Gli alieni, gli illuminati, la CIA… breve viaggio attraverso il sentiero che lega a doppio filo quello che è probabilmente uno dei più celebri registi americani, Stanley Kubrick, e la teoria del complotto.

In un interessante saggio pubblicato lo scorso gennaio su linus, Raffaele Alberto Ventura (conosciuto sul web come Eschaton e autore del caso editoriale Teoria della classe disagiata (2017)) descrive con precisione i sintomi del complottismo: una “malattia” di carattere squisitamente postmoderno, che in nome della contestazione della verità ufficiosa e ufficiale si infila tra le sottili crepe di questa narrazione, tentando di scardinarla e scoprire il volto dietro la maschera, attribuendo il tutto solitamente a una forza assolutamente maligna e anti-umana (gli Illuminati, gli alieni, i rettiliani, ecc.).

I vari rami del complottismo contemporaneo sono indissolubilmente legati a doppio filo con quelli della paranoia occidentale postbellica, specialmente quella americana: ne sono esempi letterari celebri Don DeLillo, Thomas Pynchon, Philip Roth, Philip K. Dick, ma anche il nostro Umberto Eco o autori estremamente pop come Dan Brown fanno parte di questo filone. Ma se tutti questi autori si divertono a manipolare, con astuti giochi di specchi, le speculazioni sul reale dei cospirazionisti, basta spingersi leggermente più in là, oltre il labile confine letterario, per trovare quello che è probabilmente al tempo stesso il più noto artefice e la più illustre vittima della mania di persecuzione complottista recente: Stanley Kubrick.
Emblema del cinema americano in toto, figura talmente imponente nella storia della propria arte da evocare il confronto con se stessa e ogni regista contemporaneo che si azzardi anche solo a pensare a un campo lungo vagamente simmetrico, Kubrick è stato soprattutto un innovatore del linguaggio cinematografico per la sua costante ricerca ed esplorazione delle tematiche della moralità, dell’intrigo e della volontà di potenza di estrazione nietzschiana.

Sarebbe veramente un compito arduo decidere quale opera del suo catalogo meriti di salire sul piedistallo a dispetto delle altre: l’ultraviolenza burgessiana di A Clockwork Orange (1971), le visioni tardo-illuministe di Barry Lyndon (1975), le allucinazioni spettrali di 2001: A Space Odyssey (1968) o quelle, completamente differenti, di The Shining (1980); e ancora, ogni film (o quasi) del catalogo kubrickiano è oramai considerato di diritto un classico immortale della settima arte.
E tuttavia, è forse proprio questa aura di maestria che circonda il personaggio, mista alla sua proverbiale riluttanza alle interviste (come dettagliatamente evidenzia la variopinta bibliografia di innumerevoli curatori e studiosi), che ha reso Kubrick una delle figure verso la quale la controcultura complottista si è mossa per trovare risposte alle proprie domande; un processo non differente da quello capitato ai Beatles, non a caso anche loro giganti culturali dell’epoca e perfettamente inseriti nel contesto paranoico della guerra fredda e all’indomani della crisi cubana.

E proprio da quella stessa paranoia nucleare si muove la nostra indagine, partendo da quello che forse è il film più spassoso e amaro del catalogo kubrickiano, ovvero Dr. Strangelove or; How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb. La commedia in bianco e nero del 1964 è un enorme termometro dei pericoli del cospirazionismo: chi conosce la pellicola non avrà difficoltà a ricordarsi dei motivi del delirante sergente responsabile della crisi internazionale che porterà infine alla cosiddetta Mutual Assured Destruction, o MAD.Strangelove
La fluorocontaminazione dell’acqua ordita dai comunisti che ossessiona il generale Ripper è in realtà un blocco mentale psicotico ideato dal militare per sfuggire all’idea di essere diventato impotente: disgrazia doppia, considerando quanto l’eros raffigurato in Strangelove sia probabilmente quello più giocoso e liberatorio dell’intera filmografia di Kubrick.
Ma, oltre al delirio del singolo, il regista statunitense si diverte a divenire artefice di un altro gesto cospiratorio, quello che riunisce (e rinchiude) nella War Room del film i capi di stato del mondo occidentale e lo scienziato nazista che dà titolo al film, a cui si aggiungono poi il segretario del PCUS e la voce (solo per telefono) del presidente russo. Presidente che viene contattato fin troppo affettuosamente (“Dimitri!”) dal suo omologo sulla linea Washington-Mosca, tradendo ancora una volta l’erotismo sconsiderato e spudorato del film. Ma è soprattutto suggerita una distensione dei rapporti tra USA e URSS mantenuta in forma privata e nascosta agli occhi del pubblico per chissà quale motivo. Tanto più che persino il generale Turgidson, altro protagonista del film, è sconvolto dal vedere entrare il funzionario sovietico nella “stanza dei bottoni” con tranquillità.

Tuttavia, questo episodio è l’unico in cui Kubrick sia stato volontariamente in controllo delle trame del complotto: già solo 4 anni dopo 2001: A Space Odyssey (l’unico film che è valso al regista un Academy Award in tutta la sua carriera) provvede a far sfuggire del tutto i fili cospirazionisti dalla mano del suo artefice e li riaffida alla consueta matrice popolare.
2001, nel suo ermetismo esasperato, nel suo barocco cinematografico, è alla base un film di fantascienza coi controfiocchi: talmente ben progettato che più e più ingegneri aerospaziali dichiareranno che la tecnologia del mondo reale sarebbe arrivata ai livelli del film se la space race non fosse stata messa in secondo piano dopo il famoso allunaggio dell’Apollo 11. Ed è proprio la famosa missione di Armstrong, Collins e Aldrin a diventare quella che sarà, probabilmente, la teoria del complotto a cui Kubrick viene più frequentemente associato: il cosiddetto fake moon landing, la teoria per cui il regista sarebbe stato contattato dalla NASA per dirigere ad arte un allunaggio fasullo.2001
I motivi di tale teoria sono quantomai questionabili: i cospiratori hanno mosso accuse in ogni direzione, dall’occultamento dell’esistenza degli alieni al terrapiattismo, dalla propaganda antisovietica e alla distrazione di massa dal conflitto vietnamita. Quello che però sappiamo è che questa particolare teoria del complotto è rimasta per decenni nell’immaginario collettivo. Talmente tanto che, quando in Francia venne girato un mockumentary, ovvero un documentario-parodia, dall’ironico titolo Dark Side of the Moon, in cui gli autori si divertivano a giocare con le speculazioni dei complottisti, per un esilarante gioco di specchi questo fu indicato come “fonte affidabile” e “prova provata” dei complottisti.

Anche A Clockwork Orange, realizzato solamente un paio di anni più tardi, subì la stessa sorte. Sviscerato da fanatici della cospirazione fino all’inverosimile, il film sulle tragiche avventure del drugo Alex divenne quindi un simulacro delle atrocità del progetto MKUltra organizzato dalla CIA durante gli anni ’60, una fantomatica terapia del controllo mentale che ben si accoppiava con la “Cura Ludovico” del film e con il passato di Anthony Burgess, l’autore del libro da cui il film era stato tratto. Burgess aveva infatti collaborato con l’intelligence americana negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale.
Nel caso si voglia escludere un film “tiepido” dal punto di vista cospirazionista come Full Metal Jacket (1987), e si voglia glissare sull’affascinante congettura di eventi che portarono Kubrick alle riprese di Barry Lyndon con delle lenti sperimentali accuratamente provvedute dalla NASA, bisogna comunque confrontarsi con quelli che sono considerati i veri pilastri del complottismo di stampo kubrickiano: The Shining e Eyes Wide Shut (1999), il suo ultimo film.

Il primo dei due, horror mistico ispirato dal libro di Stephen King e con un monumentale Jack Nicholson nel ruolo da protagonista, è stato dissezionato in ogni suo frame, alla ricerca di qualsiasi indizio che potesse legittimare le strampalate teorie degli spettatori. E quindi, ecco la teoria di Shining ideato come “confessionale” di Kubrick per il finto allunaggio, giustificato da uno spaventatissimo Danny (interpretato da Danny Lloyd) con indosso un maglioncino commemorativo dello sbarco sulla luna, o quel “All work and no play makes Jack a dull boy” in cui lo ”All” sarebbe da leggere come A-11. The ShiningE ancora, col passare degli anni, si è insinuata la teoria (poi discussa ampiamente anche in Room 237, documentario incentrato interamente sulle teorie complottistiche derivate dal film) di Shining come metafora della tremenda svalutazione economica del dollaro durante gli anni ’20, ancora una volta secondo gli schemi di poteri forti poco precisati. È però interessante notare come la visione populista si sia nel frattempo spostata, e che Kubrick non sia più considerato come un complice di questi organismi oscuri, ma una vittima degli eventi, praticamente costretto a collaborare col governo per fabbricare la menzogna. Un punto che, come vedremo, sarà riaffermato anche in Eyes Wide Shut.

Film anch’esso criptico, in cui un confuso Tom Cruise precipita in un vortice sempre più inebriante di potere, sesso, e cospirazioni nel giro di una notte insonne, senza un finale in senso stretto, è impossibile non captare anche da questa brevissima sinossi il potenziale per l’esplosione, ancora una volta, della paranoia complottista. L’allucinante e indimenticabile scena dell’orgia mascherata, ben lontana dai toni pacati e romantici della novella di Arthur Schnitzler da cui il film è tratto, ne è un notevole esempio.
Eyes Wide Shut è così caro al pubblico cospirazionista perché si identifica in quello stesso pubblico e si fa beffe di esso: il personaggio di Tom Cruise è analogo allo spettatore, e come lui è disorientato, stanco e incapace di comprendere. Quando viene messo di fronte alla cospirazione, finalmente scoperta, è vulnerabile e viene assorbito da questa, intossicato dal suo potere e infine gettato via in quanto pedina inutile. Peggio ancora, dietro il complotto si nasconde solamente un’altra maschera, un ineffabile che non può essere compreso e a cui ogni cospiratore giura solenne fedeltà a costo della propria vita. Ovviamente, tutto questo è stato ignorato dalla paranoia degli spettatori, che ha subito individuato nel film una aperta denuncia nei confronti dei massoni, gli Illuminati, ancora una volta gli alieni.

L’ultimo, gigantesco punto di contatto tra il mondo paranoico e complottista moderno e un gigante del cinema come Stanley Kubrick può dunque coincidere solamente con la morte del regista: il fatto che Eyes Wide Shut sia stato finito di montare solamente 5 giorni prima del decesso, vent’anni fa, è stato interpretato come l’ennesimo tentativo riuscito della oscura mano del potere, sia essa la CIA, Scientology o i rettiliani, nel fermare un regista ormai diventato scomodo e pericoloso, pronto a spifferare la verità in qualunque momento. Alcune frange ancora più oltranziste hanno addirittura affermato – colmo dei colmi – che in realtà l’ultimo lungometraggio kubrickiano sia stato pesantemente sabotato da mani massoniche, e che queste avrebbero tentato in ogni modo di nascondere i riferimenti espliciti ai loro ordini segreti, rendendo il film incomprensibile e disconnesso da se stesso.Eyes Wide Shut
Il mito di Stanley Kubrick si perpetra quindi anche al giorno d’oggi e, come ogni mito che si rispetti, attira a sé la sua generosa dose di corruzioni, re-interpretazioni e manipolazioni. Tuttavia, per citare una frase di Kubrick e ripetuta dal suo assistente Leon Vitali, il regista “non disse mai al pubblico come o cosa dovesse pensare e se ognuno se ne usciva fuori con una propria interpretazione delle sue opere, lui lo vedeva come un arricchimento e la cosa gli stava bene”. Ben venga il complotto, dunque.

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