligente uso dello storytelling visivo. Più e più volte i protagonisti vengono inquadrati immediatamente sotto l’ingresso degli imponenti uffici del potere o di giganteschi grattacieli, sottolineando furbamente come l’uomo da solo non possa far molto contro una macchina così grande come un apparato di qualsiasi tipo.

Baltimora

Skyline di Baltimora, sfondo delle vicende della serie.

Le Regole del Gioco

Ovviamente, questa impotenza è il motore principale e sotterraneo che guida la quest dei personaggi che affollano l’universo di The Wire. Si potrebbe dire che è la ragion d’essere di quelli che sono a tutti gli effetti i suoi protagonisti da entrambi i lati della barricata, ovvero il detective Jimmy McNulty e il criminale Russell “Stringer” Bell.
Entrambi si muovono all’interno di un sistema al quale appartengono da sempre e si nota vivamente, per l’arco delle prime stagioni, come tutti e due cerchino di minare in maniera definitiva l’insieme dei valori in cui sono immersi per raggiungere il proprio scopo. Se il ruolo di McNulty è reinventare l’apparato di polizia locale, sorpassando l’autorità costituita e arrivando addirittura a utilizzare metodi illegali per portare a termine le indagini, dalla parte opposta Bell si muove per distaccarsi sempre di più dal pericoloso mondo della criminalità urbana, stringendo contatti con autorità in maniera ufficiosa e cercando di riciclare il denaro sporco nella costruzione edilizia.
Quello che nessuno dei due sembra essere in grado di realizzare (la terza stagione è un punto clou nella spiegazione di questo argomento) è il fatto che è impossibile scappare da un sistema senza finire in un’altra rete di convenzioni e relazioni di potere ancora più fitta. Da un lato, la parte della legge viene puntualmente castigata e controllata in modo vigile per i suoi interventi discutibili. Dall’altro, quella degli spacciatori si ritrova di volta in volta invischiata in cospirazioni molto più grosse di quanto dei criminali di provincia siano in grado di gestire, con conseguenze estreme, alla fine, da ambo le parti.

Un’alternativa è possibile?

Se il panorama qui descritto finora emana vibrazioni oltremodo negative, è perché l’intera sovrastruttura di The Wire è incredibilmente pessimista: un esempio illuminante in merito è fornito nei primissimi episodi, in cui viene spiegato a due pusher in pausa dalle loro mansioni quotidiane come si giochi a scacchi.
Tuttavia, in alcuni personaggi lo spettatore trova dell’autorità, degli appigli che lasciano sperare in quella rivoluzione impossibile da attuare ai piani bassi. In questo senso è emblematica l’evoluzione del personaggio di Tommy Carcetti presentato come un promettente membro del consiglio cittadino all’inizio della terza stagione. Con l’evolversi della serie, il personaggio di Carcetti acquista nuove sfaccettature che lasciano intendere come la sua corsa al posto da sindaco sia inizialmente motivata da un sentimento nei confronti di Baltimora non diverso da quello di McNultyper il dipartimento di polizia.
A differenza del detective di origine irlandese, Carcetti non viene punito dalla catena di comando (una costante della serie) a cui sottostà: è nel momento in cui se ne rende conto, verso la fine della quarta stagione, che assistiamo a un ulteriore stravolgimento del personaggio. Anche se le intenzioni del politico sono buone e genuine, ogni spettatore nota come questa volontà di cambiamento sia costantemente in conflitto con il desiderio di continuare l’arrampicata fino ai vertici del potere.
Viene quindi da domandarsi dove agisca il Bene in The Wire ed è difficile trovare una risposta. Ci sentiamo tuttavia di identificare almeno due esempi: il maggiore Howard “Bunny” Colvin, che spinto alla disperazione dall’irrefrenabile declino dei suoi quartieri natii decide di organizzare in segreto dalle autorità un circondario in cui gli spacciatori possono trafficare liberamente per arginare il problema, e Dennis “Cutty” Wise, ex-detenuto che dopo una iniziale ricaduta nel mondo della criminalità cerca di ricreare un mondo onesto e sicuro per sé e per quelli attorno a lui.

Una spina nel fianco del Canone

The Wire, si è capito, è una serie che non si accontenta di rientrare nelle strutture narrative e stereotipiche della televisione del suo tempo (o anche di quella contemporanea, di fronte alla desolante mancanza di picchi o profondità di sorta). E lo show ribadisce questa presa di posizione nell’alterità episodio dopo episodio, segmento su segmento.
Si veda ad esempio la scelta di non includere musica nello show a meno che non provenga da stereo, autoradio, altoparlanti in cui la scena si svolge (eccezion fatta per i lunghi montaggi di stampo quasi documentaristico che fanno da corollario a ogni stagione). Altra scelta fondamentale per quanto riguarda il sonoro è la volontà di reinterpretare la sigla (un pezzo del cantautore Tom Waits) da 5 combo di artisti più o meno legati a Baltimora, con stili ogni volta differenti e spiazzanti. Per non parlare poi dei continui rimandi alla letteratura delle alte sfere: tra i continui namedrops a Shakespeare e Twain, per dirne due, figurano anche classici del canone popolare americano degli ultimi cento anni (una rivisitazione ultra realista del libro per bambini Goodnight Moon in un finale di puntata brilla per la sua folgorante emozione) come anche arte di ogni tipo, dall’architettura alla tragedia greca.
Proprio sul ruolo della tragedia sarebbe opportuno spendere più di qualche parola, considerato soprattutto come uno dei suoi personaggi, il gangster fuori dagli schemi Omar Little, sia a tutti gli effetti una reinterpretazione a tinte USA del mito classico di Achille: una furia invincibile che miete vittime da entrambi i lati, restio a far parte del gioco nonostante sia imbevuto in esso fino al midollo, con un’unica debolezza inevitabilmente destinata a essere scoperta per abusare di questa figura.
Omar sembra quasi stonare ogni volta che interagisce coi personaggi, considerato il suo alone pseudo-eroico e i suoi modi così atipici e irreali per la realtà in cold blood dei quartieri disastrati della periferia di Baltimora.

Cast wire

In foto, il cast della serie TV.

Infine, The Wire è anche, e soprattutto, una comédie humaine stendahliana: Simon e gli altri autori si divertono di volta in volta a iniettare episodi talmente comici o paradossali da rendere impossibile il non mutare della propria espressione in un ghigno soddisfatto davanti allo schermo, tra momenti al limite dello slapstick (un segmento in cui l’intero dialogo è costituito dal reiterare la parola fuck per più di 5 minuti, in ogni sua possibile variazione) o frecciate degne del miglior stand-up sganciate nei momenti più solenni.
The Wire in Italia non gode dello stesso stato cult che ha acquisito oltreoceano nel corso delle sue 5 stagioni, probabilmente a causa di una scarsa distribuzione. La serie non fu un boom eclatante all’uscita in termini di ascolto nonostante gli elogi dei critici (a dire di Simon anche a causa della preponderanza nel cast di attori afroamericani, sottolineando un razzismo sotterraneo dell’audience statunitense) e dell’impossibilità congenita di far convivere una così puntigliosa rappresentazione della suburbia americana con la lingua del sì, nel solito dilemma traduttoriale a cui gli americanisti si sono da decenni arresi.
Nell’anniversario del decennale della sua conclusione, il consiglio finale dell’autore di questo pezzo è, e pare inutile dirlo, quello di recuperare il più velocemente possibile l’intero show: per gli argomenti di cui sopra trattati, per molti altri che è stato impossibile discutere per non rovinare meravigliosi colpi di scena, insomma perché si tratta di Televisione con la T maiuscola, per reiterare all’inverosimile una famosa gag di Family Guy.

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By |2018-10-24T10:42:03+00:00agosto 8th, 2018|Recensioni|1 Comment

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Musicofilo in erba, amante del surreale, dell'inconscio e dell'alternativo, curioso per natura.

One Comment

  1. Cliftonguest 22 agosto 2018 at 20:02 - Reply

    Grazieeeeeeclifton guest

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