Colpa e rivolta: “The Nix”, di Nathan Hill6 min read

Jacopo Norcini Pala recensisce The Nix, uno dei casi letterari del 2016: un dramma familiare attraverso 50 anni di storia americana con tocchi postmoderni.

I nisser sono delle creature del folklore scandinavo, particolarmente simili ai folletti mitteleuropei: dispettosi, il più delle volte non necessariamente malevoli, sono parte integrante della vita sociale degli uomini, che possono decidere di punire per intere generazioni nel caso venga fatto loro un torto.
La famiglia Andersen, protagonista di “The Nix“, opera prima dello scrittore americano Nathan Hill, pubblicata nel 2016, sembra doversi confrontare a più riprese e in vari modi con l’espiazione di questa colpa misterica, saltando qua e là in quasi 50 anni di storia e costume americani. Samuel, giovane professore di college alla periferia di Chicago, è uno scrittore fallito e insoddisfatto del proprio lavoro che viene improvvisamente contattato riguardo sua madre Faye, scomparsa 20 anni prima: la donna è stata infatti arrestata dopo aver lanciato sassi ad un candidato presidenziale senza alcun apparente motivo. Il protagonista si dimostra disinteressato fino a che il proprio editore non gli propone mefistofelicamente di scrivere un romanzo-intervista con la madre da pubblicare per mandarla mediaticamente al massacro. Samuel, oberato dai debiti, si immerge quindi in una indagine di volta in volta più personale e profonda per scoprire le ragioni della madre e per tentare di rimediare a una perdita così gravosa come quella che ha segnato la sua infanzia.

Stilisticamente parlando Nathan Hill ricorda una versione sedata del David Foster Wallace di Infinite Jest, o un Franzen più sveglio e acuto. L’autore dell’Iowa è capace di grandi slanci lirici (emozionante la descrizione dell’ouverture del Concerto per Violino e Orchestra di Bruch nelle memorie di Samuel o la minuziosa descrizione di un videogioco online) e in frecciate comiche esilaranti (su tutte, il dissezionamento tra il chirurgico e il filosofico di una lamentela di una studentessa). Allo stesso tempo fornisce un quadro vivo e tangibile di una società borghese di periferia, che si muove a fatica tra autostrade, incontri in aeroporto e quartieri svalutati dalla crisi economica del 2008, che mangia cibo di dubbia qualità ed è costantemente frastornata dal rumore dei media intorno alla storia.

Il “rumore bianco” di questi ultimi è, in effetti, uno dei capisaldi di tutta la vicenda di The Nix: in praticamente ogni pagina la notizia e la Storia prendono il sopravvento sulla vicenda, quasi sempre stravolgendola. Persino nei luoghi in cui veniamo portati a pensare che la longa manus dell’informazione non possa arrivare, come la cittadina dell’Iowa dalla quale i genitori di Samuel provengono, veniamo comicamente smentiti nel momento in cui una famiglia si riunisce attorno alla TV per assistere alle proteste di Chicago, tifando assiduamente per i poliziotti, supportati dalla narrativa ufficiale della CBS e osteggiati dallo storico anchorman Walter Cronkite. Il tracollo nel 2011 è evidente: Samuel è apostrofato con sconcerto dal legale della madre quando viene a sapere che il protagonista “non legge i notiziari”. Lo pseudomonologo di Periwinkle, l’editore del protagonista, verso la fine del romanzo è un’amara riflessione sull’informazione e sulle convinzioni delle persone, che si chiude con uno straordinario sarcasmo in questa maniera:

“What’s true? What’s false? In case you haven’t noticed, the world has pretty much given up on the old Enlightenment idea of piecing together the truth based on observed data. Reality is too complicated and scary for that. Instead, it’s way easier to ignore all data that doesn’t fit your preconceptions and believe all data that does. I believe what I believe, and you believe what you believe, and we’ll agree to disagree. It’s liberal tolerance meets dark ages denialism. It’s very hip right now.”

L’altro grande tema, come abbiamo già accennato, è quello della colpa: l’autore riesce con grande maestria non solo ad intrecciare i fili del racconto tra di loro in una vicenda di causa-effetto, ma sfilaccia altrettanto bene quei singoli fili per creare delle colpe multidimensionali e complesse. Samuel ha fallito come scrittore per una precisa ragione, che viene sviscerata e infiocchettata di tutte le sue collisioni laterali con il cosmo di personaggi che affollano le pagine di The Nix per devastarci emotivamente nel momento in cui queste stesse ragioni vengono finalmente rivelate al protagonista, in un esercizio di autoanalisi tanto giocoso quanto coinvolgente. Allo stesso modo i motivi dell’abbandono di Faye non si riducono ad un singolo, folgorante avvenimento, bensì ad un’ordinata concatenazione di piccoli eventi che portano inevitabilmente al drammatico climax dell’abbandono.

Hill porge esplicitamente omaggio anche ad alcuni grandi maestri della letteratura americana (fanno capolino tra le pagine i nomi di Allen Ginsberg, Arthur Miller e Norman Mailer) ma preferisce relegarli sullo sfondo in favore della vicenda di questa gente comune, lasciata alla deriva in un mondo che non sono troppo sicuri di comprendere, ognuno con la propria differente visione ugualmente esatta e parziale a quella degli altri, come testimonia l’incipit del romanzo. Da questo punto di vista sembra quasi di intravedere lo spettro dei Pynchon e dei Roth ucroniani senza la patina di avanguardia formale che li contraddistingue, ma ugualmente volto a creare una controforza alla storia canonica, che possa fornire una versione dei fatti più straniante e stimolante, che inviti il lettore a considerare tutti i crismi della vicenda per capire da che parte stare: in netta contrapposizione, quindi, alle figure interne al libro, che devono essere ridotte ad una ignavia macchiettistica.

The Nix non è esente da difetti: i momenti comici paiono a volte esageratamente forzati e alcuni personaggi suonano come troppo monocordi ed autoconclusivi per non sfigurare davanti al peso psicologico offerto dai protagonisti; la voce narrante di Hill, nei rari momenti in cui non è filtrata dalla prospettiva di uno dei tantissimi attori sulla scena, risulta leggermente verbosa ed eccessivamente autobiografica, tanto più che lo stesso autore ha dichiarato di aver dovuto rassicurare la propria madre all’uscita del libro per evitare che si immedesimasse troppo con la figura di Faye. Questo però non riesce a scalfire l’incredibile attrattiva del romanzo, che nelle sue oltre 600 pagine raramente diventa stucchevole e si lascia bere a grandi sorsi dal lettore medio. Forse l’unico vero, grande disappunto è da trovarsi tutto nelle ultime pagine, non tanto per il finale dolciastro, quanto più per la sensazione di opportunità persa nel tirare un significativo affondo a quello che è uno dei grandi temi del romanzo: la protesta come forma di identificazione.

Se la partecipazione di Faye alle proteste della Chicago sessantottina rappresenta la chiave di volta del romanzo, anche il resto della famiglia Andersen ha occasione di misurarsi con l’autorità: in uno dei passaggi rivelatori del libro si scopre infatti che Frank, il padre di Faye, è scappato dalla Norvegia per fuggire dall’imminente occupazione nazista, in conflitto col resto della popolazione; Samuel, invece, partecipa ad una manifestazione per onorare le vittime di guerra in Iraq e ha un breve contatto con gli attivisti di Occupy Wall Street. E se sua madre e suo nonno avevano trovato in quelle iniziative una raison d’etre per riiniziare la propria vita, perché perseguitati da un passato gravoso, Samuel invece è apatico di fronte ai movimenti di protesta della sua generazione, tanto più che il finale mostra solo dei minimi cambiamenti nella vita del nostro protagonista, finalmente e nuovamente sicuro sulla propria strada già tracciata da tutte le situazioni che hanno creato la sua vita. L’amara sensazione finale è quella di avere davanti agli occhi un personaggio non troppo dissimile dal lettore, incerto e confuso di fronte alla enorme massa di informazioni che ha dovuto processare e che non riesce a inquadrarsi in una posizione che sia veramente ed unicamente sua: e forse è proprio questa la maledizione di The Nix.

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By | 2017-09-06T10:06:29+00:00 settembre 6th, 2017|Recensioni|0 Comments

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