Correva l’anno 2005 quando David Foster Wallace pronunciò, davanti alla classe di laureati del Kenyon College, un discorso molto vero e toccante che in seguito diventò molto famoso con il titolo “This is Water”, tradotto e pubblicato in italiano come “Questa è l’acqua”.

Inizia con un aneddoto su un vecchio pesce che parla con due pesci più giovani, evidenziando come questi ultimi non siano consapevoli dell’ambiente in cui nuotano e vivono:

“There are these two young fish swimming along and they happen to meet an older fish swimming the other way, who nods at them and says ‘Morning, boys. How’s the water?’ And the two young fish swim on for a bit, and then eventually one of them looks over at the other and goes ‘What the hell is water?’” (Wallace, 2005).

Ora, il senso di questa breve storia potrebbe sembrare in qualche modo alterato: perQuesta è l'acquaché i due giovani pesci non dovrebbero conoscere la realtà intorno a loro? Perché non dovrebbero sapere di star nuotando nell’acqua? Sarebbe strano pensare di vivere in un ambiente che si dà talmente per scontato da non ricordare nemmeno come possa essere fatto, ma è proprio questo il punto su cui questo discorso vuole far riflettere. Spesso si pensa al mondo esterno solo ed esclusivamente in relazione a sé stessi, tralasciando il fatto che esso esista a prescindere che lo si percepisca o meno, e che ciò che si vede e si sente non sia la verità assoluta su cui basare la propria esistenza. A volte si pecca di arroganza, perché la mente è portata a tralasciare questa ovvietà: non si è soli al mondo ed è necessario prendere in mano i propri pensieri e analizzarli, prima che essi trascinino nell’inconsapevolezza. Infatti, chi è troppo sicuro delle proprie idee, tanto da non metterle mai in discussione, rimane come imprigionato in esse senza nemmeno accorgersene:

“But religious dogmatists’ problem is exactly the same as the story’s unbeliever: blind certainty, a close-mindedness that amounts to an imprisonment so total that the prisoner doesn’t even know he’s locked up. The point here is that I think this is one part of what teaching me how to think is really supposed to mean. To be just a little less arrogant. To have just a little critical awareness about myself and my certainties.”

Alla classe del 2005, con “Questa è l’acqua” David Foster Wallace non cerca di insegnare come vivere, ma augura loro di riuscire a vedere oltre la lente del proprio io, per non rimanere incastrati in una prospettiva sempre ferma e immobile. Appoggiarsi alle proprie certezze senza metterle mai in discussione, infatti, significa anche Questa è l'acquanon evolversi, non adattarsi ai cambiamenti del mondo e, perciò, rimanere inconsapevoli e incapaci di partecipare attivamente alla vita della società in cui ci si trova. “As I’m sure you guys know by now, it is extremely difficult to stay alert and attentive, instead of getting hypnotised by the constant monologue inside your own head […]”, è difficile saper tendere l’orecchio a una voce che non sia la propria, la quale si mostra sempre come molto più urgente e necessaria, ma serve per imparare a pensare. Serve per allenare la mente a oltrepassare i confini dell’io per abbracciare una consapevolezza più ampia, che comprende l’altro e il mondo esterno. È proprio quello che l’autore, in prima persona, dice di voler provare a fare:

“It’s a matter of my choosing to do the work of somehow altering or getting free of my natural, hard-wired default setting which is to be deeply and literally self-centered and to see and interpret everything through this lens of self. […] Learning how to think really means learning how to exercise some control over how and what you think. It means being conscious and aware enough to choose what you pay attention to and to choose how you construct meaning from experience.”

Il discorso di “Questa è l’acqua” prosegue con esempi concreti di giornate quotidiane, come quando per esempio si rimane imbottigliati nel traffico o si trova una fila infinita davanti alle casse del supermercato. Queste situazioni quotidiane causano frustrazione e rabbia, spesso immediatamente diretta verso chi causa un rallentamento nella coda o chi non è veloce a fare il suo lavoro. Tutto questo perché è la propria prospettiva che ha l’assoluta priorità. Il punto fondamentale, però, è che se ci si fermasse un attimo a pensare e analizzare le circostanze, si potrebbe combattere questa mentalità di default per cui tutto riguarda se stessi:

“Because my natural default setting is the certainty that situations like this are really all about me. About MY hungriness and MY fatigue and MY desire to just get home, and it’s going to seem for all the world like everybody else is just in my way. […] But if you really learn how to pay attention, then you will know there are other options.”

La società spesso spinge a fermarsi alla prima impressione e non invQuesta è l'acquaita ad andare più in profondità, a scavare più a fondo delle prime reazioni, ed è perciò complicato riconoscere che le proprie esigenze immediate non dettano legge su come il mondo debba andare, anzi. Si è portati a mantenere una mentalità programmata, perché è troppo faticoso cercare di sviscerare una situazione e capire effettivamente a quale realtà e verità ci troviamo davanti. “Questa è l’acqua” tratta di libertà, di consapevolezza, dello staccarsi da un modo di pensare di base che non permette di vivere una vita consapevole e compassionevole nel presente. Tratta di cercare di essere sempre attenti all’ambiente intorno che rischia di perdersi nell’essere dato per scontato:

“The capital-T Truth is about life BEFORE death.

It is about the real value of a real education, which has almost nothing to do with knowledge, and everything to do with simple awareness; awareness of what is so real and essential, so hidden in plain sight all around us, all the time, that we have to keep reminding ourselves over and over:

‘This is water.’

‘This is water.’”

E allora anche noi, forse, ogni giorno della nostra vita dovremmo chiederci: se fossimo noi quei due pesci, sapremmo davvero cos’è l’acqua?