Ray Bradbury, scrittore e sceneggiatore, fu capace di rinnovare il genere fantascientifico novecentesco, pur rimanendo, sul piano tecnico, un maestro di narrazioni per lo più brevi. 

1. Bradbury, lo scrittore

2. La fortuna editoriale

3. L’arte di inventare storie

4. L’incontro con una figura speciale

5. Bradbury e la coronazione di un sogno lungo una vita

6. Un classico senza tempo

7. Bibliografia


1. Bradbury, lo scrittore

Ray Bradbury fu un autore capace di misurare il suo respiro narrativo in maniera eccellente e calibrata, sia quando pensava le storie che quando le scriveva. Tale urgenza nasceva da una voglia irrefrenabile di inventare mondi e da quella bravura affinata giorno dopo giorno, grazie ai racconti che scriveva e inviava a riviste specializzate, in cambio di pochi dollari.

Per queste ragioni, nonostante la sua visione autoriale precorritrice dei tempi, non scrisse “libri-mondo” o romanzi enciclopedici, perché non era congeniale al suo estro creativo. Lo aveva anche dichiarato in una intervista, del 1976 e mai pubblicata, rilasciata alla Paris Review: «[…] E poi un romanzo è difficile da scrivere perché è difficile conservare l’intensità del proprio innamoramento» (Cfr. Bradbury, R., Cento Racconti, Milano, Mondadori, 2013, p. XXIII). 

Eppure, cimentandosi in quel tipo di narrazioni a lui consone, riuscì a dare il meglio di sé senza mai cadere in mode letterarie passeggere. 

Questa delle mode letterarie è cosa che accadrà, e accade ancora a oggi a più riprese, agli autori statunitensi, quali Flannery O’ Connor e Raymond Carver, citati spesso a sproposito in alcuni corsi di scrittura creativa italiani, nella trattazione di minimalismo tout court che torna spesso nelle mode editoriali.

Questo porta alla nascita di mode legate per lo più a tempistiche editoriali. Il risultato è una narrativa breve incentrata su storie dal pensiero univoco. In contrapposizione a tutto questo, dando ragione al tempo storico in cui viveva Bradbury, le sue storie brevi nascevano per riviste letterarie che compravano i singoli racconti dello scrittore esordiente (quando era ancora ragazzo), per poi diventare – in seguito – antologie autonome a opera dello scrittore ormai maturo. Tutto ciò accadeva con un moto virtuoso ma contrario ai fenomeni editoriali contemporanei, momento storico in cui ormai scomparse le riviste cartacee – intese come campo d’azione in cui cimentarsi come narratori dello scrivere breve – nascono a destra e a manca corsi per aspiranti autori. Così, dietro elevato compenso per gli organizzatori, si promette di trovare una vena creativa per cui le storie brevi vengono adattate per un mercato che vorrebbe solo contenitori di short story pronte per l’uso – e getta – editoriale contemporaneo. 

Polemiche letterarie (nostrane) a parte, Ray Bradbury scrisse racconti polizieschi, fantastici, di fantascienza e d’atmosfera fin dai suoi esordi in pieno fervore da autodidatta, riuscendo magnificamente nel gesto narrativo. Il suo primo tentativo fu una storia breve che gli fruttò giovanissimo poco meno di venti dollari, quando nel 1941 Super Science Stories, diretta da Alden H. Norton, acquistò il suo primo racconto, Pendulum, riscritto con l’aiuto dello scrittore Henry Hasse. 

 

2. La fortuna editoriale di Bradbury

Quando si ritrovò ad aver bisogno di un ufficio tutto suo, oltre all’ingegno personale si servì del solo supporto di  una macchina da scrivere a gettoni, davanti alla quale sedeva per immergersi nelle prime stesure delle pagine ipnotiche di quel racconto che in fase di bozza iniziale s’intitolava Il Pompiere e che diventerà poi, nelle vesti di un vero e proprio romanzo, un libro dal titolo Fahrenheit 451

Da ragazzo, quando vivevo con i miei genitori e mio fratello a Los Angeles, la casa era piccola e scrivevo in camera da letto o nel soggiorno. Battevo a macchina in soggiorno, con la radio accesa  e con mia madre, mio padre e mio fratello che parlavano. In seguito, quando ho avuto bisogno di un ufficio e volevo scrivere Fahrenheit 451, venticinque anni fa, sono andato alla UCLA e ho trovato un posto nel seminterrato dove mettevi dieci cent nella macchina da scrivere e potevi usarla per mezz’ora. (Ivi, p. XXV).

Era come se il tempo breve dettato dal timer della macchina da scrivere a gettoni fosse esso stesso lo spazio dilatato (e al contempo limitato) in cui riversare le sue mirabolanti narrazioni. Lo stesso Bradbury in un frammento autobiografico, confermò:

«Alla fine trovai il posto, la sala di dattilografia nel seminterrato della biblioteca dell’Università di California, a Los Angeles. Là, in un baccano del diavolo, c’erano un certo numero di vecchie Remington o Underwood che venivano noleggiate per dieci cents la mezz’ora. Infilavi la moneta, l’orologio cominciava a ticchettare come un pazzo, e tu ti mettevi a scrivere selvaggiamente, per finire prima che la mezz’ora passasse. Così ero doppiamente condizionato; dai bambini a lasciare la casa e dal servizio di battitura a tempo a essere un maniaco sui tasti. Il tempo era davvero denaro. Finii la prima stesura in nove giorni esatti[…]» (Cfr. Bradbury, R., Lo zen nell’arte della scrittura, Roma, Deriveapprodi, 2000, cit. p. 59).

 

3. L’arte di inventare storie

Se il tempo dedicato alla scrittura, per Bradbury, era davvero denaro, anche il tempo biologico della sua esistenza aveva un peso specifico che l’autore in 92 anni di vita non sottovalutò mai. Tutto accadeva, come ha raccontato Bradbury stesso, in ragione degli incontri che avvenivano nella sua vita. Incontri dei quali raccoglieva ogni suggestione, col fine di guadagnare tempo (da vivere) utile a non perdersi nulla in terra del suo passaggio da essere umano con doti ben affinate quali curiosità estrema e accurata capacità di sintesi.

Per Bradbury, il suo percorso da inventore di storie ebbe inizio grazie a un incontro:

Lo scrivere, cioè. Tutto venne insieme tra la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno del 1932. In quel periodo io ero pieno di Buck Rogers, dei racconti di Edgar Rice Burroughs, e del serial radiofonico sulla magia Chandu il mago. Chandu  parlava della magia e delle voci telepatiche e dell’Estremo oriente e di strani posti che tutte le sere mi facevano sedere e riscrivere a memoria ogni puntata dello show. Ma l’intero conglomerato di magico e mitologico e il cadere giù dalle scale con i brontosauri solo per risalire con La of Opar, fu mescolato in un solo composto da un uomo, Mr. Electrico. Arrivò con uno spettacolo male in arnese, The Dill Brothers Combined Shows, durante il fine settimana del Labour Day, nel 1932, quando avevo dodici anni. Ogni notte, per tre notti, Mr. Electrico si sedette sulla sua sedia elettrica, fulminato da dieci miliardi di volt di pura elettricità blu sfrigolante.[…] sfiorava le teste dei bambini con la spada Excalibur, facendoli cavalieri col fuoco. Quando venne da me, mi toccò entrambe le spalle, e poi la punta del naso. L’elettricità mi saltò dentro. Mr. Electrico gridò: «Vivi per sempre!» (Ivi, cit. pp.49-50).   

 

4. L’incontro con una figura speciale

Grazie al battesimo di Mister Electrico, Bradbury (già abituato a trascrivere a mano ogni sera in un diario le puntate dei suoi radiodrammi preferiti) apprese due ulteriori lezioni sulla scrittura e sulla vita, che potremmo racchiudere nel monito che segue: non smettere mai di scrivere, guadagnando tempo narrativo (da investire nell’invenzione di storie) e vivere appieno la vita quotidiana terrena (in quanto essere umano dotato del dono dell’immortalità). 

Nel 1946 pubblicò su Planet Stories il primo racconto della serie delle Cronache Marziane, Million Year Picnic, storia breve che pose le basi di un libro che lo renderà celebre, grazie a una serie di montaggi brevi e narrazioni dal passo corto. Cronache Marziane del 1950, è frutto di una serie di storie più o meno brevi, ad ampio raggio narrativo di matrice (non solo) fantascientifica. Si tratta di racconti ambientati sul pianeta rosso colonizzato dai terrestri; storie che si rifanno, metaforicamente, all’approccio del mondo reale adottato dagli statunitensi nei confronti degli “stranieri” additati come invasori. Le cronache, considerabili anche come un testo unico dalla forma di diario scritto da un narratore esterno, vedono vari protagonisti agire come attori di una colonizzazione che ha inizio nel 1999 e trova fine nel 2026.  Una colonizzazione che è più interiore, che fisica, grazie alle dinamiche emotive tipicamente umane, che i viaggiatori vivono facendosi strada sul pianeta Marte. 

In una poco nota intervista lo stesso Bradbury aveva dichiarato che amava, fin dall’infanzia, ascoltare storie narrate dagli anziani. Probabilmente quelle stesse storie di vita che sotto forma  di metafora rielaborò più e più volte, lungo tutta la sua vita da scrittore. Basti pensare al romanzo L’estate incantata (1957) in cui si scorge tra le righe, un ragazzino che scopre la vita, la morte, il tempo, e che annota tutto nel proprio diario come e fosse il giovane alter ego di Bradbury stesso. In Addio all’estate (2006), il prosieguo del libro già citato, Bradbury affronta invece, la fase matura dell’età, con la differente prospettiva del tempo che fu. 

 

5. Bradbury e la coronazione di un sogno lungo una vita

L’intera carriera di Ray Bradbury, durata più di settant’anni, lo vide impegnato nella scrittura di oltre 1500 racconti e cinque romanzi. Per il cinema scrisse il soggetto del film Destinazione…terra! (1953) diretto da Jack Arnold, la sceneggiatura dell’adattamento cinematografico di Moby Dick (1956) di Melville, girato da John Huston con Orson Welles e Gregory Peck;  diversi script per la serie televisiva fantascientifica di culto del 1959 Twilight ZoneAi confini della realtà creata da Rod Serling, tra i quali il centesimo episodio della serie dal titolo Il corpo elettrico (1962)

Ray Bradbury fu un velocista delle narrazioni dal passo breve, ma dimostrò durante tutta la sua carriera (grazie a libri in prosa, testi poetici, opere teatrali nonché sceneggiature cinematografiche e televisive) di essere un autore dallo stile rapido ed efficace, un uomo dedito alla scrittura ogni giorno della sua vita. Fu uno scrittore irrequieto e sempre attivo, che negli ultimi anni della sua vita, come egli stesso racconta in un passaggio autobiografico dell’antologia di racconti Il  pigiama del gatto (2004), quando si ritrovò a essere impossibilitato a scrivere, telefonò alla figlia e le dettò al telefono un racconto finito, che aveva in mente per intero.  

 

6. Un classico senza tempo

Ray Bradbury è uno scrittore vero, puro,  che ha meritato di vedere i suoi libri sullo scaffale dei classici e che nello scrivere ogni giorno vedeva una sola vera religione: «Ogni mattina io salto giù dal letto e mi metto a camminare su un campo minato. Il campo minato sono io. Dopo l’esplosione, passo il resto della giornata a rimettere insieme i pezzi. È il tuo turno, adesso. Salta!» (Ivi, cit. p. 10).

 

7. Bibliografia

Bradbury, R., Fahrenheit 451,Milano, Mondadori, 1956.

Bradbury, R., Lo zen nell’arte della scrittura, Roma, Deriveapprodi, 2000.

Bradbury, R., Cento Racconti, Milano, Mondadori, 2013.

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