La fantascienza – e con essa anche altri sottogeneri tra cui il Cli-Fi – si è sempre presentata come via per re-immaginare senza limiti le infinite possibilità dell’esistenza. 

Gli sfondi distopici sono – più spesso di quanto non sia evidente – gli scenari decadenti delle gesta di protagonisti idealisti, nobili e coraggiosi, in lotta con antagonisti frequentemente incompresi e allo sbando. 

Il genere fantascientifico è visto come una fuga dalla monotonia dei topos classici e talvolta oppressivi delle fiction che dipingono il mondo reale e umano così come lo conosciamo: soffocante. La fantascienza, invece, lascia molta libertà di uscire dagli schemi rigidi del quotidiano e soprattutto consente la possibilità di creare personaggi che si distaccano dal sistema sociale-patriarcale primigenio, calcolatore e promulgatore del razzismo.

Octavia Butler

Solo uno scrittore assai sagace può sfruttare la fantascienza non semplicemente per descrivere un modo al di là della realtà, quanto piuttosto per generare un mondo nuovo. Un mondo che sia un vero e proprio specchio delle singole esperienze che determinano le vite di coloro che vivono il difficile destino di essere di pelle nera. Octavia E. Butler era una di queste scrittrici. 

Sono passati ormai molti anni dalla pubblicazione di uno dei suoi romanzi più ispirati e radicalmente profondi, Parable of the Talents (1998), in cui ha presentato l’America attraverso la “doppia coscienza” che – proprio come sostiene W.E.B. Dubois – appartiene solo alle persone di colore. La “doppia coscienza” è la consapevolezza di sé alterata e parziale, che porta a percepirsi al contempo (e in modo inconciliabile) come neri e americani. Il libro dipinge un’America sanguinaria, inflessibile, violenta e apparentemente unita nell’intento di mascherare una storia irraccontabile.

La Butler ha ambientato il suo romanzo in un’America post-apocalittica – il Pox – devastata da crisi climatiche, economiche e sociologiche durate dal 2015 al 2030. Le protagoniste sono due donne nere introspettive e perspicaci: Lauren Oya Olamina e Larkin Olamina. Una madre e una figlia la cui comunità è minacciata dalla tirannia del presidente degli Stati Uniti in carica, Andrew Steele Jarret. Jarret è un presidente che schiaccia le diversità ed è nostalgico dei tempi in cui l’America primigenia poteva vantare il suo status di potenza isolata e devota a Dio.

È un uomo i cui progetti per l’America non includono i rifugiati, la tolleranza religiosa o l’uguaglianza razziale e di genere. Le piccole comunità anomale che esistono (e resistono) al di fuori del pugno di ferro di Jarret convivono con il terrore dei militari in divisa nera e croci bianche, che scuotono la tranquillità delle loro vite bruciando case, violentando donne, rapendo bambini o picchiando (e uccidendo) molti abitanti.

Storicamente, il cristianesimo è stato utilizzato per giustificare violenze inimmaginabili e la maggior parte delle volte si è presentato all’umanità come una religione riservata a una società maschilista e patriarcale. Non sorprende quindi che la fine del mondo per la Butler sia lastricata di credenze fondamentaliste cristiane che trovano difetti in qualsiasi cosa ritenuta empia. Jarret condanna i comportamenti deplorevoli dei suoi seguaci ma lo fa con un linguaggio così mite che permette loro di sentire esattamente quello che loro vogliono sentirsi dire: se condanna gli incendi, i suoi uomini non credono di dover smettere di appiccarne; se condanna gli omicidi razzisti, i suoi uomini continuano a commetterne. (Butler, 2012:19). 

Nel 2017, Trump si è rifiutato categoricamente di condannare la follia razzista di Charlottesville, dove un suprematista bianco ha investito Heather Heyer, lanciandosi con la sua auto in corsa su una folla di manifestanti pacifici. Incarnando a pieno la reticenza del presidente Jarret descritta dalla Butler, il presidente Trump ha insistito sul fatto che la violenza era stata perpetrata da entrambe le parti. Rifiutare di riconoscere un episodio come razzista significa legittimare i colpevoli a continuare le loro azioni sentendosi quindi protetti da un capo che li protegge e giustifica.

Non si tratta di certo di un episodio unico nella storia della cronaca statunitense e mondiale. Anzi, la presa di coscienza di come questi episodi non possano continuare impuniti, ha permesso al movimento #BlackLivesMatter, in difesa dei diritti della popolazione nera, di prendere forma in tutto il mondo, trovando nella morte per soffocamento dell’americano George Floyd il pretesto per far sentire la propria voce.

È indubbio quindi che la Butler era eccezionalmente avanti rispetto ai suoi contemporanei con la sua capacità di guardare l’America oltre sé stessa e il proprio tempo, guardando il Paese in cui era nata e descrivendone il decadimento che sarebbe emerso venti anni dopo.

Parable of the TalentsParable of the Talents è stato pubblicato durante un periodo particolarmente teso della storia americana. L’anno della sua pubblicazione, il 1998, è stato teatro di molte violenze: due sparatorie nelle scuole e la condanna di un altro folle serial killer, Luke Woodham, che aveva ucciso due studenti l’anno precedente; una clinica per aborti è stata fatta saltare in aria a Birmingham, in Alabama; Paula Jones ha accusato il presidente Bill Clinton di molestie sessuali; Matthew Shepard, 21 anni, è stato assassinato in Colorado perché omosessuale; James Byrd Jr., un uomo di colore, è stato ucciso dai suprematisti bianchi in Texas. Dopo aver picchiato, urinato e defecato sull’inerme Byrd Jr, uno di questi lo ha incatenato al retro di un furgone e lo ha trascinato per ben tre miglia di strada asfaltata. La sua testa e il suo braccio si staccarono dal corpo.

La lista potrebbe continuare se scegliessimo di scendere nel dettaglio delle violenze meno citate dai media o se scavalcassimo il confine a stelle e strisce.

Nel 1998, i diritti delle donne, la sacralità delle vite nere contro la rabbia della supremazia bianca, la folle quotidianità della violenza armata e l’omofobia sono diventati visibili in modi ineludibili. Parable of the Talents non era quindi solo frutto dell’immaginazione di una scrittrice, ma traeva ispirazione direttamente dalle atrocità di una società giustificata da un governo da sempre palesemente anti democratico. 

Uno dei momenti più significativi del libro arriva infatti quando la Butler descrive i sentimenti politici (fintamente profondi) del presidente Jarret. Mentre pronunciava i suoi discorsi, Jarret scatenava i suoi sostenitori evocando una giustizia biblica del bene contro il male, attingendo a un patriottismo risoluto che trovava forza nel dominio e nella più brutale violenza. 

Leave your sinful past behind, and become one of us. Help us to make America great again. (Butler, 2012:19)

La Butler ha descritto Jarret come un leader crudele e invasato osservando la realtà a lei contemporanea e prevedendone la materializzazione imminente che oggi, noi, possiamo rintracciare in Trump e altri politici. 

The 13th and 14th amendments — the ones abolishing slavery and guaranteeing citizenship rights — still exist, but they’ve been so weakened by custom, by Congress and the various state legislatures, and recent Supreme Court decisions that they don’t much matter  (Butler, 2012:413) 

Ha scritto Lauren Olamina, uno dei personaggi principali di Butler, sullo stato del crimine in America nel 2032.

Se la Butler si è servita della fantascienza per mappare la disintegrazione americana delle origini e immaginare l’afro-futurismo, anche un’altra donna di colore, Janelle Monae, ha pubblicato il suo album Dirty Computer (2018) fatto di immagini emozionali e nutrito dal potenziale illimitato della fantascienza e dal suo rapporto con la liberazione nera. 

Monae ha usato un lirismo acuto, una narrazione evocativa e una potente estetica visiva non solo per mettere l’accento sull’oscurità, ma per ricreare grandi esperienze nere nel regno della fantascienza. Monae ha ambientato l’album in un universo in cui tutto ciò che è non convenzionale è perseguitato ma alla fine fa trionfare l’opposizione collettiva. Usando la musica, Monae ha percorso il sentiero tracciato dalla Butler e Dirty Computer nello stesso pantheon eretto dalla scrittrice. Un pantheon in cui la salvezza del mondo è indissolubilmente legata alla libertà dei corpi femminili dalla pelle scura e più emarginati nelle nostre comunità.

Parable of The Talents rappresenta quindi un monito, un avvertimento eccezionalmente accurato e così profetico. Per questo rimane indubbiamente una delle pietre miliari della Butler e della letteratura antagonista del ‘900, un libro avvincente che è sia oracolo che ammonimento per i suoi lettori. Negli anni è invecchiato non come un titolo affidato semplicemente ai circoli dell’accademia letteraria, ma come l’immagine speculare di una società americana assai imperfetta, fratturata e perennemente perseguitata dagli errori di cui non ha mai saputo far tesoro. Solo una grande scrittrice, solo una grande donna nera, avrebbe potuto scrivere qualcosa di così illuminante e spietato.