Riflessioni sul Cinema Ritrovato: impressioni generali e “Tucker” di Francis Ford Coppola5 min read

Primo dei tre appuntamenti con le riflessioni di Costanza Salvi, studiosa di cinema nordamericano,sulla 32ª edizione de “Il Cinema Ritrovato”, tenutosi a Bologna dal 23 giugno al 1 luglio. 

Arrivato alla sua 32ª edizione, il Cinema Ritrovato ha offerto quest’anno al pubblico bolognese e internazionale alcune grosse novità. Prima di tutto, l’apertura del Cantiere Modernissimo – i cui lavori di restauro dovrebbero partire nel prossimo gennaio, seguendo un progetto finalizzato a restituire questa sala al suo splendore originario, nello stile del 1915 – ha ospitato la sezione dedicata a Wolves of Kultur, una serie cinematografica del 1918 in 15 episodi. L’intenzione era quella di fondere recupero del passato ed esigenze del pubblico contemporaneo, sempre più attirato dalle serie Tv. Provando a rifiutare per una volta il meccanismo sterile della visione individuale offerta da smartphone e tablet, il pubblico del festival si ritrovava ogni giorno nella sala del futuro Modernissimo ad assistere alla puntata successiva sospesa su un cliffhanger mozzafiato, che costringeva a ritornare per scoprire la soluzione del dilemma.

La seconda novità è stata la presenza di Martin Scorsese, a Bologna per la seconda volta dopo la laurea honoris causa ricevuta dall’Alma Mater Studiorum nel 2005. La sua lezione si è tenuta al Teatro Comunale di Bologna e ha coinvolto quattro registi italiani, Alice Rohrwacher, Valeria Golino, Matteo Garrone e Jonas Carpignano. “We must fight for the art form that is film – ha esordito Scorsese – it is not simply ‘content’ ”, a ribadire la differenza sostanziale non solo della scala dimensionale ma dell’esperienza stessa della visione. Indipendentemente dal fatto che si tratti di un film epico o di un dramma intimista, ogni film dovrebbe essere fruito nella forma estetica in cui è stato ideato. Senza cadere in conclusioni troppo rigide, basterebbe, in effetti, richiamare alla mente la differenza percettiva che ci offre l’esperienza di visione in una sala cinematografica rispetto a quella ridotta dentro i limiti dei pochi centimetri di uno schermo di cellulare.

Scorsese

Martin Scorsese in Piazza Maggiore per la proiezione del suo “Raging Bull” (1980)

Del resto, lo sanno bene gli spettatori bolognesi che hanno affollato le proiezioni di piazza Maggiore, l’elemento più distintivo del Festival. É probabilmente impagabile una visione così straordinaria e totale, seduti o sdraiati sul porfido caldo che circonda il ‘crescentone’ o sui gradini della chiesa, abbracciati agli amici, uniti verso un unico punto di osservazione. Certo, le garanzie del successo delle proiezioni serali in piazza sono tante: la gratuità, l’enormità dello schermo, la bellezza scenografica e architettonica del luogo, l’opportunità di portare la proiezione fuori dal teatro per incontrare il pubblico nello spazio principale della città, ma non è solo questo. Come sostiene Gian Luca Farinelli (che dirige il Festival insieme a Cecilia Cenciarelli, Ehsan Khoshbakht e Mariann Lewinsky), si tratta, soprattutto, di

“un desiderio primigenio, cui la società digitale ci sta disabituando, cioè quello di godere insieme, vicini, di uno spettacolo culturale, ridendo o commuovendoci con centinaia di altre persone che non conosciamo”

(Gian Luca Farinelli, Il Cinema Ritrovato, XXXII Edizione, Cineteca di Bologna, Bologna, 2018, p. 10).

Ed è questo il motivo per cui, nel corso degli anni, il Festival ha fornito l’occasione per formare una comunità di persone che sentono il bisogno di ritrovarsi ad ogni scadenza, alimentando il piacere della cinefilia, l’esperienza collettiva dello schermo, la visione ininterrotta, la discussione e lo scambio di opinioni, le lezioni di cinema, gli approfondimenti, gli incontri con maestri, archivisti, esperti.

Farsi strada tra oltre cinquecento titoli, tra corti e lungometraggi, di finzione, animazione e documentari non è facile. Le sezioni erano molte: l’usuale Cento anni fa che proponeva i film del 1918, quella dedicata all’età d’oro del cinema sovietico (1934), alla rinascita del cinema cinese (1941-1951), tre sezioni più brevi dedicate ad alcuni protagonisti del cinema italiano come Marcello Mastroianni, Marcello Pagliero e Luciano Emmer. Una delle più amate dai cinefili è da sempre la sezione riservata al restauro del colore e il pubblico di quest’anno ha potuto ritrovare la memoria originaria dei cromatismi di almeno tre film memorabili proprio per la loro colorazione: Incontriamoci a Saint Louis (Meet Me in St. Louis, Vincente Minnelli, 1944), Marnie (Hitchcock, 1964) e Femmina folle (Leave Her to Heaven, John Stahl, 1945).

Chi, invece, è interessato alla storia e al cinema americano poteva davvero contare su molto materiale. Prima di tutto la prosecuzione del Progetto Keaton che, dal 2015, persegue l’obiettivo di restaurare i film reallizzati tra il 1920 e il 1928 da questo maestro della comicità americana, e poi una serie di capolavori restaurati dal laboratorio L’Immagine Ritrovata in collaborazione con altre cineteche internazionali: L’appartamento (The Apartment, Billy Wilder, 1960), Che fine ha fatto Baby Jane? (What Ever Happened to Baby Jane?, Robert Aldrich, 1962), Grease (Randal Kleiser, 1978), Alien (Ridley Scott, 1979), Toro scatenato (Raging Bull, Martin Scorsese, 1980) e il bellissimo, visionario e autoreferenziale Tucker di Francis Ford Coppola (1988).

Proiezione di “Tucker” di Francis Ford Coppola

É proprio quest’ultimo il titolo che meriterebbe una riscoperta, anche alla luce di una sua imminente uscita in DVD e Blu-ray. Come fa giustamente notare Kaveh Askari nel catalogo del Festival, “Coppola riconosceva in Preston Tucker un po’ di se stesso, un po’ di P. T. Barnum e un po’ di Charles Foster Kane”.(Kaveh Askari, Il Cinema Ritrovato, XXXII Edizione, Cineteca di Bologna, Bologna, 2018, p. 272). Per quanto rivisto oggi, alla luce degli sconvolgimenti che interessano il settore dell’automobile, il film possa apparire alquanto in anticipo sui tempi, siamo certi che Coppola volesse soprattutto fare una riflessione – valevole ora come nel 1988 – sulle possibili strade che si aprono a chi cerca di sottrarsi al potere schiacciante delle Majors per promuovere idee personali, originali e creative. Le stesse che Coppola cercò di perseguire quando decise di fondare insieme a George Lucas, nel 1969, la American Zoetrope. “What’s the difference, fifty or fifty million (cars produced) – sostiene Tucker alla fine del film –  that’s only machinery! It’s the idea that counts, the dream…”. Nessuna affermazione potrebbe meglio esprimere lo spirito d’iniziativa, l’intraprendenza individuale e l’aspirazione all’indipendenza che hanno da sempre fatto parte del sogno americano: che si tratti di produrre automobili o film, tutto parte dalla resilience di chi non smette di affermare la personale capacità di resistere ed adattarsi alle condizioni avverse e ai poteri accentratori. Come insegna il ritornello di una jazz-song tradizionale, Tiger Rag, che Tucker continua a cantare per tutto il film, la tigre va afferrata e tenuta stretta, senza paura. Quindi, ancora e sempre: hold that tiger!   

Ringraziamo la Cineteca di Bologna per averci dato il consenso di usare le foto ufficiali della rassegna.

 

Print Friendly, PDF & Email
By |2018-07-18T18:27:47+00:00luglio 11th, 2018|Recensioni|0 Comments

About the Author:

Leave A Comment