Patricia Highsmith: luci e ombre di una voce unica12 min read

Mary Patricia Plangman: questo il nome di battesimo di quella Patricia Highsmith che oggi ricordiamo nella storia della letteratura nordamericana e nella produzione artistica di fine secolo scorso.

 

1. Una linea sottile tra dolore e amore

2. Le relazioni amorose: tra non accettazione e misoginia

3. L’introspezione psicologica

4. Luci e ombre nella difesa dei diritti umani

 

1. Una Line sottile tra dolore e amore

Texana, discendente di una famiglia tedesca trapiantata in America, prese dal secondo marito della madre il cognome con cui oggi è nota.

La sua famiglia si trasferì a New York ma dopo poco tempo lei venne rimandata in Texas, per essere educata dalla nonna. Quello fu descritto da Patricia Highsmith come il periodo più triste della sua vita, sebbene andasse d’accordo con la nonna. In quei momenti di lontananza dalla madre ebbe modo di esperire il senso di abbandono materno.

Tornare dalla famiglia non migliorò la situazione: la madre, completamente anaffettiva, arrivò a confessarle di aver provato ad abortire durante la gravidanza pur di non averla. Parole dure, emozioni forti: il tutto ebbe una grande eco anche nella sua vita, sia nei rapporti con le donne sia nella sua produzione letteraria.

A compensare alla mancanza della madre, ci pensò in parte sua nonna: vicina ai bisogni della nipote, le insegnò a leggere e scrivere da bambina, lasciandole usare liberamente tutti i libri della sua biblioteca personale e provvedendo personalmente alla sua rigida educazione.

Riuscì a laurearsi presso il Barnard College, specializzandosi in composizioni e sceneggiati. Nonostante il titolo di studio e le molte referenze di eminenti del settore, non riuscì a ottenere un posto di lavoro presso le testate locali. Lavorava alla scrittura di fumetti quando Truman Capote l’aiutò a inserirsi nella comunità artistica di Yaddo durante l’estate del 1948.

Fu in quell’occasione che poté concentrarsi sulla scrittura del suo primo romanzo: Strangers on a Train. Il romanzo fu pubblicato nel 1950 e ottenne ancor più successo dopo la trasposizione cinematografica di Alfred Hitchcock.

Ma se alla ribalta l’attendevano applausi e gloria, nel privato la sua vita era scandita da fortissimi momenti di depressione, affidati alle 8000 pagine del diario, che tenne per tutta la vita, sotto forma di confessioni struggenti. A complicare lo stato di salute psicologica si aggiunsero anche le complicazioni fisiche, quali la carenza di ormoni femminili, l’anoressia, e l’anemia cronica. A completare una cartella clinica di per sé già complessa furono la diagnosi della malattia di Buerger e un cancro ai polmoni.

Non avere la giusta armonia sul fronte affettivo le impedì in qualche modo di compensare le sofferenze acuite dalla depressione. Le sue relazioni non andarono mai oltre un paio d’anni. L’abuso di alcolici e una vita amorosa irregolare e intensa divennero, con gli anni, consuetudini sempre più frequenti.

Le sue contemporanee la descrivevano come una figura ostile che amava più la compagnia degli animali che quella delle persone, schiva di profumi, gioielli e abiti che in qualche modo potessero richiamare su di lei l’attenzione degli altri. Impressa nella memoria di molti la sua dichiarazione in una intervista del 1991: “I choose to live alone because my imagination functions better when I don’t have to speak with people”.

Per gli animali, invece, il suo amore fu sconfinato. Amante dei gatti, dichiarò la sua poca simpatia per i coreani sapendo del loro abituale cibarsi di carne di cane. Nel suo giardino inglese allevava più di 300 lumache, occasionalmente sue accompagnatrici ai party a cui era invitata, trasportate in una borsetta con dell’insalata.

Il suo editore Otto Penzler, dopo la sua morte, la descrisse come “…mean, cruel, hard, unlovable, unloving human being … I could never penetrate how any human being could be that relentlessly ugly. … But her books? Brilliant.” Altri ebbero, invece, opinioni contrastanti sul suo conto: chi la apprezzava per l’estro e il genio; chi ne fomentava la fama di lesbica misogina.

Di certo fu impossibile non ammettere che fosse una lavoratrice instancabile. A fermare anche la sua passione per la tarsia fu in età avanzata l’osteoporosi.

 

2. Le relazioni amorose: tra non accettazione e misoginia

Patricia Highsmith fu attenta a mantenere separata la sua vita privata dalla ribalta. Da adulta, le sue relazioni furono per di più con donne. Confessò di aver provato a farsi piacere gli uomini (e ci riusciva anche di più rispetto a quanto le piacessero le donne), ma non a letto. A confermare questo fu anche Phyllis Nagy, una delle sue più care amiche.

Durante la permanenza a Yaddo, incontrò lo scrittore Marc Brandel. Nonostante gli avesse detto di essere lesbica, cominciarono subito una breve relazione. Lei andò a trovarlo a Provincetown, dove ebbe modo di conoscere Ann Smith, una pittrice con cui subito cominciò un forte coinvolgimento. Quando la pittrice lasciò la città, Patricia si sentì quasi in prigione a vivere sola con Brandel. Interruppe la relazione con lui per un periodo intrattenendosi con altre donne e si ri-avvicinarono solo dopo la pubblicazione del primo romanzo della Highsmith, ben accolto dal pubblico.

Le relazioni amorose della Highsmith avevano sullo sfondo il rifiuto della sua sessualità, motivo per cui decise di sottoporsi a una serie di sedute di psicanalisi. Per circa sei mesi a cavallo tra la fine del 1948 e il 1949 si pose l’obiettivo, con l’aiuto di specialisti, di fare chiarezza sulla sua sessualità, che per lei voleva dire rinnegare completamente le pulsioni omoerotiche e sposare Brandel. In questo periodo però cominciò a frequentare la psicoanalista Kathryn Hamill Cohen, moglie dell’editore britannico Dennis Cohen che diede alle stampe con la sua casa editrice il suo Strangers on a Train.

Ironia della sorte, per potersi permettere le due sedute settimanali di terapia, cominciò a fare da commessa durante il periodo di Natale nel reparto giocattoli di un centro commerciale e diede avvio alla stesura del suo romanzo semi autobiografico The Price of Salt (1952). Pubblicata dietro pseudonimo, la storia aveva per protagoniste due donne che si incontrano (e infatuano) in un centro commerciale. Il lieto fine e la rottura dello stereotipo lesbico le permisero di emergere tra gli altri titoli del momento. Solo con la ristampa del libro nel 1990 ammise di esserne l’autrice, dichiarando:

If I were to write a novel about a lesbian relationship, would I then be labelled a lesbian-book writer? That was a possibility, even though I might never be inspired to write another such book in my life. So I decided to offer the book under another name.

La forza del romanzo stava proprio nell’aver permesso alle due protagoniste omosessuali di avere una storia a lieto fine o per lo meno permettergli di provare ad avere un futuro insieme. Prima d’allora, le storie a sfondo omoerotico volevano che i personaggi canonicamente soffrissero per il loro orientamento, chi tagliandosi le vene o affogando nel letto di un fiume, chi diventando eterosessuale, chi cadendo in una profonda depressione.

Anche in questo romanzo troviamo una cifra stilistica tipica della Highsmith. Tutta la sua produzione non fu altro se non una testimonianza visibile della sua realtà dolorosa a cui lei però rispondeva con fiera lucidità. Nei suoi scritti, il suo desiderio nostalgico di avere una famiglia ideale si infrange contro il dato di fatto per cui tutte le sue relazioni amorose finissero inesorabilmente. L’amore si presenta quindi come illusione, una pura proiezione che deve poi fare i conti con la triste realtà dettata dal partner.

Fu proprio con questo approccio che pose fine sia al ciclo di analisi sia alla relazione con Brandel.

Nel 1953, mentre chiudeva la relazione ormai instabile con la sociologa Ellen Blumenthal Hill, giunse a New York dove incontrò il fotografo tedesco, omosessuale, Rolf Tietgens. L’uomo era un punto di riferimento importante già da molti anni per lei e per la sua vita affettiva, situazione che da lì a poco volse in una vera e propria relazione. In molti dissero che quella attrazione era determinata per di più dal fatto che lei lo vedesse come un uomo dall’innocenza singolare, la cui compagnia era paragonabile a quella di un’altra donna.

Come tutte le sue relazioni, anche questa volse al termine senza darle tregua, così come quella con la scrittrice lesbica Marijane Maker, tra il 1959 e il 1961.

 

3. L’introspezione psicologica

Nel 1955 pubblicò il romanzo The Talented Mr. Ripley, incentrato sulle vicende di Tom Ripley, un affascinante criminale, autore dell’omicidio di un ricco uomo a cui aveva rubato l’identità. Il personaggio fu il protagonista anche di altri quattro romanzi: Ripley Under Ground (1970), Ripley’s Game (1974), The Boy Who Followed Ripley (1980) e Ripley Under Water (1991). Tutti questi si confermano i più noti e venduti della scrittrice, consacrando Ripley a personaggio più conosciuto della sua produzione. I primi tre libri sono stati adattati al piccolo e grande schermo più volte.

Patricia Highsmith proiettava se stessa in molti suoi personaggi. Per Ripley ebbe una predilezione maggiore: sessualmente ambiguo, profondo e tanto più affascinante quanto più caotici i contesti in cui lo piazzava, vedeva in lui una sorta di vero e proprio alter ego letterario.

Patricia Highsmith fu tutto tranne che estranea al fascino per personaggi criminali, trovando noiosa e artificiale la passione dilagante per la giustizia nel gusto dei contemporanei. Mettere in scena un personaggio e un soggetto intricato come, rispettivamente, un criminale e un omicidio, le permetteva di lavorare in modo dettagliato sulla psicologia del soggetto, dandogli quello spessore per il quale già allora, come oggi, era stimata. Perché, in fondo, né la vita né la natura si curano del fatto che sia fatta giustizia.

Questo suo personale codice etico di condotta si manifesta nei suoi racconti andando contro ogni morale, facendole saltare via come birilli sotto l’occhio del lettore che, riga dopo riga, si affeziona al criminale, scoprendo tutto di lui, fino alla sua passione per la letteratura o la musica.

E non c’è trama che tenga: le morti violente trovano spazio in tutti i racconti così come tutti gli altri crimini efferati commessi dai suoi personaggi. Laddove potrebbe esserci un limite netto tra la pulsione al compiere un omicidio e la sua attuazione, lei lo rende evanescente. Ed ecco che il lettore si sorprende a chiedersi se il delitto è stato davvero commesso o si disegnava una pennellata dopo l’altra nella mente del criminale. Ma soprattutto, data l’affezione ormai stabilita col personaggio, spesso è impossibile puntargli il dito contro e dirgli che ha tutte le colpe del caso.

Ed è così che l’autrice gioca con le percezioni del lettore e con la sua lucidità: spesso i suoi personaggi fingono omicidi, pensano a crimini che poi non mettono davvero in scena; quello che leggiamo è solo la descrizione di un piano perfetto a cui abbiamo creduto fin dal principio, prendendolo per vero.

In questo, Patricia Highsmith trovava un alleato speciale: il suo amore per i personaggi al limite, psicopatici che operano fuori dalle norme sociali. Tra questi anche omosessuali, stranieri e artisti. Quasi tutti sono esposti all’analisi sospettosa della società ortodossa del tempo, pronta a puntare il dito tanto sulle pagine del libro quanto simbolicamente contro il personaggio e le sue azioni, per poi ritrovarsi completamente persa a non saper distinguere l’immaginazione dal fatto realmente accaduto.

Una società disillusa nel suo tentativo di reprimere queste figure, possederle e controllarle e che, per contraltare, otteneva solo una accentuata misantropia di queste. La Highsmith stessa fu fortemente attaccata alla sua indipendenza e solitudine, empatizzando molto con la figura dell’outsider con cui, in quanto lesbica, non poteva che condividere la stessa sorte.

Più tardi, la sua condizione di americana espatriata in Europa la mise ancor più ai margini della società. Ma poco importava: fiera sostenitrice della sua indipendenza, pur di fronte alla morte fece dell’autodeterminazione il suo mantra e divenne un membro attivo di EXIT – Right-to-die-with dignity, associazione senza fini di lucro che si batteva per il diritto di morire con dignità. Sempre sotto l’emblema dell’autodeterminazione, ricorse al suicidio come espediente letterario per permettere ai suoi personaggi di porre fine alla solitudine e al senso di soffocamento. Lei stessa vide molti amici morire suicidi e sicuramente questi episodi ebbero influenza sulla sua produzione letteraria.

Nel frattempo, negli anni ‘70, il conflitto famigliare con la madre peggiorò: la donna, ormai anziana, perse parte delle sue facoltà mentali e fu chiusa in una casa di riposo nella natale Texas. Durante gli ultimi venti anni di vita di sua madre, Patricia Highsmith non andò mai a trovarla e non le scrisse mai. Rinunciò persino alla sua parte di eredità.

All’età di 74 anni fu stroncata dall’anemia e dal tumore ai polmoni in Svizzera, dove si era trasferita nel 1982, lasciando il suo patrimonio alla comunità di Yaddo.

 

4. Luci e ombre nella difesa dei diritti umani

Politicamente, si dichiarò socialdemocratica ma fu spesso fortemente critica verso le politiche estere del Paese nel XX secolo. Tales of Natural and Unnatural Catastrophes, la sua raccolta di storie data alle stampe nel 1987, si distinse per il suo approccio anti-americano, dipingendo il Paese a tinte molto forti. Al 1963 risale il suo trasferimento in Europa, vivendo negli anni seguenti in Francia e Svizzera, ritirando la cittadinanza Americana nonostante le penali di cui poi si lamentò amaramente.

Atea risoluta, liberale, spesso si era dichiarata vicina alla comunità nera ma col passare del tempo inasprì i suoi giudizi mostrando una spiccata xenofobia, ritenendo la popolazione nera responsabile della crisi economica del Paese.

D’altro canto, fu sostenitrice dei diritti dei palestinesi e spesso dalla Svizzera scrisse a governi e testate sotto pseudonimo deplorando lo stato di Israele. Questo apparente antisemitismo era poi smentito dalla vita di tutti i giorni: molte delle sue amanti e delle sue più grandi amiche erano ebree, così come il suo autore preferito Saul Bellow. Nel suo sostegno allo stato palestinese e alla sua autodeterminazione, si schierò al lato di scrittori come Gore Vidal e Noam Chomsky.

Come membro di Amnesty International sentiva la necessità di mostrare a tutti pubblicamente la sua opposizione allo spostamento dei palestinesi. Lo fece ad esempio bloccando la pubblicazione dei suoi libri in Israele e dedicando il suo libro People Who Knock on the Door (1983) proprio al popolo palestinese: “To the courage of the Palestinian people and their leaders in the struggle to regain a part of their homeland. This book has nothing to do with their problem.”

La dedica non venne riportata nell’edizione americana del libro – senza però il suo consenso.

Contribuì a livello finanziario alla Jewish Committee on the Middle East, un’associazione fondata nel 1988 in rappresentanza degli ebrei americani che chiedevano agli Stati Uniti di prendere le distanze dalle politiche di Israele.

L’autrice ha lasciato alla storia della letteratura un’eredità di più di 20 libri, vincendo il O. Henry Memorial Award, the Edgar Allan Poe Award, Le Grand Prix de Litterature Policiere, e il Award of the Crime Writers’ Association of Great Britain.

 

Sitografia

http://www.news.admin.ch/NSBSubscriber/message/attachments/2149.pdf

http://chooseyourhighsmith.com/post/24003810200/about-patricia-highsmith

https://quartetbooks.wordpress.com/2014/01/10/patricia-highsmith/

Print Friendly, PDF & Email
By |2019-02-12T22:12:20+00:00Febbraio 12th, 2019|Saggi|0 Comments

About the Author:

Leave A Comment