1. La letteratura all’epoca della Narcosi di Narciso

2. Il romanzo

3. La retorica della paura

4. Un esercizio di immaginazione storica

5. Un autore politico, non ideologico

6. Bibliografia

 

1. La letteratura all’epoca della Narcosi di Narciso

Nella nostra epoca digitale e digitalizzata capita di percepire eventi drammatici e traumatici come se fossero immagini inscritte in un videogame brutale nel quale siamo sì immersi, ma che pure resta intangibile, altro da noi, una sorta di iperrealtà da navigare più che da vivere.

Immagini perturbanti o violente vengono ripetute in modo quasi ossessivo e finiscono col diventare lo sfondo su cui si inscrive la nostra quotidianità. Ogni ripetizione lavora su di noi come un anestetico, addormentando la nostra sensibilità al dolore mentre crea un repertorio iconografico tanto mobile quanto labile. Un repertorio che, nel tempo, si fa catalogo di un immaginario condiviso, una sorta di memoria esterna che assurge a esperienza più estetica che etica, condivisa ormai a livello planetario.

In questo contesto è importante chiedersi che ruolo può giocare la letteratura (in tutte le sue forme, ovvero nella sua accezione originale di storytelling) nel renderci soggetti consapevoli di come gli ambienti tecnologicamente complessi cambino il nostro modo di esperire e di ricordare il mondo, soprattutto laddove il mondo propone situazioni di conflitto culturale, bellico o ideologico (un fatto purtroppo sempre più all’ordine del giorno). Che ruolo può giocare la letteratura nei nuovi processi di rimemorazione, laddove Storia e memoria sono categorie spesso messe in gioco non per capire realtà e contesti complicati anche dalla variabile tecnologica, ma per sedurre l’audience all’una o all’altra causa?  

Il romanzo di Philip Roth, The Plot Against America (2004), si propone come spunto interessante per capire come la letteratura possa rimanere uno strumento utile alla comprensione di fatti e di idee in modo creativo e stimolante. Non solo: quello di Roth è un romanzo che ci costringe anche a fare i conti con l’idea di responsabilità individuale in un’epoca – la nostra – in cui la Narcosi di Narciso (un termine con il quale gli studiosi di ecologia dei media sottolineano il processo di incantamento che le nuove tecnologie mobili e ‘friendly’ hanno su utenti sempre più auto-centrati – Marshall McLuhan, 1964, 63) è diventata una sorta di imperativo egotistico e soggiogante delle nostre società interconnesse.

Nel suo romanzo, Roth si mette in gioco personalmente e affronta la responsabilità di una indagine storica che è prima di tutto riflessione soggettiva e individuale. Non a caso, la voce narrante è proprio quella di Roth bambino che, rivivendo nella finzione letteraria, porta il lettore a porsi domande importanti su grandi temi civici: la tolleranza, la diversità, la discriminazione su base etnica.

Preso alla rovescia, l’implacabile imprevisto era quello che noi a scuola studiavamo col nome di “storia”, la storia inoffensiva dove tutto ciò che nel suo tempo è inaspettato, sulla pagina risulta inevitabile. Il terrore dell’imprevisto: ecco quello che la scienza della storia nasconde, trasformando un disastro in un’epopea. (Roth, 2004)

Laddove la “scienza della storia” nasconde, la letteratura rivela: il romanzo di Roth porta così il lettore a fare i conti con l’imprevisto e, anche, con la risposta individuale al trauma che irrompe nel proprio quotidiano, travolgendolo.

 

2. Il romanzo

The Plot Against America è stato concepito da Roth come una ucronia o, come dicono gli americani, come un esercizio di alternate history: un viaggio nel tempo che porta a ricreare un momento storico del passato alla luce di una variabile immaginata. In questo romanzo, Roth immagina che le elezioni presidenziali americane del 1940 non vengano vinte da Franklin Delano Roosevelt ma da Charles Lindbergh, vero e proprio eroe dell’aviazione (fu il primo ad attraversare, in solitaria, l’oceano atlantico da New York a Parigi, nel maggio del 1927), nonché convinto isolazionista e simpatizzante nazista. Divenuto presidente, Lindbergh sottoscrive un patto di non belligeranza con Adolf Hitler e intrattiene relazioni cordiali con la Germania, mentre il nuovo governo vara una serie di provvedimenti chiaramente antisemiti. Il racconto viene narrato dal punto di vista di un bambino ebreo americano (lo stesso Roth) che vive con la famiglia a Newark, un piccolo angolo d’America fino a quel momento tranquillo e ora minacciato in modo sempre più marcato dalla linea politica di Lindbergh.

Il Roth adulto e autore crea, nella finzione narrativa, un alter ego al Roth bambino, il piccolo Seldon Wishnow, l’unico personaggio davvero inventato dall’autore, che costruisce la sua storia rianimando figure reali del suo passato e di quello americano, dai genitori al fratello, dai leader politici alle star della radio.

Seldon Wishnow non è semplicemente, come il minore dei Roth, un bambino di nove anni che si trova ad affrontare troppi problemi, ma il personaggio più tragico del libro, un bimbo americano che ha fiducia nel prossimo e che vive qualcosa che somiglia all’esperienza degli ebrei europei. Lui non è il bimbo che sopravvive al turbamento per raccontare la storia, ma quello che ne ha l’infanzia distrutta.” Philip Roth, “Il mio libro sull’America governata dai nazisti, Il Venerdì di Repubblica, trad.it. di Emilia Benghi, 2005, p. 113

Seldon, il compagno di classe gentile e solitario, “è la responsabilità di cui non puoi sbarazzarti. Quanto più desideri liberarti di lui meno ci riesci e meno ci riesci più ne hai desiderio” (Ibidem, p. 111).

Pubblicato nell’America post 9/11, guidata da George W. Bush, il romanzo di Roth acquisisce nuovi significati nell’epoca di Donald Trump. Il motto “America first”, resuscitato dall’attuale presidente americano, così come le sue continue minacce (di fatto attuate) di nuove forme di protezionismo commerciale o le politiche brutali di consolidamento delle frontiere nazionali evocano le idee nazionaliste e populiste già sostenute negli anni Trenta dall’ala più conservatrice del senato americano e da molti simpatizzanti filo-nazisti dell’epoca. America First Committee, infatti, era il nome del gruppo isolazionista, antisemita e filofascista fondato nel 1941 per supportare la linea del non-intervento nella seconda guerra mondiale. Charles Lindberg fu uno dei portavoce più attivi e popolari per questo gruppo; famoso è il discorso da lui tenuto l’11 settembre 1941 a Des Moines, Iowa, ripreso anche da Roth nel suo romanzo.

Allo stesso modo, la scelta di Roth di scrivere un romanzo a cavallo tra ucronia e finzione politica diventa ulteriormente interessante se giustapposta alla realtà televisiva e comunicativa contemporanea, caratterizzata da un rinnovato dialogo inter-mediale.

L’ucronia è, infatti, un genere che sta conoscendo una sorta di rinascita consapevole grazie a molte serie televisive ispirate proprio da opere letterarie già famose nel secolo scorso. Si pensi, ad esempio, all’adattamento seriale di The Man in the High Castle, di Philip K. Dick (laddove ci si immagina un’America sconfitta durante la seconda guerra mondiale e dominata dalle forze dell’Asse, i Nazisti nella costa Est e i Giapponesi in quella Ovest) o a The Handmaid’s Tale di Margaret Atwood (un viaggio in un’America del futuro in cui la democrazia è diventata regime maschilista e oppressivo).

Anche il romanzo di Roth usa questo genere per proporre riflessioni complesse sul rapporto ambiguo tra democrazia e libero arbitrio, soprattutto in epoca di comunicazione di massa. Tuttavia, più che una vera e propria indagine delle ragioni meramente politiche del romanzo di Roth, vale la pena chiedersi quale ruolo può avere la letteratura nell’aiutare il lettore a navigare una società complessa con rinnovata consapevolezza, soprattutto laddove si discuta del passato per leggere il presente. Cosa che sta accadendo proprio ora e proprio qui, laddove i termini fascismo e antifascismo ricorrono nella cronaca contemporanea, che si parli del Salone del libro di Torino, di accoglienza o di memoria e identità nazionale, di populismo, di sovranismo o di democrazia.

 

3. La retorica della paura

Alla luce di quanto sta accadendo, considerare l’opera di Roth come un mero esercizio di immaginazione, come mera “storia alternativa”, rischia di limitarne le potenzialità, di semplificare la lezione che potrebbe insegnarci.

È più interessante considerare questo romanzo come una nuova, per quanto provocatoria, forma di romanzo storico, ovvero come una sorta di romanzo meta-storico che aiuti i lettori non tanto a esperire un momento di storia, quanto piuttosto a esperire e investigare come si costruisce in modo scientifico e consapevole una mentalità distruttiva che legittima, in un contesto storico e in una comunità, la diseguaglianza (etnica, biologica, di orientamento, economica). Una mentalità che sembra ripetersi attraverso i secoli in modo costante, sebbene in modi diversi a seconda della diversa relazione tra natura e cultura, ovvero della diversa relazione degli individui con l’ambiente (naturale e tecnologico) che di volta in volta evolve.

Roth ci fa esperire come si può creare un senso condiviso di paura e di oppressione, come si possa creare un nemico dentro i proprio confini nazionali o mentali che siano: un nemico dentro la nazione, tra i vicini, dentro di noi. Roth ci rivela come si possano erigere muri più o meno visibili capaci di separare noi da loro anche laddove i media sono un ambiente “amichevole”. Ci fa esperire un processo di cui non siamo sempre pienamente consapevoli grazie a una narrazione che giustappone la Storia alla finzione, facendoci vivere la creazione di una mentalità che, da sempre, nutre tutte le guerre, tutte le ingiustizie, tutti i soprusi: la paura dell’altro da noi, del diverso. Una mentalità che Roth racconta ed esplora in relazione ai tardi anni Trenta e ai primi anni Quaranta del Novecento, ma che, di fatto, ancora abita il nostro presente. Purtroppo.

Per farci capire come quella mentalità si formi e cresca in seno a una comunità, Roth non sceglie il proprio tempo (cosa che sarebbe stata certamente possibile proprio perché quella mentalità resta non solo viva ma viene costantemente alimentata, come testimoniano ogni giorno le notizie condivise su giornali, canali televisivi e web), ma si concentra su un momento storico preciso: il momento in cui i nuovi media hanno cominciato a diventare la nostra natura, il nostro ambiente,  invisibile e pervasivo.

L’ecologia dei media ci insegna, infatti, che l’età di Marconi o età elettrica fiorisce proprio nel periodo tra le due guerre quando nuovi media (ovvero le nuove tecnologie elettriche ed elettroniche) hanno iniziato a riconfigurare la terra nell’immagine di un villaggio globale. Dopo il telefono è venuta la radio e la terra è diventata più piccola e interconnessa; nello stesso periodo, i concetti di informazione e di conoscenza sono stati rivisitati, anche grazie all’esplosione dello showbiz, tanto da diventare contenuto interscambiabile di un habitat tecnologico sempre più fagocitante.

Non è così un caso se la radio gioca un ruolo fondamentale nel romanzo di Roth. Il suo potenziale viene, infatti, analizzato non tanto e non solo dal punto di vista meramente tecnologico, ma anche e soprattutto come nuova mass commodity capace di plasmare, in tempi rapidissimi, la nostra immaginazione e, soprattutto, la nostra percezione e la nostra comprensione della realtà. (Lamberti, 2003, 83-95).

Nel romanzo, la radio diventa il nuovo villaggio tribale che costruisce e decostruisce la realtà, la scatola magica che porta sia il mondo che il Grande Fratello nell’intimità delle case, manipolando idee e ricreando la verità. Già nelle prime pagine del romanzo Roth enfatizza l’impatto della radio (e, dunque, della nuova rivoluzione portata dai media elettrici) sulla percezione che la gente ha del tempo e, dunque, della Storia. Roth sottolinea come la radio induca a dimenticare il passato, anche quello più recente, per abbracciare nuove narrazioni, per quanto inquietanti.

Nel romanzo, la radio e i mass media diventano l’ambiente entro il quale si confondono i confini tra l’intrattenimento e la comunicazione politica: Lindberg usa la radio (mezzo di comunicazione reso famoso da Roosevelt per raccontare direttamente agli americani il suo New Deal, con interventi radiofonici ricordati come “The Roosevelt’s Fireside Chats”) per ipnotizzare gli americani, sfruttando il suo essere una celebrità che si è fatta da sé e costruendo una narrazione accattivante attraverso la ripetizione di slogan brevi ed efficaci.

L’eroe del volo in solitaria usa questo mezzo di comunicazione per creare rituali di massa che vengono ripetuti e vissuti in contemporanea in tutta l’America. È la celebrità nazionale amata come uno di famiglia (Lindy) che incarna una alternativa decisa e giovanile ai sermoni che il vecchio presidente somministra ogni settimana alla nazione: “La scelta è semplice. Votate per Lindbergh o votate per la guerra” (Roth, 2004, 31). Di fatto, nel romanzo la retorica di Lindbergh si costruisce sull’opzione binaria “mi piace/non mi piace”: suggerisce un’alternativa alla complessità del momento e incoraggia a scegliere nel presente. Lindy è, dunque, la celebrità che conferma le tesi di Edward Bernays: nel ventesimo secolo – e con una accelerazione esponenziale nei due periodi postbellici – non c’è molta differenza tra la retorica della propaganda politica e quella della comunicazione commerciale. E la cosa è ancora più vera nel momento in cui i media diventano non solo “estensione dell’uomo”, ma vero e proprio ambiente, contribuendo a creare quello che Ballard ha chiamato “il nostro presente vorace” (J.G. Ballard, 1996, 13-20).

 

4. Un esercizio di immaginazione storica

Il metodo meta-storico di Roth si costruisce a partire da quello che lui stesso definisce come un “esercizio di immaginazione storica” che presenta “27 pagine di prove documentali che sottendono ad una irrealtà storica di 362 pagine nella speranza di dimostrare che il libro è qualcosa d’altro che frutto di una fantasia” (Roth, 2005, 115).

Roth si insinua nella Storia e propone situazioni realistiche che sarebbero potute accadere, ma che non sono accadute. Nel farlo, mette in risalto alcune questioni che sono certamente radicate nel periodo storico di cui si occupa ma che, al tempo stesso, lo trascendono. Qui a seguire, ne citiamo solo brevemente alcune, per soffermarci più sul senso dell’operazione che sullo scenario specifico.

Il tema che emerge, su tutti, nel romanzo di Roth è probabilmente quello che pone in relazione la dimensione pubblica della storia con quella privata. Nel romanzo, lo scrittore fa rivivere la sua famiglia e cerca di immaginare come avrebbero reagito i genitori, il fratello e lui stesso, se l’America non si fosse schierata contro il regime nazista. “Volevo che la mia famiglia si opponesse esattamente come si sarebbe opposta se la storia fosse stata come l’ho travisata in questo libro e i miei familiari fossero stati soverchiati dalle forze che ho schierato contro di loro. Forze schierate contro di loro allora, non oggi”. (Roth, Ibidem)

I personaggi della sua narrazione sono, dunque, autentici, ma vivono situazioni mai accadute: la realtà privata diventa così punto di osservazione di una dimensione pubblica immaginaria. È una scelta che complica il rapporto tra storia, memoria e narrazione (storiografica e letteraria): l’esercizio di immaginazione di Roth acquista un carattere di verosimiglianza inquietante proprio perché viene fatta un’ipotesi plausibile.

Sarebbe così riduttivo parlare qui solo di fantapolitica o di distopia tout court, anche se Roth, parlando di questo romanzo, ha accennato a George Orwell; analizzarlo come ucronia resta, infatti, molto più interessante perché, come dimostra il rinnovato interesse trans-mediale per questo genere, l’ucronia può diventare strategia narrativa utile a ripensare al romanzo storico in epoca contemporanea. L’ucronia può forse aiutare la costruzione di un dibattito intelligente in merito a questioni storiche e complesse e forse mai appieno affrontate in seno alle democrazie occidentali. Può farsi laboratorio attivo per un confronto sui rimossi scomodi della Storia più recente quali, ad esempio, il rapporto ambiguo che vige, anche in seno alle società liberali, tra la manipolazione di una opinione pubblica attraverso forme di comunicazione di massa e libero arbitrio.

Lindbergh è stato certamente un grande personaggio mediatico dell’America tra le due guerre e non è affatto improbabile credere che una sua candidatura alla presidenza della nazione avrebbe potuto avere un esito positivo, soprattutto se fondata su un programma isolazionista. Non è un caso se, nel romanzo, i mass media (stampa e radio) hanno un ruolo fondamentale non solo nell’informare o contro-informare i cittadini americani, ma anche e soprattutto nel formarli.

Roth ci fa riflettere sul ruolo che nuove forme di comunicazione di massa hanno avuto non solo nella definizione di processi storici cruciali del secolo scorso, ma anche nella loro interpretazione, ovvero, nel modo con cui poi, nel tempo, la Storia viene preservata o no, ricordata o rimossa o riscritta. Roth ci fa fare i conti con l’idea di manipolazione, di censura occulta, che si attua anche in seno alle società democratiche attraverso forme di comunicazione che incantano e seducono le coscienze in modo spesso subliminale.

Infine, il romanzo di Roth riporta in primo piano la questione del rapporto ambiguo tra establishment americano e fascismo, inscritto in una politica estera in bilico tra liberismo e imperialismo, tra protezionismo nazionale ed espansionismo commerciale, perseguita anche con mezzi non propriamente democratici.  Vale la pena ricordarlo: quello di Roth è un esercizio di immaginazione storica, ciò che scrive è una finzione, un ‘esperimento di pensiero’.

Il libro ha avuto un avvio accidentale, come un esperimento di pensiero. Non avevo in mente un libro del genere né era il genere di libro che aspiravo a scrivere. Non avrei mai concepito il soggetto, per non parlare del metodo, spontaneamente. Scrivo spesso di cose non avvenute, ma mai di storia non avvenuta. Il trionfo americano sta nel fatto che, a dispetto della discriminazione antisemita istituzionalizzata della gerarchia protestante dell’epoca, a dispetto dell’odio virulento contro gli ebrei del German-American Bund e del Christian Front, a dispetto della ripugnante supremazia cristiana predicata da Henry Ford e Padre Coughlin e dal reverendo Gerald L.L. Smith, a dispetto della generica avversione espressa nei confronti degli ebrei da giornalisti come Westbrook Pegler e Fulton Lewis, a dispetto dell’antisemitismo ariano ciecamente egoistico dello stesso Lindbergh, qui non accadde. Anche se molte delle cose che non accaddero qui accaddero altrove. Quella che in America era un’ipotesi era realtà per qualcun altro. […[ Come mai non sia accaduto è un altro libro, un libro sulla fortuna che abbiamo noi americani. (Roth, ibidem, 113)

Roth si limita a mostrare quello che avrebbe potuto essere anche in America e che non è stato attraverso un esperimento immaginativo che crea una realtà possibile. Come, però, ha ricordato lo stesso autore, l’ultima parola spetta alla storia, “E la storia è andata diversamente” (Roth, Ibidem, 113).

 

5. Un autore politico, non ideologico

Se i temi suddetti sono certamente cruciali e importanti ai fini di un’analisi dell’opera di Roth, altrettanto interessante è una riflessione sulle ragioni che hanno portato questo autore a questo esercizio di immaginazione storica.

Roth ha negato di avere scritto questo romanzo per denunciare e contrastare le operazioni di guerra dell’amministrazione di George W. Bush. Si è rifiutato di considerare la sua ucronia come una strategia per interpretare (e contrastare) il suo contemporaneo. Roth ha dichiarato in modo esplicito che ha scritto del passato “non per illuminar il presente attraverso il passato, ma per illuminare il passato attraverso il passato” (Roth, Ibidem, 115). Sembra, questa, un’affermazione molto importante sia per capire l’intenzione di Roth, che per apprezzare appieno il ruolo che la letteratura può avere nel coadiuvare la comprensione di fenomeni storici complessi. Quella di Roth è, infatti, un’affermazione che va oltre l’ideologia schierata e contestualizzata, e abbraccia, invece, un obiettivo politico più ampio, qualcosa che la letteratura può e deve perseguire.

Nelle nostre realtà mediatizzate, il termine “politica” ha perso il suo significato originale e viene spesso associato a una pratica inscritta nella realtà più o meno visibile di gruppi di potere tesi a perseguire interessi mirati. Una pratica che porta beneficio a pochi su tanti, la stessa che, nei discorsi populisti, si traduce con la logica del “noi” contro “loro”. Al contrario, nel metodo che Roth sperimenta nella sua ucronia, il termine politica torna alla sua origine etimologica e riacquista il significato di buon governo per tutti, un’azione finalizzata al bene di tutta la comunità.

Proprio alla luce di tutte queste considerazioni, è giocoforza credere a Roth quando afferma di non aver scritto il suo romanzo per denunciare le nefaste politiche dell’establishment americano coevo: Roth non si è concentrato sulla figura di Lindbergh per attaccare Bush, perché prima di tutto dovremmo considerarlo come un autore politico, non ideologico. Ha scritto per capire i fenomeni sociali, culturali e politici, ha scritto per esplorare le situazioni non per tradurle in giudizio storico o di parte. Nel caso di The Plot Against America, Roth è deciso a esplorare come si formi, in seno a una società democratica, una mentalità distruttiva in modo quasi subliminale; attraverso la sua scrittura meta-storica fa esperire al suo lettore quella che Hannah Arendt ha definito come “la banalità del male”.

Ecco quindi che “illuminare il passato attraverso il passato” vuol dire anche e soprattutto acquisire un senso storico complesso, qualcosa che è messo a rischio (o perlomeno ridefinito) in seno alla nostra società ipermediatizzata, iperconnessa. Il romanzo di Roth è stato, infatti, pubblicato proprio a metà di quella che gli esperti chiamano oggi “era del web”, il decennio 2000-2010, quello in cui internet è esplosa dando forma a un villaggio non più solo globale ma anche globalizzato, un villaggio che è esso stesso un grande deposito (spesso definito in termini di intelligenze connesse) di realtà interconnesse e mediatiche. È lo stesso periodo che vede l’emergere di nuove forme di populismo e, anche, di nuovi negazionismi (la negazione dell’Olocausto, la negazione del genocidio Armeno), diffusi rapidamente attraverso le nazioni e tra generazioni diverse anche grazie all’interconnessione tecnologica.

Il romanzo di Roth offre un contro-ambiente alle nostre memorie sempre più mediate e, di fatto, ricreate tecnologicamente, proprio perché propone una nuova forma/formula per la postmemoria all’epoca del web (M. Hirsch, 1997; 2012), che porta a evitare l’attacco esplicito e diretto al proprio presente, proprio perché può essere facilmente manipolato e respinto come falso o come compromesso ideologicamente. Roth propone invece di navigare la storia attraverso un esercizio arguto di immaginazione che si costruisce a partire da prove documentali rimesse in gioco per creare nei lettori una esperienza che porti ad insinuare un dubbio ragionevole capace di incrinare la versione totalizzante e ipnotizzante di una data narrazione. In epoca di omologazione digitale, Roth suggerisce di non essere ideologici ma politici, ovvero suggerisce di rigettare discorsi costruiti su logiche binarie che semplificano la realtà complessa ma, al contrario, cercare quella complessità e navigarla per recuperare variabili, deviazioni e differenze. Roth dimostra che in seno a quello che De Lillo ha chiamato l’imperativo digitale (De Lillo, 2003), anche la letteratura può diventare una tecnologia amichevole, capace di lavorare sulla coscienza dei lettori mentre li distrae con il proprio contenuto, proprio come ci hanno insegnato T.S. Eliot nel 1955 e…. John Lennon, con la sua “Beautiful Boy”(Double Fantasy, 1980).

The Plot Against America non è così solo un gioco letterario, ma anche una sfida alla nostra capacità empatica nei confronti della Storia e, soprattutto, dei processi storici nel loro farsi. Roth dimostra come, laddove i media sono ambiente avvolgente e pervasivo, la letteratura può farsi territorio su cui esercitarsi ad un rinnovato senso storico così da preservare una memoria storica articolata e rallentata. Può diventare il laboratorio che ci aiuta a fare luce non tanto e non solo su un determinato momento storico, ma soprattutto sui processi ambientali che sottendono il divenire della mentalità che lo domina e lo plasma. Non si scrive del passato per illuminare il presente perché non è forse poi così vero che la Storia si ripete. Piuttosto, è l’umanità che continua a dimenticare come ogni isteria che nasce in seno a una società non è che il prodotto di una serie di fattori contingenti di solito manipolati ad arte.

 

6. Bibliografia

De Lillo, Cosmopolis, 2003

Elena Lamberti, “La Galassia Marconi. Dalla radio al villaggio globale”. In: Guglielmo Marconi. genio, storia, modernità. (A cura di G. Falciasecca, B. Valotti), Milano, Giorgio Mondadori Editore, 2003, p. 83-95.

J.G. Ballard, Introduzione a Crash, Trad.it Gianni Pilone Colombo, Milano, Rizzoli, 1996, pp.xiii-xx

Lennon, “Beautiful Boy”, Double Fantasy, 1980

Hirsch, Family Frames: Photography, Narrative, and Postmemory. Harvard University Press, 1997

Hirsch, The Generation of Postmemory: Writing and Visual Culture After the Holocaust. Columbia University Press, 2012

Marshall McLuhan, Understanding Media. The Extensions of Man, 1964. Ed. W. Terrence Gordon. Corte Madera, CA: Gingko P, 2003

Philip Roth, The Plot Against America, Jonathan Cape London, 2004

Philip Roth, “Il mio libro sull’America governata dai nazisti”, Il Venerdì di Repubblica, trad.it. di Emilia Benghi, 2005

S. Eliot, The Use of Poetry and the Use of Criticism. London: Faber & Faber, 1955

 

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