Padroni “buoni” e “cattivi” nella letteratura americana dell’Ottocento17 min read

Nicole Muzzioli analizza quattro classici della letteratura schiavista del diciannovesimo secolo americano per comprendere le condizioni di vita degli afroamericani in uno dei momenti più bui della storia degli Stati Uniti.

Introduzione
Frederick Douglass e la riflessione politica
La narrazione verso la libertà: Twelve Years a Slave di Solomon Northup
Redenzione e colpa in Uncle Tom’s Cabin
La fuga dallo stereotipo in Huckleberry Finn

Conclusione: buoni e cattivi padroni
Bibliografia

 

Introduzione

“Pochi uomini desiderano la libertà; molti uomini si augurano solo un padrone giusto.”
                                                               (Sallustio)

Che essere uomo, donna o bambino di colore negli stati schiavisti americani del diciannovesimo secolo equivalesse ad occupare l’ultimo gradino della scala sociale dell’epoca è cosa certa. Ciò che non è così scontato come potrebbe sembrarci, è la condizione di questi schiavi: sia la letteratura che la cronaca dell’epoca abbondano di testimonianze che mostrano le differenze nel loro stile di vita a seconda di numerosi fattori, tra cui lo stato in cui risiedevano, le mansioni a cui erano addetti e la bontà, o crudeltà, dei loro padroni. Concentrandosi in particolare su questo ultimo punto, è possibile rintracciarne numerosi esempi nella letteratura corrispondente al periodo storico in questione, tanto nelle autobiografie quanto nei romanzi. Al fine di condurre un’analisi completa sul tema, è importante menzionare l’esistenza di una figura importante quanto il padrone, ovvero quella del sovraintendente: soprattutto nelle piantagioni o nelle aree di lavoro molto grandi che comprendevano molteplici stabilimenti, gli schiavi non avevano un rapporto diretto con i loro padroni (arrivando talvolta a non conoscerne nemmeno le fattezze) ma rispondevano direttamente a queste figure, a cui dovevano lo stesso  rispetto che avrebbero riservato ai loro padroni.

Nella prefazione di Dodici Anni Schiavo, il curatore dell’opera scrive: “Tra gli schiavisti ci sono uomini buoni e uomini crudeli. Di alcuni si parlerà con sentimenti di gratitudine, di altri con animo amareggiato” ed è interessante notare come questa espressione valga anche per le altre opere prese in analisi, nonostante siano lontane dall’autobiografia di Northup per stile o per trama.

Frederick Douglass e la riflessione politica

Se vogliamo considerare come viene affrontato questo discorso nelle opere appartenenti al genere della slave narrative, ovvero i resoconti scritti della vita di schiavi africani, l’esempio più calzante, oltre all’autobiografia di Solomon Northup già citata, è Narrazione della vita di Frederick Douglass, uno schiavo americano, scritta da lui stesso, pubblicato nel 1845 e conosciuto in italiano anche con il nome di Memorie di uno schiavo fuggiasco. Della Narrazione va detto che non è la semplice ricostruzione della vita di Douglass in quanto schiavo, ma è anche la sua ridefinizione di cosa significhi essere umani, come dimostra una famosa citazione di Douglass che accompagna sempre il libro, “Avete visto come un uomo è stato reso uno schiavo; ora vedrete come uno schiavo è stato reso un uomo”. Pur facendo parte di un filone narrativo che comprende numerosissimi titoli, l’opera viene ricordata più delle altre soprattutto per la posizione sociale occupata da Douglass: in seguito alla sua liberazione, infatti, l’autore divenne un’importantissima figura politica, sociale e letteraria soprattutto nel periodo della Guerra Civile (considerata da molti, tra cui Lincoln, il castigo divino per il peccato della schiavitù) e negli anni successivi. Ci sono due elementi fondamentali che risultano subito evidenti guardando il titolo: in primo luogo, l’articolo indeterminativo “uno” che identifica Douglass come un esponente degli schiavi americani ed in secondo luogo quello “scritta da lui stesso” alla fine che, prima ancora di iniziare la lettura del libro, ci fa capire che siamo di fronte ad uno schiavo più colto rispetto ai suoi compagni di sventura, soprattutto se consideriamo (come ci viene spiegato anche nell’introduzione all’opera a cura di Maria Giulia Fabi) che era severamente proibito dalla legge che un padrone insegnasse ai suoi schiavi a leggere e a scrivere. Questo denota in Douglass anche una certa furbizia, soprattutto nel momento in cui scopriamo come acquisirà queste capacità (ovvero sfruttando l’ingenuità di alcuni bambini bianchi per imparare quello che nessuno gli avrebbe mai insegnato volontariamente).

La Narrazione, essendo tale, procede in ordine cronologico: si apre con gli scarsi dati biografici di Douglass, ovvero il luogo di nascita, Tuckahol in Maryland, ma non la data precisa, perché non si conoscono documenti che la possano certificare. Segue una breve storia della sua famiglia, usata per spiegare comportamenti e azioni comuni a tutti i padroni nei confronti dei loro schiavi: la prima informazione importante che ci viene data è che la schiavitù è un sistema matriarcale e che era abitudine separare i figli dalle madri prima che questi vi si potessero affezionare. Del padre di Douglass non ci viene detto nulla con certezza, se non che si suppone fosse un uomo bianco, forse addirittura il padrone della madre. Anche qui la storia personale di Douglass, seppure incerta,Frederick Douglass viene sfruttata come pretesto per descrivere la difficile condizione di quei bambini il cui padrone è anche il padre, supportando sempre di più la tesi che la Narrazione fosse stata scritta con l’intento di aiutare l’abolizionismo rendendo note certe pratiche a chiunque leggesse il libro. Nel secondo capitolo, infatti, Douglass fa anche una breve descrizione delle condizioni di vita degli schiavi e di come, all’interno di questo gruppo, fosse possibile distinguere alcuni privilegiati, alcuni per le mansioni meno faticose ed altri per i buoni rapporti che il padrone instaurava con loro. A tal proposito, Douglass dice di aver avuto due padroni: il primo è il “Capitano Anthony”, così chiamato perché possessore di una barca a vela, presso il cui servizio il protagonista è testimone di alcuni degli atti più terribili a cui assisterà mai, spesso per mano dei suoi sovraintendenti, il cui aggettivo più ricorrente per definirli è sempre “crudele”, fino all’arrivo di Hopkins che invece viene definito “umano”. La relativa pace conosciuta con Hopkins ha però vita breve: tutto cambia quando questo viene sostituito nella sua carica di guardiano da Austin Gore, un uomo “orgoglioso, ambizioso e tenace, quanto era scaltro, crudele e incallito”, famoso per la sua “selvaggia barbarie” di cui non esitava a dar prova, come dimostra l’uccisione senza rimorso di uno degli schiavi, pur sapendo che avrebbe arrecato un danno al suo padrone sottraendogli forza-lavoro. Date queste premesse, si può capire perché Douglass dica, al momento della sua partenza, di lasciare la piantagione con gioia per recarsi a Baltimora, dove servirà la famiglia Auld in qualità di sorvegliante del figlio della coppia per sette anni. Gli Auld sono per Douglass dei padroni essenzialmente buoni e, anche se il comportamento della signora Auld peggiorerà nel tempo, non verranno mai descritti con nessuno degli aggettivi usati nei capitoli precedenti. In seguito a numerosi avvenimenti che complicano la sua storia, Douglass giunge al servizio di Thomas Auld e della moglie e di nuovo si parlerà di crudeltà, che scatenerà in lui un comportamento tale da dover essere mandato prima presso un tale signor Covey, conosciuto come “domatore di schiavi” e poi presso il signor Freeman, da lui considerato come il migliore tra i padroni che ebbe. E’ presso Freeman che nasce in Douglass un sincero e profondo attaccamento ai suoi fratelli schiavi, che sarà ciò che guiderà le sue azioni anche dopo aver guadagnato la sua libertà, continuando a combattere per quella degli altri.

La narrazione verso la libertà: Twelve Years a Slave di Solomon Northup

Anche nel caso del già citato Dodici Anni Schiavo ci troviamo davanti ad un’opera inscrivibile nel genere della slave narrative, ma che presenta alcune sostanziali differenze con l’opera di Douglass. In primo luogo, non è stata la mano di Solomon Northup a stendere la storia, ma quella di un curatore, David Wilson. Ciò non toglie che, come Wilson stesso scrive nella sua prefazione all’opera, Northup abbia contribuito largamente al manoscritto, infatti “ha ripetuto più e più volte la stessa storia senza variarla nel minimo particolare e ha inoltre letto con grande cura il manoscritto, dettando modifiche laddove vi fosse anche la più banale delle imprecisioni” sulle vicende narrate, alcune delle quali si basano unicamente sul racconto di Solomon, mentre altre sono corroborate dalle testimonianze dell’epoca. Un’altra importante differenza è la condizione di nascita di questi due personaggi: mentre Douglass era nato schiavo, Northup nacque libero, per poi essere ingannato e venduto come schiavo più avanti nella sua vita. Due cose che invece questi personaggi avevano in comune erano la capacità di leggere e di scrivere ed un carattere forte, che permise loro di sopravvivere a tutto quello che dovettero sopportare in quanto schiavi.

Il primo incontro di Solomon Northup con la schiavitù avviene nel momento in cui, viaggiando in uno stato schiavista, è vittima di un inganno che lo porta in quello che viene chiamato un “recinto per gli schiavi”, dove sarà costretto con la violenza a mentire e a nascondere la sua vera identità di uomo libero, assumendo quella dello schiavo di lì in poi conosciuto con il nome di Platt. In seguito a vari spostamenti, Northup approda a New Orleans, dove il suo cammino incrocia quello di William Ford, definito da Solomon come un “padrone modello” ed un “cristiano nobile, gentile e puro”, insomma un uomo che considerava i suoi schiavi delle persone, come testimoniato dalla sua abitudine, alla domenica, di leggere e spiegare loro le Scritture. Purtroppo la tranquiliità trovata con Ford viene interrotta da alcune sue difficoltà economiche, che lo costringono a vendere diversi suoi schiavi, Solomon incluso, a John M. Tibaut (chiamato Tibeats nelle edizioni più recenti) un carpentiere che aveva lavorato per Ford, di cui però era l’esatto contrario. A riprova del buon carattere di Ford, si noti come, nonostante la vendita, egli non smetta mai di interessarsi del benestare di Solomon, arrivando anche a difenderlo e a condannare alcune azioni di Tibeats nei confronti di quest’ultimo, giudicandole troppo brutali. In seguito, Solomon viene venduto ad Edwin Epps, un uomo sgradevole quanto Tibeats, con il vizio dell’alcol, che peggiora il suo carattere già poco umano. Solomon resterà presso Epps per dieci anni, fino al momento in cui, grazie all’aiuto di Samuel Bass, un lavoratore canadese dalle idee anticonformiste ma l’animo profondamente buono, riuscirà a riconquistare la sua libertà. E’ vero che Solomon soffrì molto negli anni passati presso Epps, ma tutto sommato riuscì a condurre un’esistenza molto più tranquilla di quella di un’altra schiava degli Epps, Patsey, la cui unica colpa era stata quella di aver catturato l’attenzione del padrone. Mentre Solomon  poté godere di alcuni piccoli privilegi, come poter tenere per sé le monete guadagnate suonando il violino presso alcune feste, Patsey fu la vittima della gelosia della signora Epps, le cui azioni miravano sempre ad umiliarla in quanto oggetto dell’interesse del marito.

Tutte queste caratteristiche fondamentali del romanzo, sono riprese e riprodotte fedelmente nella sua rielaborazione intermodale: nel 2013 Steve McQueen porta sul grande schermo la storia di Solomon Northup, cambiandone alcuni aspetti, ma mantenendo intatta la maggior parte degli avvenimenti del libro. In particolare le caratteristiche dei padroni vengono mantenute fedelmente, dando al gentile Ford il volto di Benedict Cumberbatch, conosciuto al grande pubblico per i suoi ruoli prevalentemente positivi, e ad Epps quello di Micheal Fassbender, più facile, guardando le sue precedenti apparizioni cinematografiche, da immaginare nella parte di un uomo senza scrupoli, guidato dalle sue pulsioni più che dalla ragione.

Redenzione e colpa in Uncle Tom’s Cabin

Per una singolare coincidenza, Dodici Anni Schiavo è ambientato nella stessa regione dove si svolgono le vicende raccontate in un grande classico della letteratura antischiavista, La Capanna dello Zio Tom, opera di Harriet Beecher Stowe pubblicata nel 1852. Data la rilevanza di questo romanzo, è opportuno prima di iniziare l’analisi dei padroni di Tom, riconoscerne l’impronta lasciata nella società: con la pubblicazione di questo libro, infatti, nacquero alcuni degli stereotipi sulle persone di colore che durarono per molti anni (e talvolta durano ancora) e l’espressione “zio Tom” assunse significato proprio, come sinonimo di un nero eccessivamente servile nei confronti dei bianchi. Sul personaggio di Tom si è creata una dicotomia, tra il “Tom” come schiavo visto dai suoi coetanei bianchi e “lo zio Tom” dei bambini, che vedono in lui una figura paterna e affettuosa, e degli altri schiavi che vedono in lui una sorta di padre spirituale. Queste due facce, agli occhi del lettore, si fondono e danno vita al protagonista di questa storia, un uomo profondamente buono e religioso, che accettò sempre la propria condizione di schiavo, senza mai essere corrotto dalle inguistizie che costellarono la sua vita, prima fra tutte la sua vendita: all’inizio del romanzo, Tom è lo schiavo più fidato e più apprezzato dei suoi padroni, la famiglia Shelby, che però si trova costretta a venderlo per ripagare dei debiti. Gli Shelby sono genuinamente affezionati a Tom, infatti gli “riesce grave” separarsi da lui, tanto al padre quanto alla moglie, “donna di molto merito, così per intelligenza come per cuore” e al figlio George, che prometterà a Tom di liberarlo appena possibile e proverà a tenere fede alla parola data, ma purtroppo arriverà troppo tardi.

Così Tom è venduto ad Haley, un mercante di schiavi che si reputa umano per non aver mai strappato un figlio ad una madre o maltrattato ingiustamente i suoi schiavi e dal Kentucky, dove le condizioni di lavoro erano molto meno faticose di quelle degli stati meridionali, iniziano il loro viaggio. Mentre sono su un piroscafo, Tom conosce la piccola Evangelina Saint-Clare che, affezionandosi a lui, convincerà il padre a comprarlo. Considerando la famiglia Saint-Clare comeHarriet Beecher Stowe un’unica entità, essi possono essere inseriti tra coloro che definiremmo padroni “buoni”, pur essendo i componenti della famiglia molto diversi tra loro: Eva incarna la bontà più totale ed assoluta nei confronti del prossimo, a prescindere dalla razza; il padre Augustine è indubbiamente una persona ed un padrone discreto, che migliorerà ulteriormente con la perdita della sua adorata bambina; Maria, la madre di Eva, non è “cattiva” nel senso di crudele, quanto più nel senso che non apprezza gli schiavi, considerandoli la causa di tutti i suoi mali; infine c’è Miss Ofelia, cugina di Augustine venuta dal Nord per aiutare la signora Saint-Clare nella gestione della casa, che non è abituata alla servitù come la trova al Sud, quindi non è nemmeno avvezza ad essere padrona di qualcuno, come si noterà nel suo tentativo di educare Topsy, una bambina di colore che il cugino compra appositamente per lei. Alla morte di Eva e di Augustine Saint-Clare, Tom è venduto a quello che sarà il suo ultimo proprietario, Simon Legree, un coltivatore di cotone che si rivelerà presto essere un uomo abietto e crudele nel suo rapporto con gli schiavi e che causerà la morte di Tom, che sopraggiungerà per le troppe percosse subite.

Nonostante sia citata nel titolo, la “capanna dello zio Tom” è teatro di pochissime scene del romanzo, la cui azione è distribuita in vari luoghi, così come Tom non è il solo protagonista: accanto alla sua storia scorre parallela quella di altri due schiavi, Eliza e suo marito George, e del loro figlioletto Henry, i quali dopo essere scappati dai rispettivi padroni compiranno un viaggio verso la libertà che li condurrà sani e salvi in Canada, lontani dalla schiavitù.

La fuga dallo stereotipo in Huckleberry Finn

Un altro viaggio verso la libertà è quello compiuto da Jim e da Huckleberry Finn nell’opera di Mark Twain che prende il nome da quest’ultimo personaggio. Le Avventure di Huckleberry Finn, pubblicato nel 1884, costituisce il seguito di un’altra opera ben nota agli appassionati di Twain, Le Avventure di Tom Sawyer, pubblicata quasi dieci anni prima, in cui il personaggio di Huckleberry compariva già nelle vesti di grande amico del protagonista e suo compagno d’avventure. E’ comunque possibile leggere la storia di Huck senza conoscere quella di Tom, perché, a parte alcuni rimandi nei primi capitoli che non influenzano più di tanto la narrazione, il secondo libro costituisce un’avventura a sé stante.

Dei quattro libri presi in analisi, la storia di Huckleberry Finn è probabilmente la meno attinente al tema del “padrone” nel senso letterale del termine, ma non per questo è completamente estranea all’argomento. I protagonisti della storia sono Huckleberry Finn, un ragazzino orfano di madre e abbandonato dal padre posto sotto la tutela della vedova Douglas e della sorella Miss Watson, leJim and Huck quali si pongono l’obiettivo di educarlo (quasi come Miss Ofelia prova ad educare Topsy ne La Capanna dello zio Tom) , e lo schiavo Jim. Entrambi, per una parte del romanzo dovranno rispondere ad un padrone: per Huck è il padre “Pap”, un ubriacone attratto dalla fortuna trovata dal figlio nel romanzo precedente, il quale corrisponde perfettamente alla figura di padre-padrone ovvero un “personaggio tirannico e intransigente che considera e tratta i figli come oggetti di sua proprietà“, mentre per Jim, essendo uno schiavo, si tratta della donna che lo possiede legalmente, Miss Watson. E’ innegabile che la missione educativa delle due donne nei confronti di Huck ha sortito in lui un qualche effetto: per quanto il suo linguaggio sgrammaticato non cambi, mentre prima Huck rubava senza remore, quando parte con Jim viene assalito dai dubbi sulla legittimità delle sue azioni ed anche sulla possibilità di finire o no all’inferno (o in paradiso).

Jim decide di scappare per non essere venduto, spaventato dalla prospettiva di finire al servizio di un padrone peggiore e ciò ci dice implicitamente che Miss Watson appartiene alla categoria dei padroni “buoni”, come dimostra, alla fine del libro, il testamento da lei lasciato in cui si rende nota la notizia che Jim è stato liberato. Curioso come, se scegliamo di vedere anche Pap Finn nella stessa ottica, nell’epilogo di quest’opera muoiano entrambi i padroni, apparentemente senza motivo: Jim, grazie al suo viaggio, aveva ormai raggiunto una terra in cui non sarebbe stato più schiavo di nessuno e Huck, grazie allo stratagemma di cui si era servito prima di scappare, era ormai creduto morto e suo padre non avrebbe avuto nessun motivo per sospettare il contrario e quindi continuare la ricerca del figlio.

Conclusione: buoni e cattivi padroni

Pur avendo trovato in queste quattro opere un concetto comune (quello dei padroni “buoni” o “cattivi”) ed un intento simile (descrivere il fenomeno della schiavitù e, tranne in Huckleberry Finn, cercare di aiutare il movimento abolizionista), è chiaro che i loro stili sono profondamente differenti: l’unico libro narrato in terza persona è La Capanna dello zio Tom, poiché si concentra sulla storia di più personaggi, mentre tutti gli altri scelgono di adottare la prima persona per raccontare le loro storie. La Capanna inoltre ha una presenza di discorsi ed argomenti religiosi che mancano nelle altre opere, in cui la religione è nei pensieri dei personaggi, ma non governa la loro vita come governa quella di Tom. Per quello che riguarda lo stile della narrazione, è impossibile negare la genialità di Twain, talvolta fraintesa da alcuni critici e vista come mancato interesse per la forma, nello scrivere un libro con protagonista un ragazzino non istruito ed usando un linguaggio che gli sarebbe stato proprio se Huck fosse esistito veramente e avesse scritto le sue avventure di suo pugno. Questo comportò una vera e propria rivoluzione nella letteratura, ovvero l’ingresso della lingua parlata nella forma scritta, uno dei più grandi meriti di Mark Twain, che pur definendosi uno scrittore d’intrattenimento, ha contribuito profondamente a cambiare la letteratura americana. Per quanto riguarda le opere autobiografiche, invece, lo stile è quasi naturalista, gli autori descrivono la realtà della loro condizione in modo quasi distaccato, didascalico, aggiungendo però i loro commenti, derivanti dall’aver vissuto la situazione sulla propria pelle.

In conclusione, è sbagliato definire tutti i padroni come delle persone malvagie a prescindere: per tutti i Simon Legree o gli Edwin Epps che abbiano mai vissuto su questa terra, sono esistiti dei William Ford o degli Augustine Saint-Clare, che, guardando gli uomini davanti a loro, si rifiutarono di vedere delle bestie e scelsero di vedere delle persone, ridando loro quella dignità che la condizione di schiavi gli aveva implicitamente tolto.

 

Bibliografia:

  • Douglass Frederick, Narrazione della vita di Frederick Douglass, uno schiavo americano, scritta da lui stesso, Venezia, Marsilio Editori, 2015
  • Northup Solomon, 12 Anni Schiavo: la straordinaria storia vera di Solomon Northup, Roma, Newton & Compton Editori, 2014
  • Beecher Stowe Harriet, La capanna dello zio Tom, Milano, BUR, Rizzoli Libri, 2009
  • Twain Mark, Le avventure di Huckleberry Finn, Milano, Feltrinelli Editore, 2013
  • Portelli Alessandro, Canoni americani. Oralità, letteratura, cinema, musica, Roma, Donzelli Editore, 2004
  • Foner Eric, Storia della libertà americana, Roma, Donzelli Editore, 2009, pag. 140
  • Calvino, Italo, “Mark Twain, L’uomo che corruppe Hadleyburg”, in Perché leggere i classici, Milano, Oscar Mondadori, 2012, pp.178-184
By | 2017-08-17T10:10:47+00:00 agosto 9th, 2017|Saggi|0 Comments

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