The Overstory: il romanzo nell’era del riscaldamento globale8 min read

Roberto Andrés Lantadilla recensisce The Overstory (William Heinemann, 2018), l’ultimo romanzo di Richard Powers, autore del libro vincitore del National Book Award The Echo Maker. 

Nelle prime pagine di The Human Use of Human Beings, Norbert Wiener, padre della cibernetica, si imbatte nel problema della definizione dell’uomo: ciò che rende l’essere umano così diverso dal resto delle specie è la comunicazione, che secondo Wiener, “costituisce il motivo determinante dell’intera esistenza”. Sono queste le premesse che poi andranno a plasmare tutta la seconda metà del ventesimo secolo: estendendo il nostro dominio della comunicazione alle macchine, la cibernetica ha dato vita al nostro presente fatto di circoli di informazioni costanti e invisibili. In questa maniera ci siamo barricati come gli unici guardiani e possessori dell’informazione, e come la lezione orwelliana ci insegna, il potere non è altro che il controllo di questi flussi d’informazione.

Tuttavia, sempre la stessa cibernetica, e più in generale la teoria dell’informazione, ci mostra come nel passaggio dell’informazione c’è sempre una parte del messaggio che viene disperso. Distinguiamo così il segnale, quella parte di messaggio utile alla comunicazione, e il rumore, quella parte del messaggio caotica e incomprensibile.

Se una comunicazione fra esseri umani efficace è fatta di segnali, tutto ciò che appartiene al mondo non-umano viene relegato alla sfera entropica del rumore e, di conseguenza, stigmatizzato come secondario e non significativo. Ma come nel romanzo The Crying of Lot 49 di Thomas Pynchon, paralleli ai flussi di comunicazioni ufficiali, esistono molteplici canali sotterranei tra cui quello del mondo, apparentemente muto, vegetale.

La nascita dell’ecologia stessa, alla fine del diciannovesimo secolo, può essere letta come un tentativo di capire la comunicazione intraspecifica, di trasformare il rumore della natura in segnale, di rendersi ricettivi ad un segnale non-umano. Un precursore come Henry David Thoreau, ad esempio, nel 1860 si chiedeva perché nel luogo in cui veniva tagliato un pino crescesse successivamente una quercia: la risposta stava nella dispersione dei semi, trasportati dal vento, dall’acqua o attraverso gli animali; insomma, aveva scoperto dei canali di comunicazione.

 

Di recente, più che mai il mondo vegetale sta strabordando dai suoi confini e invadendo il nostro primato sulla comunicazione. Non che le piante e gli alberi abbiano trovato il modo di farsi capire, sia chiaro, ma per il fatto che messi di fronte ai pericoli disastrosi del cambiamento climatico, la voce della natura si fa sempre più pressante e urgente. Se diamo un’occhiata ai trend delle TED Confernces di recente, notiamo come lectures su temi legati alla biologia e all’intelligenza vegetale godono di una notevole popolarità. Tra queste, forse quella di Suzanne Simard è la più significativa: riassumendo la ricerca della sua vita in venti minuti, la professoressa di ecologia forestale riesce a trasmettere allo spettatore l’euforia della sua scoperta, ovvero che gli alberi di una foresta comunicano nel sottosuolo attraverso le radici.

In questa prospettiva, si fa inevitabile chiedersi qual è il ruolo del romanzo, della storia o più in generale della narrazione stessa nell’incorporare e nel saper rappresentare l’elemento non-umano. Come accennavo in questo articolo, l’oggettività scientifica, intesa come la mera esposizione di dati, non basta più. Oppure, affidandoci alle parole del già citato Thoreau: “There is no such thing as pure objective observation. Your observation, to be interesting, i.e., to be significant, must be subjective”. In questo sta la forza della lecture della professoressa Simard, ed è qui che l’importanza dello storytelling si fa sempre più urgente.

Non è un caso che The Overstory, l’ultimo romanzo di Richard Powers, autore statunitense che con il suo The Echo Maker vinse il National Book Award, si apra con una pioggia di messaggi. L’incipit, come il Listen! del Beowulf o il Call me Ishmael di Moby Dick, inserisce il romanzo nella tradizione epica ma con una fondamentale differenza: a richiamare l’attenzione qui non è un agente umano, bensì una forza di entità maggiore, quella degli alberi, la cui voce precede quella umana. Le tensioni di cui abbiamo parlato finora, della comunicazione del mondo non-umano, trovano una loro rappresentazione nelle prime pagine del romanzo, in cui la disarmonia tra l’uomo e la natura va intesa in senso letterale della parola: il problema è di fatto di ricezione, di decodifica e quello che cerca di fare la storia sul lettore è di far vibrare le sue corde all’unisono con quelle del mondo vegetale

I nove protagonisti che compongono l’ensemble cast del romanzo hanno principalmente solo una cosa in comune: per ragioni disparate, sia per tradizioni familiari che per choc repentini, le loro vite sono indissolubilmente legate a quelle degli alberi, con i quali intrattengono, chi più e chi meno, un dialogo costante. Da questa premessa, Powers riesce a tessere con grande consapevolezza del genere un’epica che, nella prima sezione del romanzo, indossa le vesti di una saga familiare di cui il mondo vegetale fa parte. La narrazione dunque si dipana in due temporalità diverse: all’effimero caos della vita umana si contrappone l’imponente, costante e centenaria vita degli alberi.

L’esempio più significativo di questa modalità è quello della saga degli Hoel, famiglia di immigrati norvegesi che seguiamo nella loro dura condizione da settlers dell’appena annessa Iowa. Con l’insediamento, il più anziano degli Hoel porta con sé da Brooklyn un seme di castagno, che coltiverà nel retro della casa e sotto al quale verrà sepolto. Il figlio John, geek ante litteram, sviluppa una strana attrazione verso l’albero: ogni giorno gli scatta una foto dalla stessa angolatura, quasi con l’intenzione di volerne cogliere qualcosa che sfugge all’occhio umano. La tradizione si tramanda di generazione in generazione, finché Frank, artista che ribella alle sorti di contadino della famiglia, si ritrova in possesso di centinaia di foto dello stesso albero. Nel frattempo, il castagno è l’unico sopravvissuto alla grande epidemia di cancro corticale che estinse l’intera specie negli stati uniti nel 1904: la piaga nella penna di Powers assume toni tragici e commoventi.

castagno

Un castagno americano, ora estinto a causa della piaga del 1904

Sebbene tutta la storia sia legata a qualcosa di più grande degli stessi personaggi,  come trapela il titolo stesso, questo non ne compromette affatto la forza soggettiva. Il rischio di mettere in relazione una realtà macroscopica con una microscopia è quello di assoggettare il dettaglio alla causa maggiore, risultando in una sovrasemplificazione del vissuto dei personaggi. Di questo The Overstory non ne è del tutto esente: basti pensare che la saga degli Hoel prende nel romanzo non più di una quindicina di pagine, lasciando un po’ il lettore a bocca asciutta. Ma se si prosegue e se si mettono in relazione le varie storie, il lettore si accorgerà come l’individualità dei personaggi e la loro costruzione sia l’epicentro della storia.

A riguardo uno dei personaggi più interessanti è Adam Appich: la sua infanzia è quella del ragazzino disadattato, che non rientra nei canoni della realtà infantile e ne subisce le conseguenze. In particolare Adam, non capendo il funzionamento delle relazioni umane, sposta la sua attenzione sul comportamento degli insetti e più tardi nel romanzo si darà alla psicologia comportamentale. Il suo obiettivo, che diventerà la ricerca della sua tesi dottorale, è di capire i fattori che portano un individuo a  rompere con la propria identità sociale e vedere cose che vanno al della realtà consensuale. La ricerca di Adam, in qualche modo, è la ricerca di Powers stesso che nel romanzo analizza e decostruisce i fattori individuali che portano ad azioni collettive come l’attivismo ambientalista, fulcro narrativo del romanzo.

Questa attenzione al personaggio fa emergere aspetti fra i più interessanti del romanzo, fra cui, attraverso i personaggi di Neelay Mehta e Patricia Westford, fornire un ritratto soggettivo e affettivo della scienza. Nel libro di culto Lo Zen e l’Arte della Manutenzione della Motocicletta, Robert M. Pirsig si interroga sulle ragioni che portano un individuo a dedicarsi alla scienza e la risposta la trova in un discorso di Einstein: “Lo stato mentale che permette a un uomo di fare un lavoro del genere è quello del credente o dell’amante”. Tale risposta vale anche per i due personaggi di The Overstory, in quanto vediamo nella loro dedizione, nel loro alienarsi dal mondo umano, una vera e propria vocazione irrazionale.

Nel racconto di Neelay troviamo l’innocenza e l’euforia della prima epoca dei personal computer: nella mente del bambino, il PC è un portale dal quale concretizzare e fare emergere la propria immaginazione infinita. Per chi ha visto The Internet’s Own Boy, documentario sulla vita del programmatore e attivista Aaron Swartz, leggendo le vicende di Neelay sarà difficile non collegarle a quei filmati che ritraggono il giovane Aaron per la prima volta davanti ad un terminale, quel luccichio fanciullesco negli occhi di chi ha davanti a sé qualcosa dal potenziale utopico. Lo stesso vale per il personaggio di Patricia Westford, vera eroina del romanzo e possibile alter ego fittizio della già citata Suzanne Simard, che attraverso il gioco fanciullesco nel sottobosco dell’Ohio scopre che gli alberi comunicano fra loro.

Il vero motore del romanzo, che ne muove le fila e anima le vite dei personaggi, è l’immaginazione che, nelle parole del poeta William Carlos Williams, è una vera e propria forza al pari con quelle fisiche dell’universo. E’ attraverso l’immaginazione che possiamo allargare i confini del pensiero umano fino ad includere il non-umano. Solo in questa maniera possiamo rivedere il nostro posto nel mondo e raggiungere un’armonia con l’altro da noi. Con The Overstory, Richard Powers è riuscito a tessere un racconto che se recepito nella maniera giusta, ovvero come una fiaba mitologica, riuscirà a rendere il lettore più ricettivo verso ciò che lo circonda. E di questo atteggiamento, di fronte all’emergenza del riscaldamento globale, ne abbiamo un disperato bisogno.

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By |2018-08-22T11:21:34+00:00agosto 21st, 2018|Recensioni|0 Comments

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Eterno pendolare. Sto ancora cercando di capire cosa voglio fare nella vita, ma ho tutta la vita per pensarci. Nel frattempo, ammazzo il tempo coi libri.

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