Escape to Gold Mountain (2012) è un graphic novel scritto da David H.T. Wong, un architetto canadese di ascendenza cinese. L’opera narra le vicissitudini di una famiglia allargata, seguendo la sua evoluzione durante un arco di più di due secoli. 

1. Imparare dal passato: Escape to Gold Mountain

2. Visualizzare la storia

3. Un finale contraddittorio

4. Conclusioni

5. Bibliografia

 

Questo racconto familiare non ha un intento biografico, ma utilizza il tema della famiglia come espediente narrativo per raccontare la diaspora cinese in Nord America. La famiglia è dunque scelta come focus del graphic novel in quanto considerata unità fondante della comunità. Il processo di universalizzazione dell’esperienza migratoria è facilitato dall’uso di personaggi piatti. La mancanza di elementi caratterizzanti, infatti, permette al lettore di immedesimarsi nella storia di cui riconosce i topos narrativi, un artificio che mimica il processo di cartooning dei personaggi

Come osservato da McCloud (1993:36, enfasi originale), “When you look at a photo or realistic drawing of a face – you see it as the face of another. But when you enter the world of the cartoon – you see yourself.” Pur riflettendo un’esperienza particolare (l’immigrazione cinese in Nord America), l’opera si presta a considerazioni generali riguardanti la natura dei processi migratori. 

Questo fumetto ha una duplice funzione: didattica e commemorativa. Infatti, Escape to Gold Mountain ha lo scopo di dare visibilità alla storia di un gruppo etnico che per lunghi periodi è stato marginalizzato e allo stesso tempo tenta di rendere omaggio ai sacrifici compiuti dalle prime comunità cinesi insediatesi nel nuovo mondo. Difficoltà sopportate spesso nella speranza di offrire opportunità di vita migliori alle future generazioni. Il fumetto permette quindi a David H.T. Wong di rendere accessibile a un pubblico vasto la storia dell’immigrazione cinese in Nordamerica illustrando gli episodi di razzismo subiti da questo gruppo etnico.

 

1. Imparare dal passato: Escape to Gold Mountain

La cornice narrativa di Escape to Gold Mountain, da cui parte il racconto della famiglia Wong, presenta un ragazzo bianco in visita a un museo. Tra gli oggetti che attirano la sua attenzione c’è una macchina utilizzata per inscatolare il salmone, che un cartello identifica attraverso il nome “Iron Chink”. Una volta letta l’insegna, il ragazzo porta le proprie mani sul volto per potersi tirare gli occhi. Il gesto razzista è subito seguito dall’esclamazione, “I can’t believe it says it! It says…Iron Chink!” (Wong, 2012:27, enfasi originale). Infatti, il termine Chink in inglese è utilizzato per offendere gli immigrati cinesi (talvolta, l’uso di questo vocabolo derogatorio è stato esteso e utilizzato per denigrare altri gruppi asiatici).

Dopo qualche vignetta, il lettore può osservare la reazione di una anziana signora cinese al sentir pronunciare quelle parole. Sfruttando il cliché cinematografico degli occhi come specchio dell’anima, il close-up sullo sguardo della donna è utilizzato per far trasparire tutte le sue emozioni: rabbia, dolore e tristezza. Al tempo stesso, questa soluzione ricorda all’osservatore come nonostante la nozione di razza sia socialmente costruita e inesistente da un mero punto di vista biologico, il razzismo e i suoi effetti storici e materiali hanno conseguenze reali sulla vita delle persone. La decisione di soffermarsi sugli occhi è un modo per riflettere sui concetti di universalismo e alterità. Il focus sullo sguardo, infatti, è un modo per invitare all’empatia attraverso il riconoscimento dei sentimenti dell’altro. Allo stesso tempo, gli occhi sono un elemento marcato attraverso il quale l’asiatico è stato costruito come Altro, portatore di un’identità percepita come non assimilabile nella cultura mainstream occidentale.

Nonostante il dolore rievocato da quella frase, la donna non porta rancore e cerca di (ri)educare il ragazzo dicendo: “This old iron machine speaks of another time. A time of great and unspeakable hurt… I used to wish that I had not been born Chinese. We had to endure so much prejudice. The Iron Chink … It represents a people’s pain and sadness” (Wong, 2012: 29-30, enfasi originale). 

Una delle tematiche portanti del fumetto è quella della riconciliazione. Tuttavia questa è possibile soltanto attraverso una conoscenza approfondita del passato e il riconoscimento del contributo dato dalle minoranze al processo di solidificazione della nazione. Il fumetto cerca quindi di enfatizzare come la prosperità attuale di Canada e Stati Uniti sia il frutto del sacrificio compiuto da varie comunità migranti.

Wong usa questo episodio al museo per introdurre la (sua) storia dell’immigrazione cinese in Nord America e i capitoli successivi sono dedicati a ricostruire quella “great and unspeakable hurt” a cui sono stati soggetti numerosi migranti. La narrazione segue il racconto offerto dall’anziana signora del museo che, attraverso le vicende della propria famiglia, traccia una linea temporale degli avvenimenti più significativi dell’esperienza cinese in Nordamerica, caratterizzata soprattutto da emarginazione e discriminazione. Infatti, nel 1882 gli Stati Uniti vararono il Chinese Exclusion Act con l’intenzione di scoraggiare l’immigrazione cinese sul proprio territorio nazionale. Questo provvedimento fu la prima legge americana attuata per impedire a tutti i membri di uno specifico gruppo etnico o nazionale di emigrare. Il Canada ratificò un simile provvedimento nel 1923, il Chinese Immigration Act. Negli Stati Uniti l’abrogazione di questa legge avvenne nel 1943, in Canada nel 1947.

Il riferimento al macchinario denominato “Iron Chink” non è solo modo per discutere del razzismo presente nelle società nordamericane, ma anche un mezzo per introdurre riflessioni riguardo le condizioni lavorative a cui i nuovi gruppi di migranti erano sottoposti. Infatti, la narrazione si sposta dal 22 giugno 2006, giorno in cui si svolge la mostra al Museum of Migration di Vancouver, all’ottobre 1905 mostrando il momento in cui la nonna della narratrice viene assunta da una fabbrica che produce scatolette di salmone. Questo salto temporale è evidenziato anche graficamente attraverso l’uso di una vignetta che occupa lo spazio di due pagine, interrompendo momentaneamente il flusso narrativo.

Il fumetto mostra il sovraffollamento e la scarsa illuminazione dei luoghi di lavoro, la mancanza di igiene e la sicurezza precaria dell’ambiente. Gli immigrati cinesi furono costretti ad accettare queste condizioni poiché molti lavori erano loro preclusi. La meccanizzazione del processo industriale (simboleggiata dall’Iron Chink) mise fine a questa tipologia di lavoro generando nuova povertà e indigenza tra i lavoratori di questo settore. Inoltre, questa nuova disponibilità di forza lavoro sul mercato fu percepita come una minaccia dai gruppi già insediati, i quali accusarono i cinesi di rubare loro il lavoro o bivaccare a spese della società ospite.

 

2. Visualizzare la storia

In Escape to Gold Mountain, Wong dimostra le capacità del fumetto di coniugare intrattenimento e informazione. L’aspetto didattico dell’opera è rimarcato dagli elementi paratestuali che guidano il lettore nella narrazione, includendo un glossario di “Chinglish”, una linea temporale, mappe geografiche, delle note e un’estesa bibliografia. Questi strumenti hanno lo scopo di orientare il lettore nella navigazione della storia (sia essa personale o pubblica), ricostruendo gli avvenimenti principali che hanno marcato l’esperienza migratoria cinese in Nord America.

Questa ricerca storiografica ha lo scopo di ricordare al lettore come la narrazione dei processi di formazione della nazione (statunitense e canadese) abbia spesso trascurato le sofferenze e i sacrifici compiuti dalle minoranze etniche. L’opera cerca quindi di costruire una contro-memoria (Lipsitz, 1990) e di dar voce alle  esperienze di gruppi minoritari e decentrare la narrazione della nazione.

La linea temporale presente nel graphic novel cerca di rendere visibili i meccanismi di pull alla base dei fenomeni migratori (Zanfrini, 2007). Infatti, il fumetto mostra come la migrazione (cinese) in Nordamerica sia incentivata dalla domanda di manodopera di importazione da parte di nazioni sviluppate (USA e Canada) che necessitano di lavoratori a basso costo disposti a svolgere mansioni di scarso prestigio sociale. Come evidenziato dall’opera, le prime occupazioni trovate dai migranti cinesi furono quelle relative all’estrazione mineraria (legata alla corsa all’oro di metà Ottocento) e alla costruzione di reti ferroviarie. Non stupisce dunque che gli immigrati cinesi identificassero il Nord America attraverso il termine cinese Gam San (montagna d’oro). 

Tuttavia, come reso evidente dalla linea temporale disegnata all’inizio del graphic novel, i movimenti migratori non derivano soltanto dagli orientamenti dell’offerta di lavoro del paese ospite, ma anche dalle realtà storiche, politiche ed economiche del paese da cui si origina il movimento diasporico. La sovrapposizione grafica di due timeline riguardanti la storia nazionale di due aree geografiche distinte mostra le contingenze storiche che hanno favorito la migrazione cinese attraverso fenomeni attrattivi e repulsivi. Infatti, queste linee temporali mostrano i legami tra l’immigrazione cinese verso il Nord America e la politica imperiale e coloniale della Gran Bretagna. Queste relazioni vengono analizzate in dettaglio nel secondo capitolo in cui sono evidenziati gli effetti dell’oppio usato dai britannici per destabilizzare la società cinese. Infatti, a causa del commercio dell’oppio e della conseguente guerra per il controllo di questo bene (1856-1860), il protagonista di questo capitolo Ah Gin Wong è costretto a emigrare prendendo una nave che lo condurrà a San Francisco.

Terminata la costruzione della ferrovia, si crea nuova disoccupazione che marginalizza sempre più questi gruppi di immigrati e provoca successive ondate migratorie verso nuovi territori. Alcuni gruppi di cinesi cercano fortuna in Canada e nelle Hawaii, lavorando rispettivamente come costruttori della Canadian Pacific Railway e come agricoltori. Il fumetto mostra inoltre la correlazione tra crisi impiegatizia e l’emergere di sentimenti anti-cinesi.

Il fumetto ricircola e problematizza a questo proposito le immagini del periodo in cui i cinesi venivano disumanizzati attraverso caricature atte a sostenere la retorica del Yellow Peril. Il “Pericolo giallo” rifletteva una paura razziale e transnazionale verso una massa di persone senza nome e senza volto, percepita in contrapposizione con il mondo occidentale e suoi presupposti valori moderni e civili. Pur mantenendo una funzione pedagogica, il fumetto non esita a presentare immagini esplicite di violenza, arrivando a mostrare scene di linciaggio. Queste immagini possono apparire dissonanti rispetto gli obiettivi didattici dell’opera. Tuttavia, la loro inclusione risulta necessaria per la discussione sul razzismo e sul sacrificio compiuto dalla comunità cinese in Nord America

 

3. Un finale contraddittorio

Il graphic novel mostra una serie di difficoltà e soprusi subiti dagli immigrati cinesi in Nordamerica (razzismo, ricongiungimenti familiari negati, cittadinanza non riconosciuta, ecc.) per concentrarsi negli ultimi capitoli sul superamento di tali ostacoli. L’opera mostra esempi virtuosi di avvenuta integrazione della comunità cinese, focalizzandosi sui traguardi raggiunti da alcuni suoi membri. Il racconto si conclude con il riconoscimento formale da parte del governo canadese delle sofferenze inflitte alla comunità cinese, ammettendo l’iniquità di leggi passate tra cui il Chinese Exclusion Act e la Chinese Head Tax (una tassa dovuta allo Stato canadese per poter immigrare e rivolta soltanto a uno specifico gruppo etnico).

L’opera di Wong mostra il contributo della comunità cinese alla Seconda guerra mondiale, illustrando l’aderenza di questo gruppo etnico ai valori nazionali nonostante all’epoca fossero percepiti come cittadini alieni. Il graphic novel riconosce anche le lotte compiute dalle comunità asiatiche durante gli anni ’60 e ’70, mostrando come queste battaglie abbiano portato al riconoscimento dei meriti individuali di numerosi americani di discendenza cinese in vari campi: sportivo, accademico, politico, ecc. 

Tuttavia, questa rappresentazione finale e la ricerca di riconciliazione risulta eccessivamente ottimista. Nonostante il tentativo di decostruire cliché etnici (tra cui il famigerato Yellow Peril), il finale ha il potenziale di rinforzarne un altro, il model minority myth. Secondo questo modello i membri di una data comunità avrebbero raggiunto importanti traguardi dal punto di vista socioeconomico, misurati solitamente attraverso il reddito, il livello di istruzione e la stabilità familiare, riuscendo così ad assimilarsi alla cultura mainstream. Il modello afferma come attraverso il duro lavoro gruppi minoritari possano riuscire a integrarsi e salire la scala sociale. Si può quindi notare una correlazione tra questo mito e l’American Dream (di cui risulta una rivisitazione). Questa narrazione risulta nondimeno riduttiva. L’esperienza individuale viene generalizzata a un intero gruppo, impedendo di mostrare come forme di razzismo istituzionale persistano nella società attuale e come alcuni membri della comunità non abbiano accesso alle medesime opportunità di migliorare le proprie condizioni. Infatti, esistono forme di iniqua redistribuzione delle risorse anche all’interno di uno stesso gruppo etnico.

 

4. Conclusioni

L’opera di Wong riesce efficacemente a ricostruire la storia migratoria della comunità cinese in Nord America mostrando le difficoltà incontrate nel passato. Il fumetto evidenzia in modo chiaro alcune delle dinamiche sociali alla base del fenomeno migratorio, dimostrando come questo non coinvolga soltanto l’individuo che parte per cercare una vita migliore oltre oceano. Infatti, il graphic novel illustra l’esistenza di network familiari che rendono l’esperienza collettiva. L’enfasi dei capitoli finali sui successi individuali mina, però, il contenuto dell’opera finendo inevitabilmente per rinforzare nuovi cliché. L’omogeneizzazione dell’esperienza cinese attraverso il successo ottenuto da alcuni dei suoi membri cela infatti il lavoro che resta ancora da fare contro il razzismo. 

 

5. Bibliografia

Lipsitz, George (1990). Time Passages: Collective Memory and American Popular Culture. Minneapolis: University of Minnesota Press. 

McCloud, Scott (1993). Understanding Comics. The Invisible Art. New York: Harper Collins.

Wong, David H.T. (2012). Escape to Gold Mountain: A Graphic History of the Chinese in North America. Vancouver: Arsenal Pulp Press.

Zanfrini, Laura (2017). Sociologia delle migrazioni. Bari: Edizioni Laterza.

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