Questo saggio recupera una voce della letteratura americana poco ricordata ma che, invece, con il suo romanzo The Good Earth ebbe un successo travolgente non solo in America: Pearl S. Buck.L’autrice non dovrebbe essere ricordata solo per essere stata insignita del premio Nobel per la letteratura nel 1938 (prima donna in America, dopo due Nobel dati nel 1930 a Lewis e nel 1936 a O’Neill). Dovrebbe esserlo anche per la portata rivoluzionaria che ebbe sul senso identitario dell’America, nazione sempre più presente nello scenario internazionale, avviata al ruolo di grande potenza alla vigilia della seconda guerra mondiale.

1. Introduzione
2. The Good Earth: uno sguardo al romanzo
3. L’America che accolse The Good Earth
4. Pearl S. Buck: breve biografia
5. Contesto storico cinese
6. Conoscere la Cina attraverso The Good Earth
7. Il discorso di Pearl S. Buck per l’accettazione del Nobel
8. L’uomo e la terra: la ciclicità in The Good Earth
9. Una chiave di lettura di genere in The Good Earth

1. Introduzione

Per riuscire a capire l’importanza del messaggio lanciato dall’autrice, riassumibile nell’espressione Asia Consciousness, bisogna passare in rassegna alcuni elementi cruciali: il contesto americano in cui venne accolto il suo romanzo forse più noto, che fortemente contribuì alla sua popolarità e a farle vincere il Nobel, The Good Earth (1931) (tradotto in italiano La buona terra, dato alle stampe nel 1933, edizioni Medusa); la sua biografia che, inevitabilmente, si fonde col contesto storico cinese e le influenze da esso ricevute; il modo in cui la cultura cinese traspare dalle pagine del romanzo anche sotto forma di insegnamenti da parte dell’autrice; la componente ‘didattica’ che permea il suo lavoro e che si evince nel suo discorso di accettazione del premio Nobel. Questo saggio analizzerà tutti questi aspetti prendendo come perno di analisi proprio il romanzo suddetto, La buona terra.

2. The Good Earth: uno sguardo al romanzo

Il romanzo copre un periodo temporale coincidente con i primi anni del ventesimo secolo e si apre con il matrimonio di Wang Lung, figlio di un agricoltore ormai troppo vecchio per continuare i lavori nel campo. Dopo la morte della madre, troppo povero per permettersi schiavi, Wang Lung ha trascorso la vita curando il padre e coltivando la terra. All’inizio del romanzo Wang Lung è felice: da lì a poco, sarà la sua futura promessa sposa, O-Lan, una giovane schiava della nobile casata Hwang, a prendere il suo posto nella cura del padre e della casa. Per lui sta così per iniziare una nuova vita.

Grazie all’aiuto nel lavoro dei campi e il clima favorevole al raccolto, Wang Lung riesce a risparmiare del denaro e comprare un appezzamento di terra dalla nobile famiglia, nel frattempo in decadenza. La famiglia Wang ben presto si allarga: O-Lan dà alla luce due figli maschi e una figlia.

wang o lan good earth canadausaIl clima peggiora e arriva la siccità. La penuria di cibo e le tristi condizioni portano alla diffusione di pratiche brutali ai fini della sopravvivenza, incluso il cannibalismo. Profondamente contrario a tale pratica, il giovane Wang Lung si ciba della terra diluita con acqua e sacrifica il vecchio bue che aveva sin da piccolo, per sfamare la sua famiglia. Il dolore che prova alla vista dei suoi cari consumati dalla fame, dei ventri enfiati dei piccoli e della condizione misera cui era ridotta la moglie (incinta di una nuova bocca da sfamare), lo spinge a considerare plausibile l’idea di fuggire a sud, avendone sentito raccontare della ricchezza e dell’agio. La quartogenita nasce morta. Aiutato dalla moglie, vende le sue vettovaglie allo zio e a due sciacalli, ricavandone quanto basta per andare a sud con un nuovo mezzo di trasporto di cui aveva sentito parlare in città: il treno.

La permanenza a sud permette a Wang Lung di prendere coscienza di come la vita fuori dai campi sia ben diversa da quella di una grande città meridionale, dove si guadagna argento mendicando, facendo da trasportatore e lavorando di notte. Avulso alla città, che stava trasformando i figli in piccoli ladri, comincia a desiderare di tornare ai campi, unica fonte di ricchezza per lui che, misero contadino, non capisce i discorsi dei giovani di quella città che spronano a una rivoluzione contro i ricchi.

o lan wang the good earth canadausaBen presto questa rivolta arriva e Wang Lung e la famiglia ne rimangono coinvolti. Durante un’incursione nella ricca villa dei signori della città, Wang Lung e O-Lan rubano tanto oro da permettersi di tornare ai campi e vivere in agiatezza, comprando un nuovo bue, arnesi da lavoro e nuovi campi. Le traversie e le difficoltà hanno però lasciato un segno indelebile nella vita della famiglia: la prima figlia resta muta. Invano si tenta di insegnarle qualche vocabolo. La piccola si limita a stringere il dito del padre e sorridere ogni qualvolta incroci il suo sguardo. Gli altri due figli vengono istruiti presso la migliore scuola della città, affinché aiutino il padre negli affari.

O-Lan dà alla luce due gemelli: la piccola viene data in sposa a un giovane della città, appena è in età di matrimonio; il maschio viene destinato al lavoro nei campi, così privato di quell’istruzione che avrebbe tanto desiderato. Le ricchezze di Wang Lung aumentano, compra ciò che rimane delle terre dell’ormai decaduta famiglia Hwang e assume braccianti per i lavori nei vari appezzamenti.

La situazione climatica non è favorevole: le inondazioni dei fiumi bloccano il lavoro nei campi. Wang Lung smette di mostrare a O-Lan la benevolenza e la gratitudine provate fino ad allora. Madre dei suoi figli, lavoratrice instancabile nei campi e nelle mura domestiche, O-Lan non ha nulla di quella bellezza che contraddistingue la moglie di un ricco proprietario terriero, quale Wang Lung è ormai diventato. Il cambiamento di status sociale rivela a Wang un aspetto del suo carattere fino a quel momento sconosciuto perfino a lui.

Comincia a frequentare una casa del tè altolocata, che meglio si adatta al suo cuckoo the good earth canadausanuovo rango sociale. Lì incontra una serva della famiglia Hwang che fa da intermediaria tra lui e Lotus Flower, una giovane prostituta di cui subito si innamora. Avido di passione per la giovane, impaurito dal doverla condividere con altri e stanco della donna priva di bellezza che aveva sposato, decide di costruire nella sua casa un cortile interno con appartamenti in cui accogliere la giovane concubina e la sua schiava Cuckoo. Questa nuova situazione è, comprensibilmente, mal tollerata dal vecchio padre e dalla moglie, che, però, nulla possono.

Due nuovi personaggi arrivano alla casa di Wang Lung: due zii poveri, ai quali il nipote non può che mostrare rispetto e accogliere, ma che, in realtà, cercano di approfittare della ricchezza del nipote. Lo zio è un personaggio ambiguo, legato a bande di saccheggiatori; la sua presenza nella casa di Wang Lung la preserva dalle razzie.

tilly-losch-lotus-flowre-canadausa-the-good-earthImpotente davanti ad una situazione per lei umiliante, O-Lan riversa il suo rancore sulla serva Cuckoo, che le ricorda la sua antica condizione di schiava presso la casa dei ricchi Hwang. In una situazione familiare degenerata, le ricchezze di Wang vengono rapidamente esaurite per soddisfare i desideri di Lotus Flower, permettere al figlio maggiore di studiare al sud (con la scusa di tenerlo lontano da Lotus Flower), e soddisfare i capricci degli zii. Wang e il figlio maggiore (nel frattempo sposatosi per rendere felice la madre prima che morisse) decidono di viziare gli zii con l’oppio, rendendoli quindi dipendenti dal fumo, riducendoli ben presto all’immobilismo.

O-Lan si ammala e dopo il matrimonio del primogenito spira, seguita non molto tempo dopo dal vecchio padre di Wang Lung e Cing, il bracciante più caro. Su consiglio del figlio maggiore e del secondogenito, Wang acquista la casa dei decaduti Hwang e ivi si trasferisce. I tempi si fanno duri soprattutto a causa dell’arrivo della guerra al nord, subito dopo il matrimonio del secondogenito.

Il vecchio zio di Wang Lung muore consumato dall’oppio e della zia ormai non rimane che una figura immobile in un letto a fumare. Tra i soldati dell’esercito di rivoltosi, pronti ad accamparsi nella dimora di Wang Lung, vi è anche il nipote, che provoca due grandi cambiamenti nella casa: l’ultimo figlio maschio di Wang Lung, il gemello, si presenta al padre chiedendo di potersi arruolare; il nipote chiede di avere tutta per sé una giovane serva, Pear Blossom, che Wang Lung aveva acquistato quando ancora in fasce, ed è così che si accorge di provare qualcosa per la giovane, negandola quindi al nipote. Scopre di essere amato a sua volta dalla giovane, la quale diventa la sua nuova concubina fino alla fine dei suoi giorni.

Wang, prossimo alla morte, porta i primi due figli maschi a vedere il pezzo di terra che voleva destinare alla sua tomba e chiede di poter essere assistito nella morte presso la vecchia casa di campagna. Il romanzo termina con il vecchio Wang Lung piangente all’idea che i figli possano vendere la terra dopo la sua morte.

3. L’America che accolse The Good Earth

Il mito vuole gli anni Venti in America come anni frenetici e favolosi, anni di grande ottimismo, veloce cambiamento, dai ritmi di vita intensi. Furono gli anni delle flappers, del charleston, delle Ford Modelli A e T, dei cocktails, degli speakeasies, Hollywood e del grande business, le cui azioni salivano alle stelle da un giorno all’altro. Anche nel mondo dell’industria ci furono molti cambiamenti: dalle tecniche di produzione di massa all’espansione industriale senza precedenti; dai prodotti in scatola, alle catene di grandi magazzini.

Eppure, a questo ottimismo di facciata corrispondevano una tensione sotterranea e delle lacerazioni disastrose: la prima guerra mondiale, per quanto combattuta altrove, era rimasta dentro l’America, portata in patria dai reduci memori di episodi dolorosi e indimenticabili, dando l’impressione che la si fosse combattuta per interessi di banchieri, imprenditori e politici. In America la guerra aveva rappresentato un’estrema centralizzazione della vita economica e sociale: all’indomani del primo conflitto mondiale, gli Stati Uniti avevano un credito nei confronti degli Alleati tanto grande da toccare nel 1927 cifre vertiginose e diventare economicamente la guida del mondo occidentale.

Lo scoppio della Red Scare, a seguito della rivoluzione russa dell’ottobre 1917, raggiunse l’apice con l’uccisione di Sacco e Vanzetti nel 1927 (due anarchici italiani accusati nel 1921 di un delitto non commesso), nonostante la forte mobilitazione internazionale per dimostrare la loro innocenza. La Red Scare prese poi forme diverse: dal fanatismo religioso al gruppo Ku Klux Klan, alla sindrome dell’invasione da parte del nemico e del suo essere già nascosto nella società.

Il presidente Harding propugnò il ritorno alla normalcy, tenore di vita e salari aumentarono. Il benessere però, non era per tutti: come contraltare crebbero anche sfruttamento e precarietà sul posto di lavoro. Allo stesso tempo esplose il fenomeno dell’urbanizzazione con l’emigrazione interna verso le grandi città del nord e della costa orientale, in particolar modo di afro-americani. Mentre industrializzazione e urbanizzazione proseguivano, anche a livello agricolo presero il via trasformazioni non indifferenti: molte terre rimasero incolte, la produzione agricola calava, i prezzi crollavano.

Se economicamente parlando gli Stati Uniti si ergevano a superpotenza mondiale, dal punto di vista civile, invece, la crisi regnava sovrana. Disillusione e insoddisfazione avevano portato all’espatrio molti intellettuali americani o alla creazione di gruppi socioculturali nella popolazione. Tra questi, ad esempio, neri e immigrati, con le loro forme di espressione individuale, non potevano far altro se non entrare in conflitto dialettico con il resto della popolazione, contribuendo al disagio. Da qui la voglia sempre più forte di un ritorno al passato, un recupero della memoria in un frame nostalgico.

Il 24 ottobre del 1929, data passata alla storia come ‘il giovedì nero’, l’America e il mondo intero furono travolti dalla crisi bancaria di Wall Street. Essa fu la conseguenza diretta della normalcy e della prosperità dei roaring twenties, della saturazione del mercato interno e internazionale incapaci di riassorbire tutte le merci prodotte. Più di sei mila baWall Streetnche chiusero, più di 74 miliardi di dollari in valori azionari andarono in fumo, 85 mila aziende fallirono e 300 mila famiglie rimasero senza un tetto a causa delle ipoteche non corrisposte. Gli squilibri sociali erano diventati visibili a tutti gli strati della popolazione, non solo a quelli a cui si è appena accennato.

Sorsero in ogni città le hoovervilles, baraccopoli di legno chiamate in questo modo per ricordare ironicamente il presidente che, pochi giorni prima del crollo di Wall Street, aveva dichiarato che il benessere sarebbe diventato una realtà tangibile per ogni cittadino americano. Dal 1933, le misure adottate dal governo Roosvelt riuscirono a riassorbire solo parte di questa dilagante disoccupazione. In realtà, a non funzionare era l’intera struttura economica del paese il quale, ben presto, nel 1937-38, si ritrovò ad affrontare una nuova crisi economica: l’America ne usci solo con la seconda guerra mondiale.

Se da una parte la situazione di degrado economico si accompagnava a rassegnazione e amarezza, dall’altra parte c’erano sempre più movimenti di ribellione e sommossa: il sitting down messo in atto nella General Motors di Flint, nel Mitchigan; le ribellioni dei contadini nello Iowa; le organizzazioni dei minatori della Virginia; le marce dei reduci a Washington; la nascita di nuovi sindacati industriali.

Il crollo dell’ottimismo, l’amarezza per le promesse non rispettate e il senso di tradimento degli ideali nazionali fecero da sfondo all’arrivo degli anni Trenta, capaci di contenere movimenti e istanze a volte molto diversi tra loro. Il New Deal di Roosvelt più che salutare una nuova era di prosperità segnò l’avvento dell’ingerenza dello stato nella vita economica del paese. In questo clima di fermento ideologico prese piede sempre più la componente comunista, che si era fatta sentire già da tempo gettando nel terrore i politici d’oltreoceano e che cercava in quel momento di dare spiegazioni storico-sociali e forte richiamo a ideali di giustizia.

La letteratura americana fu interprete della voglia di ritorno alle origini mostrando l’amore per la terra, il legame con la società contadina, con scenari a volte tutt’altro che idilliaci, con difficoltà che però trovano poi sempre riscatto: la terra, madre parsimoniosa, se da una parte non perdona, dall’altra parte non tradisce mai. La benevolenza e la parsimonia rappresentate dalla terra, spesso vengono incarnate dalla figura femminile dei romanzi che esprime questo ritorno alle origini contadine. Sono questi i valori e i sentimenti che si ritrovano anche nel romanzo della Buck: sebbene ambientato nella lontana Cina, l’opera è imbevuta di ideali agrari cari anche all’America rurale e trascendentale. Ideali che l’autrice rispetta, nonostante il suo essere donna capace di trascendere il cliché femminile spesso associato a quella tradizione.

4. Pearl S. Buck: breve biografia

Pearl S. Buck nacque nel West Virginia nel 1892 da una coppia presbiteriana che svolgeva opera missionaria in Cina, nazione in cui tornò a pochi mesi dalla nascita della piccola.

Lo stile di vita descritto nel romanzo è lo stesso che l’autrice in prima persona ha vissuto tra le strade delle città cinesi dove ha trascorso i primi anni di vita, e da adulta, dopo le parentesi statunitensi di studio e di lavoro. La rivolta di cui parla anche nel romanzo, le guerre, le sommosse, lei stessa le ha viste in prima persona affliPearl S. Buckggere la propria famiglia fino al tragico episodio della rivolta dei Boxer. La rivolta dei Boxer esplose nel 1898 dalle insurrezioni di gruppi nazionalistici che si opponevano alla dinastia regnante e, in un secondo momento, agli occidentali e ai missionari cristiani. La rivolta si concluse nel 1901 con la disfatta cinese. Nonostante avesse subito episodi di razzismo da parte di molti amici cinesi, la Buck rimase fedele, insieme ai suoi genitori, al principio di uguaglianza tra i popoli.

Si trasferisce con la famiglia a Shangai e viene educata in un ambiente bilingue. Da un lato, la sua balia cinese la alleva iniziandola ai precetti buddhisti e alle leggende taoiste popolate da fantastiche creature. Il suo tutore Mr. Kung le impartisce lezioni sui classici cinesi e sulla dottrina di Confucio. D’altro lato, invece, la madre le trasmette l’amore per la scrittura, introducendola allo studio della letteratura inglese. Questa sua eredità culturale ricca di tradizioni occidentali e orientali traspare nelle sue memorie, dove scrive di aver vissuto

in several worlds, one a small, white, clean Presbyterian world of my parents, [and the other] big, loving merry not-too-clean Chinese world and there was no communication between them” (Pearl S. Buck, My Several Worlds: A Personal Record, New York: John Day, 1954, 10).

Dal 1911 al 1914 completa la sua formazione scolastica in America laureandosi presso il Randolph-Macon Women’s College in Virginia. Dopo questa parentesi torna in Cina dove sposa pochi anni dopo John Lossing Buck, con cui comincia a insegnare presso l’Università di Nanking e dal quale ha una figlia, nata disabile. Seguendo il marito in America per una pausa dall’insegnamento, porta a termine un master presso la Cornell University. Nel 1925 adotta una seconda bambina.

Nell’autunno dello stesso anno ritorna in Cina e la serie di episodi negativi (nel frattempo la madre dell’autrice muore) raggiunge l’apice con l’incidente di Nanchino in cui nuovamente come successe in precedenza per la rivolta dei Boxers, molti occidentali vengono uccisi durante una sommossa che vede coinvolti nazionalisti, comunisti e signori della terra, ed è costretta a riparare in casa di una famiglia vicina. Questo episodio termina con la fuga in Giappone per un anno.

Torna in Cina e, stimolata dalle amicizie con scrittori professionisti, vuole dedicare la sua vita alla scrittura ma le servono soldi per il trattamento medico specifico per la primogenita. Per questo motivo torna in America. Lì incontra un editore, Richard Walsh, che decide di dare alle stampe East Wind: West Wind, cominciando un sodalizio letterario e una relazione che sfocia in matrimonio da lì a poco tempo, dopo il divorzio col primo marito (nel 1935). Tornata in Cina, comincia a scrivere La buona terra, dato alle stampe nel 1931, che le porta il Pulitzer Prize for Novel l’anno successivo. Nel 1934 lascia la Cina intenzionata a non tornarvi. Il sostegno e la fiducia ispiratele dalla nuova relazione coniugale le permettono di portare avanti una carriera prodigiosa e brillante. La coppia rimane in Pennsylvania fino alla morte. L’autrice si spegne nel 1973.

5. Contesto storico cinese

La Cina che viene dipinta nel suo libro è una Cina in transizione. Ricostruendo la cornice storica del romanzo, a partire da alcuni particolari quali la prima rete ferroviaria e le rivolte popolari, è evidente come il romanzo sia ambientato nei primi anni del ventesimo secolo. Già a partire dalla metà del diciannovesimo secolo fu impossibile per la Cina evitare che gli occidentali entrassero nel Paese.

Con le Guerre dell’Oppio (1839-42; 1856-60), una serie di trattati, noti come Unequal Treaties, diede il via libera alle potenze occidentali per accedere alle acque cinesi, garantendo a tutti gli stranieri immigrati maggiori esenzioni dalla legge cinese.

Cominciarono le prediche dei missionari venuti dal mondo occidentale nella speranza di convertire al cristianesimo il popolo orientale e aumentò anche il malcontento popolare sfociato nella già citata Rivolta dei Boxer tra il 1898 e il 1901. In questo episodio lunghe fila di occidentali persero la vita per mano degli rivoltosi cinesi. La reazione di USA, Russia, Gran Bretagna, Francia e Giappone fu quella di inviare truppe contro gli insorti finendo col determinare, con un trattato alla fine della rivolta, il diritto per le superpotenze di stanziare delle truppe nel territorio cinese a tempo indeterminato.

Nel 1911 la dinastia Qing al governo dal diciassettesimo secolo venne detronizzata. Per ben trentotto anni differenti gruppi politici avevano cercato di salire al comando del paese mentre le mire espansionistiche di altri governi, quali soprattutto il Giappone, rendevano la situazione ancor più aspra. Dopo questo quarantennio di instabilità politica, venne fondato da Mao Zedong il partito popolare cinese. Durante questi lunghi anni però i Nazionalisti avevano tentato di cementare la loro importanza alleandosi con il Partito Comunista (strategicamente, per poterne controllare le mosse), per ascendere al governo strappando via il controllo politico che si assumevano le dinastie locali (i signori della guerra). Forte del sostegno dell’Unione Sovietica, tra il 1926 e il 1927, il Partito Nazionalista lanciò la sua spedizione verso il nord conquistando i possedimenti dei signori della guerra.

6. Conoscere la Cina attraverso The Good Earth

Nel romanzo questa marcia verso il nord è avvertita da Wang Lung solo verso le ultime pagine, quando il nipote, divenuto condottiero, si ferma per lungo tempo nella nuova dimora di Wang Lung. Wang Lung ha sentito parlare della guerra ma ben poco sa a riguardo. Vive le sommosse e la guerra con poca coscienza di ciò che avviene ma allo stesso tempo ne è coinvolto. Ad esempiMarcia a nord, 1927o: ha paura di essere catturato dall’esercito che pattugliava le strade della grande città del sud; grazie alla sommossa, prende dell’oro raccolto nella casa dei ricchi fuggiti impauriti, e torna a vivere al nord in agiatezza; patisce la presenza di questi soldati minacciosi con armi da fuoco mai viste prima d’allora, memore dei racconti su come venga ucciso chi tenti di cacciarli dalle proprie case; alle parole del figlio “la nostra terra deve essere liberata” (cap. 32), cerca di persuaderlo a non arruolarsi.

Nel raccontarci queste vicende, umili e tragiche allo stesso tempo, Pearl S. Buck ci fa capire cosa significhi vivere alla luce della fiducia nelle qualità umane, del coraggio, delle severe autocritiche, della tolleranza, delle relazioni sul filo del rasoio tra generazioni diverse. Quello che forse più importa sottolineare a riguardo è il fatto che il pubblico medio americano grazie a questi libri diventa Asia Conscious, ovvero, diventa consapevole del fatto che esista un continente di cui fino ad allora l’americano medio sapeva, in fondo, ben poco.

Pearl Buck contribuisce così a creare la consapevolezza dell’esistenza di milioni di persone che si mantengono aggrappate alle loro vite senza nessuna forma di religione ma solo grazie all’attaccamento alla propria terra e grande senso di dignità nel lavoro dei campi. Possono così essere spiegate anche le reazioni emotive dei lettori, che scoprono sgomento e rimorso di fronte alla miseria e allo stile di vita che la scrittrice evocava con mano ferma e realista.

Ogni pagina è segnata dal senso di decadenza, uomini che cadono e falliscono, sfiducia in quella che i cristiani indicano come provvidenza. La scrittrice conobbe in prima persona anche questo senso di decadenza. In Cina, aveva vissuto in una città franca. Una striscia di terra costituiva la concessione britannica, cinta da alte mura, con grandi cancelli di ferro. Nella concessione vivevano americani e britannici. L’unica eccezione alla regola erano alcune famiglie di missionari e tra esse quella dell’autrice, che preferiva vivere tra gli umili cinesi.

Questa scelta sembra poggiare sull’intenzione di stabilire un vero e proprio dialogo volto alla conoscenza della cultura cinese (sebbene tale conoscenza sia comunque finalizzata alla conversione dei cinesi); tuttavia, diversa è l’interpretazione che ne viene fatta e allo stesso tempo è ben distante da quello che spiega un testo cinese dei tempi di Mao Zedong:

“questi missionari stranieri, i cattolici soprattutto, mentre facevano costruire chiese si impadronivano di terre, minacciavano i funzionari locali, s’ingerivano nell’amministrazione, intervenivano nello svolgimento dei processi, raccoglievano vagabondi e ne facevano dei “convertiti”, di cui si servivano per opprimere le masse. Un tal modo di agire non poteva che provocare l’indignazione del popolo cinese.” (C. Po-tsan, S. Hsun-cheng e H. Hua, Storia della Cina antica e moderna, 1960, p.117).

La conversione religiosa da parte degli occidentali doveva essere portata avanti in un contesto in cui larga era stata la diffusione della dottrina di Confucio, costituita da una serie di regole di saggezza e di galateo prive di rigore. Questi insegnamenti vennero trasmessi dai discepoli sotto forma di massime e parabole poggianti su un solo principio: il bene dell’uomo risiede nell’uomo stesso.

Da questi insegnamenti della dottrina si ricavano degli spunti di riflessione rintracciabili anche nelle scene descritte in maniera naturalistica dalla Buck nel suo romanzo La Buona Terra: l’immobilismo, la voglia di non andare contro il destino che la sorte ha assegnato, comportarsi convenientemente secondo la condizione di vita in cui si nasce, venerare i sapienti, onorare i trapassati bruciando di fronte a loro bastoncini di incenso, senza implicazioni nella credenza di una realtà nell’oltretomba o nella condanna delle azioni umane.

Già i gesuiti tentarono di convertire la Cina ai loro precetti nel 1600 e scoprirono che i cinesi non erano un popolo eccessivamente devoto alle credenze religiose o sedotto dall’idea del trascendente. In quanto al Vangelo, fu facile predicarlo e farlo accettare perché conteneva norme di vita morale non dissimili da quelle di Confucio.

Eppure in un clima che tanto professava la pace e l’uguaglianza ben presto presero piede le sommosse, le testate giornalistiche rivoluzionarie, il crollo delle dinastie, gli scontri tra i signori della guerra e le repressioni attuate dal partito nazionalista (intento nel frattempo a limitare lo sviluppo del nascente partito comunista).

La Buck visse queste esperienze al lato del primo marito, un missionario. Tutto ebbe riverbero nelle sue opere e quindi anche ne La buona Terra: una delle figlie di Wang è muta dalla nascita a causa delle sofferenze patite dalla madre a seguito della carestia. Lui non se ne separò mai e chiese alla sua ultima concubina di prendersi cura della giovane.

Altra figura che ritroviamo nel romanzo (cap.13), che è il risultato di ciò che l’autrice riporta nel libro dalla sua esperienza di vita, è il giovane letterato, ovvero il giovane cinese che torna in patria dopo anni di formazione all’estero.

L’autrice non riuscì mai a dar vita a sodalizi intellettuali con questi giovani letterati formatisi all’estero, dato il suo pensiero costantemente rivolto a coloro i quali versavano la propria vita nel fedele lavoro nei campi, con forza e bontà, anche in condizioni di vita al pari degli animali. Questi giovani intellettuali erano sì animati da senso patriottico ma della loro patria, quella sofferente e riversa nei campi, conoscevano poco o nulla.

Non sapevano cosa significasse guardare ogni giorno il cielo aspettando le piogge a consolare i contadini e i loro raccolti, o sperare che la siccità e le catastrofi si mantenessero quanto più rare possibili. Era una Cina grande, tollerante, analfabeta, misera, sporca, ben diversa da loro che, laureati in scienze economiche, salivano su pedane improvvisate nei villaggi e predicavano la necessità di trasformare l’agricoltura, le misure igieniche, e tuonavano contro l’imperialismo.

La situazione nel Paese divenne sempre più aspra. La marcia al nord di Chang Kai-Scek cercava di contrastare più i comunisti piuttosto che gli invasori giapponesi al nord. Non potendo contare sul proletariato industriale facevano propaganda nelle campagne ed era ormai chiaro che sarebbero arrivati al potere grazie alle masse contadine.

Questi discorsi dei giovani alle masse di poveri contadini sono presenti anche nelle pagine de La buona terra, vissute con stupore da Wang Lung che, di fronte al poter essere ricco ricevendo ricchezze di altri più facoltosi, non comprendeva perché non si potesse vivere di sola terra. La terra, a differenza dei beni materiali, come ripeteva più e più volte, non poteva essere portata via come una moneta d’argento o delle stoviglie. Wang Lung non è pienamente consapevole dei cambiamenti e si limita a viverli in sordina, lasciando che lo sfiorassero. Quando, ad esempio, chiede ai nipoti se studiano ancora sui Quattro Libri, testi della dottrina di Confucio, i giovani ridono e gli rispondono dicendo: “no, nonno, nessuno più studia sui quattro libri dopo la rivoluzione”. La sua risposta è rivelatrice: “ah sì, ho sentito parlare di una rivoluzione, ma sono sempre stato troppo occupato in vita mia per farci caso. C’era sempre la terra.” (cap. 34).

In questo traspare chiaramente il simbolismo di cui è carica la figura di Wang Lung: l’attaccamento alla sua terra, la devozione al lavoro, e in questa sua incompleta presa di coscienza della rivoluzione possiamo rintracciare una passiva resistenza culturale, mentale, fatta da chi come lui vede la vita come strettamente volta alla sopravvivenza, grazie al lavoro nei campi. In contesto americano, questi principi non possono che essere ben accolti nel periodo di decadenza degli ideali contemporanei.

Le pagine del romanzo La Buona Terra contengono non solo riferimenti al reale e al contesto storico ma anche, e in egual misura, dei veri e propri insegnamenti, impartiti per meglio comprendere la Cina di quel tempo. Di fronte a usanze o tradizioni culturali, la scrittrice non ha problemi a interrompere la narrazione per chiarirci che quanto appena scritto fa parte della cultura a cui il lettore si sta avvicinando. Ad esempio: l’anno nuovo veniva festeggiato con dolci di riso particolari e lustrini rossi attaccati a stipiti e arnesi da lavoro con caratteri votivi che ricordavano il nome delle divinità, e tutto questo, come ricorda l’autrice, “era da tradizione” (cap. 4); nato il primo figlio, Wang Lung distribuisce delle uova dipinte di rosso “come la tradizione” vuole se il neonato è un maschio (cap. 3); il giorno del lutto per la morte dello zio, Wang Lung impone un anno di reverenza per il trapassato e lo fa segnalare con bende bianche alle caviglie del figlio maggiore perché, come spiega l’autrice, “bianco, è il colore del lutto per loro” (cap.30).

7. Il discorso di Pearl S.Buck per l’accettazione del Nobel

Di insegnamenti, PePearl S. Buck con il Re della Sveziaarl S. Buck ne elargisce molti ne La buona Terra, ma non solo. È come se per l’autrice si trattasse di una specie di vera e propria missione, portata avanti non solo nei romanzi ma in ogni occasione in cui può parlare in pubblico. Il discorso di accettazione del Premio Nobel conferitole nel 1938 rappresentò una nuova occasione in cui riproporla davanti ad una platea internazionale. Il conferimento dell’illustre premio è motivato dall’Accademia Svedese distintamente: “per le sue ricche ed epiche descrizioni della vita contadina in Cina e per i suoi lavori autobiografici”.

Ricevere quel premio e avere la possibilità di tenere un discorso di fronte a un pubblico tanto vasto e non ringraziare quella che potremmo forse considerare come patria d’elezione, la Cina, sarebbe stato, per l’autrice, impensabile. L’intero discorso di accettazione è una vera e propria lezione di letteratura e di vita. Riconoscente del fatto che non è stato il romanzo americano, ma quello cinese ad avvicinarla alla scrittura, Pearl S. Buck riconobbe nella Cina la patria cui lei sempre appartenne. Infatti spiega:

“it is the Chinese and not the American novel which has shaped my own efforts in writing. My earliest knowledge of story, of how to tell and write stories, came to me in China. It would be ingratitude on my part not to recognize this today.”

Consapevole del fatto che la tradizione letteraria cinese ha molto da dare alla tradizione e ai romanzieri occidentali, cominciò un lungo discorso, per nulla cattedratico, riprendendo quello che i suoi romanzi fino a quel momento avevano più volte descritto: “la Cina esiste, i cinesi e la tradizione letteraria cinese anche. Siatene coscienti”

Subito pose un freno a quanto poteva essere inteso dalle sue parole: con “Romanzo cinese” si riferiva alla tradizione indigena e non a quel prodotto culturale ibrido concepito da scrittori cinesi moderni influenzati dalle tradizioni straniere, ignoranti di quanto ricca fosse la tradizione letteraria della madrepatria.

In Cina, ricorda la Buck, il romanzo non rappresentava un genere artistico e i romanzieri non si descrivevano come artisti. Arte e romanzo restavano due mondi separati. La letteratura era considerata arte solo se prodotta dalle menti degli scholars, unici possessori del sapere in tutte le sue forme, unici a disporre dei mezzi necessari per l’insegnamento, unici a sapere come scrivere e come leggere. Non riconoscere nel computo delle arti anche il romanzo significava non ammettere che la materia di cui esso trattava, ovvero il popolo comune e il loro vivere quotidiano, fosse al pari delle altre arti. Il popolo ignorato, a sua volta, ignorava e delegittimava l’importanza degli eruditi, con battute e racconti di scherno.

La Buck precisa inoltre che in America una classe come quella degli scholars cinesi mancava. In Cina, essa rappresentava una realtà, una classe così tangibile e radicata nell’immaginario che poteva anche essere descritta minuziosamente nei suoi dettagli fisici, classe dedita allo studio della letteratura del passato e a una scrittura che potesse riportarla nel presente.

La resistenza ai nuovi stili letterari poteva proprio provenire dal fatto che, non identificabili in qualche opera del passato, essi non potevano essere catalogati e distinti razionalmente, così da essere solo convinti del fatto che, privi di catalogazione, allora non meritavano di essere considerati arte al pari di quanto si ebbe nel passato. Nel 1772 e nel 1776 vennero dati alle stampe due cataloghi che enumeravano i grandi generi letterari fino a quel tempo avvicendatisi nella storia cinese e il romanzo non appare tra essi. Il giudizio dell’autrice fu però chiaro e rassicurante per gli ascoltatori: questo mancato riconoscimento non era un problema. Al contrario, l’autrice dice:

“Happily […] man and book were free from the criticism of those scholars and their requirements of art, their techniques of expression and their talks of literary significances and all that discussion of what is and is not art”.

Quasi si trattasse di una sorta di resa dei conti, i sapienti scholars dovettero prendere atto del sempre maggiore interesse dei principi e degli imperatori nei confronti del genere da loro tanto screditato. Per affrontare l’attrazione dei sovrani per questo genere emergente, gli scholars fecero appello alla nozione di “rilevanza sociale”. Termine conosciuto da loro in primis e che prese piede solo in un secondo momento tra gli scrittori più giovani, indicava che un genere, per essere considerato arte, doveva essere rilevante a livello sociale.

La scrittrice crebbe a contatto diretto con queste idee e su esse avvenne la sua formazioneScholar cinese, XV secolo scolastica: il romanzo era strumento nelle mani del popolo e non nelle mani dell’erudito. Il linguaggio usato era quello del popolo e nulla aveva a che fare con i termini classicheggianti della tradizione colta.

Per essere più incisiva nella spiegazione, Pearl S. Buck paragonò il contrasto tra popolo e scholars cinesi a quello che ci sarebbe stato se vi fosse stato nel mondo anglofono chi professasse l’arte rimanendo ancorato all’inglese di Chaucer e chi, invece, avesse considerato la lingua del volgo in evoluzione. Chaucer, ai suoi tempi, scriveva in volgare, dunque usa la lingua del popolo. Questa, naturalmente, evolve nel tempo: se la lingua di Chaucer fosse stata considerata come la lingua dell’arte inglese, allora nel tempo si sarebbe allontanata dalla gente, sebbene da questa originata, tradendo la propria origine ‘popolare’.

La vincitrice del Nobel però non fece di tutta l’erba un fascio, ammettendo che c’era bisogno di distinguere tra gli scholars coloro i quali giunsero in Cina dall’India, portando con sé le tradizioni buddhiste. A differenza della tradizione religiosa puritana che in America si scagliò contro il romanzo, in Cina i buddhisti furono più saggi e usarono il romanzo come veicolo delle loro idee. Avevano bisogno di diffondere i loro messaggi di liberazione dello spirito e per farlo dovevano usare il linguaggio del popolo e questo era quello usato, appunto, dal romanzo. La storia divenne quindi mezzo di insegnamento religioso.

Lo scopo del raccontare era provocare piacere. Piacere non inteso solo come risata ma come completo assorbimento della persona nella conoscenza della vita e del suo significato, presentando alle persone il loro sé. La ragione per cui il linguaggio usato per il romanzo era il vernacolo dell’uomo della strada era che la maggior parte del volgo non sapeva né leggere né scrivere. Infatti, in un paese poteva capitare che solo una persona fosse in grado di leggere e avrebbe dovuto farlo in un luogo comune, alla presenza di molti e col linguaggio conosciuto da tutti. Da qui, l’esigenza di scrivere così come le persone volevano sentirsi riferire le cose: un modo chiaro ed efficace, condiviso e non legato a tradizioni lasciate alle spalle ormai da tanto tempo.

La passione per le storie, e in modo particolare per i racconti d’amore, stimolò il cantastorie alla scrittura di nuovi racconti, magari ascoltati in precedenza da altre persone con cui veniva a contatto nei lunghi viaggi per commissione dell’imperatore e tali storie poi narrava al popolo nei luoghi di raduno. Il popolo voleva il racconto e tale racconto, in quanto azione, evento, non doveva essere rallentato nemmeno dalle pause descrittive. Non era nemmeno un’azione svolta senza senso, cruda e nuda. Quello che spicca è lo spessore psicologico del personaggio che, una volta tracciato e reso vivo, rende riconoscibile il personaggio anche solo da un breve accenno a un’azione, senza indicare per forza il nome del personaggio stesso ogni qual volta entri in scena.

I cantastorie nacquero dall’esigenza degli imperatori di sapere cosa pensasse il popolo del loro operato al governo della regione e, allo stesso tempo, far conoscere le decisioni prese dall’imperatore riguardo il governo. Erano dei veri e propri intermediari tra potere e popolo. Venivano per questo chiamati anche imperial ears, orecchie imperiali.

Non sempre l’imperatore era erudito e risultava spesso più interessato alle storie del popolo piuttosto che alle notizie di stampo politico di cui si facevano portavoce i loro messaggeri. Per preservare il ricordo di quanto gli veniva raccontato dal popolo, quegli imperial ears annotavano i racconti e, consapevoli dei gusti dei loro signori, cercavano di tramandare quello che l’imperatore voleva sentirsi raccontare. Allo stesso modo i cinesi volevano sentirsi dire qualcosa che gli facesse percepire come in fin dei conti l’imperatore fosse prima di tutto una persona come loro e che quindi doveva affrontare giorno dopo giorno problemi con la moglie e i servi. Ecco che nacque il romanzo cinese, scritto in vernacolo, basato su leggende e miti, amori e intrighi, briganti e guerre, e tutto quello che avesse a che fare con la vita delle persone.

La Buck, nel descrivere la nascita di questo genere letterario, si soffermò poi sulla figura dello scrittore. Chi scriveva questi romanzi? I letterati a lei contemporanei cercavano di dare risposte a questo interrogativo studiando i testi scritti secoli addietro, ma senza grandi risultati. Ciò che sicuramente li ha resi grandi è stato il passaparola delle storie che avevano raccontato. Le loro opere sono sopravvissute perché il popolo aveva deciso cosa salvare e cosa no. Un buon romanziere per la scrittrice è colui il quale scrive mantenendosi avulso a forme tecniche pedanti e distinguibili chiaramente, perché smetterebbe di essere un romanziere e diventerebbe un tecnico della scrittura, cosa che il popolo non chiedeva a chi avrebbe dovuto intrattenerlo e allietarlo.

La lezione della Buck non terminò con questo excursus sulla nascita del romanzo. Continuò portando la realtà cinese a contatto con quella americana: a detta dell’autrice il romanzo cinese non era perfetto, se paragonato agli standard imposti dalla tradizione occidentale. Non è un romanzo pianificato fin dal principio nella sua stesura, è molto lungo, saturo di imprevisti, sovraffollato da personaggi. I primi, per di più, sono immersi nel folklore.

La Buck però avvertì tuonante: “nessuno può comprendere il pensiero cinese di oggi senza aver letto quei romanzi, perché anche essi hanno forgiato quella mentalità”. Il folklore esiste, quindi, che gli occidentali e gli eruditi cinesi lo vogliano ammettere o no. Le storie narrate erano lo specchio dell’età in cui erano scritte. Si passò dallo humor forte, alle materie basse e leggere, fino a giungere al periodo argenteo in cui spiccavano le storie d’amore che non terminavano mai col coronamento della coppia col matrimonio felice. Al contrario, si prediligono gli amori extraconiugali e che finiscono in tragedia nella maggior parte dei casi.

La popolarità che queste storie ricevevano era un campanello d’allarme per i canoni ufficiali e in modo particolare si vedeva in pericolo la famiglia quale fondamento della civiltà cinese. Le reazioni non mancarono. Per i cinesi le parole sono mezzi per evocare tradizioni di secoli addietro, mentre per gli occidentali non vale la stessa cosa, a detta dell’autrice che professava in questo modo un ruolo illuminante della tradizione orientale per la occidentale.

Il discorso della Buck si conclude col suggerimento secondo cui un romanziere non dovrebbe avere come scopo quello della letteratura così come intesa dagli scholars perché essa non include il suo soggetto di studio, ovvero l’uomo. Deve saper raccontare ciò che le persone vogliono sentirsi dire: parlare della pace agli uomini vecchi e stanchi, di dei ai pellegrini in viaggio, di terra ai contadini, dei figli lontani alle madri troppo anziane, e agli uomini e alle donne giovani deve parlare di ciascuno. Epica la chiusura, che non smentisce la ragione per cui fu insignita del Premio Nobel “almeno così mi hanno insegnato in Cina”, e aggiungerei “così, oggi, io lo insegno a voi”.

8. L’uomo e la terra: la ciclicità in The Good Earth

Il romanzo potrebbe essere letto come un esempio di ascesa sociale grazie all’impegno e alla dedizione per il proprio lavoro. Questa chiave di lettura è complicata però dalla concezione ciclica dello scorrere del tempo nella natura.

Dopo aver giovato del proprio raccolto, Wang Lung deve arare e seminare il campo nuovamente per poter ottenere buoni raccolti anche l’anno seguente. Ogni sette anni però le catastrofi naturali sono in grado di smuovere quella quiete e ricordare anche ai più ricchi, quale adesso era Wang Lung, che la fortuna può cambiare vento: la famiglia Hwang è in declino a causa dei vizi che il potere ha portato nella nobile casata, proprio mentre Wang Lung riesce a diventare sempre più ricco.

Il cerchio si completa nel momento in cui consideriamo che gli errori sono stati ripetuti meccanicamente da Wang Lung, il quale comincia a dedicarsi all’amore extraconiugale spendendo molti soldi in acquisti che potevano giovare al suo nuovo status economico. La sua nuova attrazione per le donne, la sua smania di potere e ricchezza troveranno come immagine speculare la decadenza del protagonista. Nelle ultime righe del romanzo si trova il correlativo oggettivo della caduta della casa Wang: l’anziano Wang Lung, ormai colpito da vuoti di memoria, viene sorretto dai suoi due figli quando il peso della verità lo schiaccia contro il suolo facendogli flettere le ginocchia: i figli non ne vogliono sapere nulla dei lavori nei campi e, una volta morto il padre, venderanno la terra.

Anche a livello narrativo il ciclo si completa. Wang Lung decide di andare a trascorrere il resto dei suoi giorni lì dove la narrazione era cominciata: nei campi, dove aveva accudito il padre anziano ed era stato cresciuto ed educato al lavoro della terra.

La terra come una madre lo aveva sostentato, lo aveva cresciuto e ad essa sarebbe tornato come polvere una volta morto e seppellito al lato del padre e dello zio. Il senso di tutto il romanzo, la quadratura di un cerchio narrativo perfetto è racchiusa nella frase di Wang ai figli:

“out of the land we came and into it we must go. And if you will hold your land you can live. No one can robe you of land”

e lasciandosi scorrere le lacrime sulle guance, pesantemente caduto al suolo dopo averli sentiti ragionare delle vendite dei campi, aggiunge “if you sell the land, it is the end”.

Proprio come i due figli si scambiarono uno sguardo complice alle spalle del padre, fingendo che le terre non sarebbero mai state vendute, anche i lettori possono scambiarsi un’occhiata di intesa: memori di quanto successo alla dinastia Hwang e di come vendere le terre fosse sintomo di decadenza, la vendita di tutti quei campi può solo dire tornare al degrado che fa da cornice alle prime pagine del romanzo. Il cerchio si conclude, proprio come lo scorrere delle stagioni e la vita nei campi.

8. Una chiave di lettura di genere in The Good Earth

Così come per il giovane erudito, un altro aspetto rilevante che possiamo sottolineare nel romanzo è il ritratto della figura femminile.

La Buck tenne un’intervista a Roma per una rivista italiana dove le venne chiesto di esprimere il proprio parere sull’educazione e sul lavoro delle donne. Non mancò nemmeno in quell’occasione la possibilità di esprimere un confronto che potesse fare intendere chiaramente quanto occidente e oriente fossero diversi su molti fronti.

Secondo lei le donne occidentali sono state viziate da riguardi e privilegi, strascico della tradizione cavalleresca. Le donne orientali non conoscono assolutamente questa tradizione e si mostrano forti e indipendenti dalle attenzioni dell’uomo. Certo, il loro campo d’azione si riduceva alla casa ma non bisognava perdere di vista come la casa rappresentasse il fondamento della società del tempo.

La dottrina di Confucio sulle donne prescrive loro di rispettare il volere dell’uomo della casa, sia rappresentato dal padre e sia rappresentato dal marito, rispettivamente prima e dopo il matrimonio. Questo riconoscimento della figura maschile divenne ben presto una pietra miliare di tutta la società, poiché la famiglia era in piccolo la rappresentazione dell’organizzazione societaria stessa. In epoche successive si cercò inoltre di enfatizzare la possibilità delle donne di rimanere caste una volta rimaste vedove. Non lavorando e non potendo risposarsi a nessun altro uomo, questo diventava simbolo di eroica resistenza tanto quanto segno del degrado e dell’impoverimento della donna stessa.

Ecco che O-Lan nel romanzo si dimostra nei confronti del marito una figura coerente e rispettosa dei principi prescritti da Confucio: è fedele, obbediente, modesta, industriosa, lavoratrice, servizievole, e martoriata dal senso del sacrificarsi per il bene del focolare.

Leggiamo dei suoi parti condotti in silenzio, da sola e senza assistenza alcuna, in stanze dove nessuno avrebbe mai detto che fosse avvenuto un parto se non per una bacinella piena di sangue, nascosta alla vista del marito. Una donna forte che, in gravidanza e dopo il parto, è pronta a seguire il marito nel lavoro nei campi. Tutto questo assume maggiore rilevanza e importanza quando leggiamo della gravidanza del primo nipote di Wang Lung. O-Lan a quel punto della storia è morta da poco e la nuora sta dando alla luce il primo nipote della casa. Nella stanza c’è un viavai di gente che accorre in aiuto della nuora partoriente e urlante. Impossibile a quel punto per Wang Lung non pensare alla moglie deceduta, che aveva dato alla luce sei figli, di cui un parto gemellare, da sola e completamente in silenzio, lasciando risuonare nella caO-Lan nel film "The Good Earth"sa solo il pianto del neonato che presto si sbrigava ad acquietare.

Erroneamente si potrebbe pensare che O-Lan sia vittima di un rigido sistema patriarcale, vittima del marito e del suo volere, donna relegata a servizi e limitazioni. Inquadrare la figura di O-Lan in una cornice interpretativa di questo tipo sarebbe sintomo di un’interpretazione fatta alla luce della cultura a cui il lettore straniato appartiene. Tutto è relativo: agli occhi di un occidentale potrebbe risultare incomprensibile che una donna si comporti in questo modo tanto quanto per una donna orientale potrebbe essere privo di senso, all’opposto, non rintracciare quello stesso comportamento anche nella società occidentale.

O-Lan è un personaggio dallo spessore tutt’altro che sottile. I suoi comportamenti all’interno della storia ci permettono di descriverla come un personaggio talmente importante che, dopo la sua morte, si è pervasi da un senso di nostalgia per la sua figura, che può essere solo in parte acquietato dai ricordi che emergono nella mente di Wang Lung.

In primo luogo, O-Lan è rappresentata da forte vigore, osservabile in maniera chiara se messa a paragone con figure completamente opposte, un po’ il suo specchio. Ad esempio, lo scarto generazionale e l’estrazione sociale diversa tra lei e la concubina Lotus Flower, la serva Cuckoo, le nuore che pian piano cominciano a popolare la casa di Wang Lung nel corso del romanzo.

In secondo luogo, ci sono molti avvenimenti che sono stati possibili solo grazie a lei. Basti pensare alla possibilità che Wang Lung ha di dedicarsi completamente ai campi perché dal giorno del matrimonio c’è qualcuno a prendersi cura del padre anziano senza distrarlo dai suoi lavori campestri. Inoltre, O-Lan stessa lo aiuta nel lavoro dei campi dopo le faccende domestiche. Rende possibili le trattative per guadagnare quanto più possibile per far sì che la famiglia potesse emigrare a sud scampando alla carestia. Ruba quanti gioielli bastino per potergli permettere di comprare tutti i campi rimasti incolti dalla famiglia Hwang in decadenza, una volta tornati al nord. Ed è interessante pensare che sia proprio lui, Wang Lung, a rubare del denaro in quella ricca dimora nel sud, dopo aver letto episodi di rimprovero e ammonimento ai figli affinché non rubassero nulla.

O-Lan è una figura forte nei suoi silenzi, nelle sue lacrime, nei suoi sacrifici. Spesso viene suggerito nel romanzo il paragone tra O-Lan e la terra che, a ben pensarci, è quell’associazione donna-terra sopracitata come immagine ricorrente con cui la narrativa americana cerca di ritornare alle origini, al suo passato bucolico, e ci fa capire che il romanzo pur essendo ambientato in contesto cinese è ben permeato da tematiche ricorrenti nel contesto letterario occidentale.

Ad esempio, alla fertilità della terra viene comparata la fertilità della donna. È il vecchio padre di Wang Lung a farci cogliere il paragone per primo: nel secondo capitolo leggiamo infatti “il raccolto è in vista”, paragonando il raccolto della terra all’arrivo del primo nipote della famiglia. Inoltre, quando nascono i due gemelli, Wang Lung li indica alla moglie come “due chicchi di riso” (cap.17).

La terra è importante per i Wang e la loro stessa vita dipende da lei, quasi come se ne traessero l’energia vitale: “tutte le loro vite dipendevano dalla terra” (cap.7); “e va bene, ma se le piante morranno di sete, tutti dovremo morire di fame” (cap.8); Wang lavora i campi instancabilmente e non torna a casa nemmrisaie cinesieno per riposare, preferendo scavare una fossa e dormire “nel buon calore della sua terra” (cap.15); i due figli maggiori vengono chiamati a scuola con il nome Nung, ovvero “colui la cui forza è data dalla terra” (cap. 17); rivolgendosi al figlio, Wang Lung dice che se è possibile guardarlo e non riconoscere in lui il figlio di una campagnolo è proprio grazie al benestare che il lavoro nella campagna ha concesso alla famiglia. La vita di Wang Lung ruota attorno al lavoro per i campi, al suo essere attaccato alla sua unica fonte di ricchezza e sostentamento quasi come si trattasse di sua madre, unico componente della famiglia mai visibile nel romanzo e mai compianto perché trapassato.

La stessa Pearl S. Buck ci pone di fronte a una considerazione di genere forte e che nella sua cultura e contesto biografico potrebbero essere visti come problematici. Diventa membro della comunità presbiteriana e missionaria ma, dopo essere tornata dal Giappone, delegittima la presenza di quegli stessi missionari in territorio cinese, venendo poi criticata nelle loro riviste ufficiali Americane.

Il suo profilo cattolico mostra quindi delle zone d’ombra ed esse vengono accentuate dal divorzio e da un secondo matrimonio. La Buck è un’autrice che ha incontrato molte difficoltà nella vita e di esse farà tesoro, trasponendole nelle sue opere. Con le sue opere testimonia la grandezza della cultura e del pensiero cinese. Alla base però dobbiamo considerare il grande problema del dover cambiare prospettiva nella lettura, dare la giusta cornice interpretativa a ciò che si legge nelle pagine del romanzo, capendo che questa cornice non è solo stilistica ma in primis culturale. Ovviamente, bisogna lasciarsi un margine di dubbio: comprendere che si è in presenza di una diversa cultura e contestualizzare la lettura per evitare fenomeni di disorientamento non significa necessariamente accettare la convivenza con quella otherness.

Se problematizzare le esistenze e gettare luce sulle ombre sono la sua missione, allora la produzione letteraria di Pearl S. Buck potrebbe essere paragonata a un grande faro pronto a illuminare un vasto oceano di distanza e differenza tra oriente e occidente, all’insegna dell’Asia Consciousness.

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