Annie Dillard è una delle voci più stimate nella saggistica americana contemporanea. Nel 1974 il suo debutto in prosa, Pilgrim At Tinker Creek, le valse il Premio Pulitzer per la Non-Fiction quando aveva solo ventinove anni. Scrittrice ancora sconosciuta in Italia, lo scorso giugno è uscito per Bompiani Ogni Giorno è Un Dio, traduzione di The Abundance, retrospettiva curata da lei stessa in cui raccoglie il meglio della sua produzione letteraria.

Italo Calvino ha dedicato al tema della leggerezza la prima delle sue lezioni americane, identificando il ruolo dello scrittore con quello di Perseo, che rifugge lo sguardo mortale di Medusa, incontrandolo nel riflesso del suo scudo di bronzo. Allo stesso modo la scrittura diventa uno scudo per chi scrive, utile a descrivere la realtà senza però esserne consumati. Ci sono autori, però, ai quali questa visione mediata non basta e il cui sguardo fa capolino oltre lo scudo, lasciandosi travolgere, anche se per un breve istante, dallo sguardo mortale della realtà: questo è il caso di Annie Dillard.

Attraverso una prosa vertiginosa che a momenti si fa allucinatoria, nei suoi saggi l’autrice trascina il lettore con sé mentre esplora l’universo nelle sue zone di transizione. La raccolta infatti si apre con il capolavoro “Eclissi Totale”, saggio originariamente pubblicato nella raccolta Teaching a Stone to Talk (1982), in cui il sublime fenomeno meteorologico diventa simbolo dell’intrinseca fragilità del nostro mondo e della sua permeabilità: l’universo come lo conosciamo può scivolare nel regno dell’irrazionale, dello sconosciuto, solo con una variazione di luce.

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Eclissi di sole totale del 21 agosto 2017, fotografata a Glenrock, Wyoming. Fonte: Wikimedia Commons

Lungi dall’essere stabile, l’universo su cui posa lo sguardo Dillard è un campo in fiamme, come lo descrive la stessa autrice: nel suo ritiro anacoretico sulle sponde del Tinker Creek, l’autrice osserva come i fiumi sono un mistero attivo, in cui è riflessa la materia nella sua costante creazione. Allo stesso modo, la sua prosa segue il corso del fiume, sfuggendo ogni stabilità e accettando la natura inafferrabile della realtà.

Il nature writing più squisitamente americano, erede della tradizione trascendentalista di Emerson e Thoreau, più che un inventario stabile di ciò che la natura offre ai sensi, è un vero e proprio diario di bordo sulla relazione mutevole tra mente e natura, su come queste due forze creino l’un l’altra. Annie Dillard si inserisce perfettamente in questo filone, in costante dialogo con i predecessori, e lo rinvigorisce di nuova vita, con uno stile ironico che si prende meno sul serio e si permea di una visione scientifica aggiornata al ventesimo secolo.

“Sono un’esploratrice, dunque, e sono anche una cacciatrice all’agguato, o lo strumento stesso della mia caccia” (p. 150), così scrive alla fine del primo capitolo del suo Pilgrim At Tinker Creek, qui riproposto col titolo “A Piedi nella valle del Roanoke in Virginia.” Effettivamente, dalla lettura dei suoi saggi emerge uno sguardo instancabile che oscilla costantemente tra il macrocosmo e il microcosmo, senza lasciarsi sfuggire il minimo dettaglio. L’atto del vedere dunque è il vero protagonista della sua prosa, ed è anche questo oggetto di indagine.

Come nella recherche proustiana, per Dillard esistono due modi di vedere. Il primo è frutto di una ricerca attiva, quello che descrive come un “problema di verbalizzazione” (p. 166): qui la scrittura diventa lo strumento per delineare la realtà, che solo l’abile artigiano sa maneggiare; solo quando posso descrivere qualcosa, solo dopo averlo introdotto nella mia mente, posso effettivamente vederlo.

Invece il secondo appartiene alla sfera mistica e consiste nel lasciarsi andare, in un vero e proprio rapimento estatico: come un otturatore aperto rivolto verso la luce, la scrittura in questo caso si fa travolgere dalla realtà, senza mediazione. È attraverso questo modo di vedere che l’autrice sfida lo sguardo della Medusa, che la superficie della realtà si sgretola e rivela, anche solo per una frazione di secondo, il laboratorio del demiurgo.

Oscillando tra queste due modalità, i saggi dell’autrice incedono a immagini che, come in un componimento haiku, si espandono nella mente del lettore, capaci di condensare il significato di intere pagine in poche righe. Ogni saggio della raccolta contiene quindi la “perla da gran prezzo”, nelle parole dell’autrice, un “dono e una sorpresa totale” (p. 169), un qualcosa che si può trovare ma non si può cercare. Questo, in fondo, è il fine ultimo della sua intensa esplorazione: la ricerca della bellezza in un universo sommerso dalla sofferenza.

In uno degli stralci sulla sua infanzia presenti in questa raccolta, estratti dal suo libro autobiografico An American Childhood (1987), l’autrice racconta di come fu proprio la mancata risposta di Dio a Giobbe, l’irrisolvibile arcano della sofferenza nell’universo, ad allontanarla dalle istituzioni religiose: da questo momento in poi il suo cammino sarà quello della via negativa, quell’approccio teologico in cui la fede procede per dubbi.

La sofferenza infatti è uno dei temi portanti dal quale nessun saggio di questa retrospettiva è esente. Nel “Cervo di Providencia”, ad esempio, la sua impassibilità davanti al dimenarsi di un cervo legato causa sconcerto tra i suoi compagni di viaggi, ai quali risponde: “Signori della città, cos’è che vi sorprende? Che qui ci sia sofferenza, o che io lo sappia?” (p. 45). Il perire dell’universo non passa inosservato dunque allo sguardo della scrittrice, la quale già nel Pilgrim aveva dedicato alcune delle pagine tra le più toccanti del libro al lento spolpamento di una rana da parte di una cimice gigante d’acqua.

Il punto nodale della questione però sta nel chiedersi che ruolo abbiano la bellezza e la grazia, in un universo crivellato dalla sofferenza, “l’irruzione di potenza e luce” .

Più volte nel libro la Dillard sembra sull’orlo della realizzazione che la bellezza è un’illusione leopardiana, che ci allieta mentre traghettiamo tra le pieghe di un universo insensibile alla sorte umana. All’ombra di questi cedimenti però, la natura cela sempre qualche dono che aspetta di essere scoperto; al che l’autrice si ricrede: “La risposta dev’essere, credo, che la bellezza e la grazia si attuano a prescindere che noi lo vogliamo o lo esperiamo coi sensi. Il minimo che possiamo fare è cercare di essere là.” (p. 145).

Da qui deduciamo che per lei la scrittura, l’incessante lavoro di ricerca e affinamento dei propri mezzi, è il lanternino con cui gettare luce sulle zone d’ombra alla ricerca del bello, per scandagliare nei recessi del creato alla ricerca della pietra preziosa capace di risvegliare i nostri sensi intorpiditi. Questo è l’oggetto di “Uno Scrittore nel Mondo”, tratto dal libro The Writing Life (1989), saggio in cui l’autrice esorta il giovane scrittore a dare tutto se stesso, a non tenersi niente per sé o per un momento migliore. Come scriveva Thoreau, “Dio stesso culmina nel momento presente” (Walden, p. 139)  e da ciò deriva che è nostro compito stare all’erta sulla più minuta delle variazioni. D’altronde, nelle parole dell’autrice, “perché stiamo leggendo, se non nella speranza che la bellezza sia messa a nudo, la vita intensificata e il suo più profondo mistero sondato?” (p. 116).

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