Per chi studia lingue straniere, è ineluttabile imbattersi nella difficile e trita questione del “tradurre è tradire”. Nel momento in cui un testo viene tradotto da una lingua a un’altra perde delle sfumature e, inevitabilmente, ne acquista di nuove. Tradurre un testo qualsiasi porta, di conseguenza, a modificare, a riformulare e quindi a “tradire” l’originale. Come diceva Eco, tradurre è “dire quasi la stessa cosa”. Non sempre è possibile rendere perfettamente il contesto, il suono, la ritmicità di ciò che viene tradotto. Ecco perché di un’opera si possono avere infinite traduzioni, con innumerevoli variabili stilistiche: ogni traduttore restituisce la sua versione del testo, in cui interpreta lo stile dell’autore e prova a trasmetterlo in un’altra lingua. Ma cosa succede quando a tradurre un testo è l’autore stesso? Cosa significa autotradursi? Un esempio per tutti è Nabokov. L’autore russo, poi naturalizzato statunitense, fu impegnato in questo tipo di operazione per le sue opere, tra cui Lolita (1955).

1. Autotraduzione

2. Lolita vs Лолита

3. Bibliografia

 

1. Autotraduzione

L’autotraduzione è considerata una branca della traduttologia dalla fine degli anni ‘90 ma le sue  radici risalgono al Medioevo, quando il latino veniva tradotto nelle lingue vernacolari.

In generale, l’autotraduzione si può condurre in due modalità: l’autore traduce dalla sua lingua madre a una seconda lingua, o viceversa.

Conoscere una seconda lingua al punto tale da potersi autotradurre, però, non è affatto facile. Infatti è molto comune che l’autotraduzione avvenga nel caso in cui uno scrittore sia perfettamente bilingue o quasi, soprattutto perché il bilinguismo permette l’autotraduzione in entrambe le direzioni.

Di certo, quando uno scrittore traduce se stesso, con molta probabilità, non riscontra le stesse difficoltà che potrebbe incontrare un traduttore terzo, perché conosce perfettamente a monte il messaggio originale insito nel testo e come poterlo rendere nella lingua di destinazione, con la giusta sfumatura.

Nonostante ciò, quanto possono essere considerate perfettamente coincidenti un originale e la rispettiva traduzione? Quando un autore prova a tradursi, non attua forse una riscrittura? E allora qual è il confine tra l’autotraduzione e la riscrittura?

Brian T. Fitch, professore di linguistica al Trinity College di Toronto, sostiene che se un’opera è autotradotta, inevitabilmente esistono due varianti dello stesso scritto e, quindi, l’opera finale sarà quella che si ottiene con l’unione del testo di partenza e del testo di arrivo. Se ciò è vero, l’idea di Eco per cui la traduzione è “dire quasi la stessa cosa” risulta ancora più vera: l’autore del testo dice quasi la stessa cosa in due lingue, ma più che trasformare il prototesto (testo da tradurre) in metatesto (testo tradotto), applica forse una riscrittura dovuta non solo alle differenze tra le due lingue, ma anche al fatto che, in fondo, l’autore è pur sempre lui.

 

2. Lolita vs Лолита

Questa riflessione sull’autotraduzione è rintracciabile concretamente anche nelle operazioni che Vladimir Nabokov (1899 – 1977) condusse su alcune delle sue opere.

Nabokov, infatti, per quanto nato in Russia da una famiglia benestante, crebbe in un ambiente tanto poliglotta da aver imparato a leggere e a scrivere in inglese a livello madrelingua, prima che in russo.

Lolita ne è la dimostrazione, in quanto fu scritto prima in inglese e poi tradotto in russo. Di certo non fu il primo. Di fatti Nabokov scrisse in inglese (per poi tradurre) anche altri romanzi prima di questo, tra cui La vera vita di Sebastian Knight (1941) e I bastardi (1947), ma è sicuramente il libro più acclamato e anche quello a cui Nabokov è maggiormente affezionato.

La trama di Lolita è molto semplice: un professore universitario detto Humbert Humbert si innamora della sua figliastra dodicenne, Dolores Haze, per lui sempre e solo Lolita. Il romanzo non è altro che un’analisi psicologica di questo personaggio a cui Nabokov tenta di far affezionare il lettore. Questo nonostante il comportamento di Humbert Humbert sia riprovevole.

Come scrisse Vera Nabokov, però, in Vera: Mrs Vladimir Nabokov (1999):

“In any case don’t judge it until you’ve read it all the way through. It’s not pornography at all but an incredible, most subtle probe to the depths of a horrible maniac and explores the tragic fate of a defenseless young girl.” (Shiff, 2011: 245)

Vera Nabokov scrisse questa raccomandazione in una lettera indirizzata a sua cognata, in cui  descrive l’opera del marito. Lolita era un romanzo difficile da pubblicare negli anni ’50. Lo stesso Nabokov provò a bruciarlo nonostante il profondo amore che lo legava all’opera. Proprio Vera salvò il manoscritto dalle fiamme, per poi batterlo a macchina e portarlo alla Olympia Press, che si era detta pronta a darlo alle stampe.

 

I would say that of all my books Lolita has left me with the most pleasurable afterglow—perhaps because it is the purest of all, the most abstract and carefully contrived. I am probably responsible for the odd fact that people don’t seem to name their daughters Lolita any more. I have heard of young female poodles being given that name since 1956, but of no human beings. (Nabokov, Strong opinions, 1973)

 

Questo è quello che Nabokov, nel 1964, confessa alla giornalista Jane Howard del Life magazine ed è sostanziale per comprendere la sua scelta di trasformare Lolita in Лолита. In uno scambio con il giornalista Alvin Toffler in un’intervista per Playboy, Nabokov dichiarò:

 

I imagined that in some distant future somebody might produce a Russian version of Lolita. I trained my inner telescope upon that particular point in the distant future and I saw that every paragraph, pock-marked as it is with pitfalls, could lend itself to hideous mistranslation. In the hands of a harmful drudge, the Russian version of Lolita would be entirely degraded and botched by vulgar paraphrases or blunders. So I decided to translate it myself. (Nabokov, 1973:37-38)

 

Le sue preoccupazioni, però, sono ancora più evidenti nella postfazione di Лолита.

Da un lato, Nabokov pensa di non poter avere un pubblico nell’Unione Sovietica, soprattutto perché per lui è quasi inconcepibile la pubblicazione di un romanzo del genere in un regime totalitario. Dall’altro però non resiste a non tradurre in russo uno dei suoi migliori lavori scritti in inglese. Quel lavoro di traduzione iniziò – come lui stesso ha dichiarato – per il suo essere un bibliofilo, ma sicuramente anche per proteggere la sua Lolita da traduzioni che ne avrebbero potuto alterare il senso originale. È da questa decisione che nasce Лолита, il doppio di un’opera che svela ancor di più l’esistenza di un doppio Nabokov: quello americano (la cui testa dice inglese) e quello russo (in cui a parlare è il suo cuore).

Nel processo di traduzione, Nabokov sceglie di restare molto fedele all’originale, appellandosi alla sua ferrea disciplina che lo obbliga a non tagliare parti né ad aggiungerne di nuove. Ciò porta il lettore a pensare che l’autotraduzione non abbia avuto alla base una riscrittura, eppure, su un piano stilistico, la riscrittura è inevitabile per Nabokov, dato che per lui la lingua russa è stilisticamente più bella di quella inglese e proprio per questo le sue opere russe sono stilisticamente migliori. Addirittura, è convinto che uno slavista potrebbe credere che Лолита sia cento volte migliore dell’originale. Eppure, quell’autotraduzione fatta per proteggere il suo romanzo più caro ha portato in Nabokov tanto sconforto: l’esatto  contrario di quel “most pleasurable afterglow” della versione originale.

Le due Lolite potrebbero essere considerate due opposti, piuttosto che due doppi, visti i sentimenti contrastanti che hanno interessato l’autore dopo il loro completamento. Nonostante ciò, è innegabile che insieme due opposti restituiscono effettivamente la totalità e la complessità creativa di questo romanzo, restituendole direttamente al lettore che si appresta alle due versioni dell’opera.

 

3. Bibliografia

Eco, Umberto. Dire quasi la stessa cosa: esperienze di traduzione. Giunti, 2012.

Fitch, Brian T. “The Status of Self-Translation in Traduction: Textualité”, in Texte 4 (1985): 111-125.

Marchesini, Irina. “Lolita e il suo doppio: l’autotraduzione e la ricezione dell’opera nel contesto sovietico e post-sovietico”, in Linee di confine (2013): 261.

Nabokov, Vladimir. Strong opinions. Vintage, 1990.

Nabokov, Vladimir. Lolita. Gli Adelphi, 1993.

Schiff, Stacy. Véra: Mrs. Vladimir Nabokov. Modern library, 2011.

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