Casa di foglie è il romanzo d’esordio dello scrittore statunitense Mark Z. Danielewski. Sebbene una prima copia in formato pdf fosse già circolata in modo indipendente sul web negli anni precedenti alla pubblicazione, è nel marzo del 2000 che l’opera viene stampata e diffusa per la prima volta da Pantheon Books in una nuova e aggiornata edizione “full color” (o almeno così declama la copertina). Si tratta di un volume che conta più di settecento pagine, con un’impaginazione del tutto insolita e fin dalle prime righe pone il lettore di fronte a un’esperienza complessa e a nuove strategie interpretative. Queste peculiarità, che definiscono il carattere misterioso del romanzo, hanno favorito la creazione di un vero e proprio culto, contando migliaia di lettori che da più di vent’anni contribuiscono ad arricchire l’universo multimediale di Casa di foglie.

In Italia, la pubblicazione di Casa di foglie è stata più complessa e travagliata, determinata in parte dal lento processo di traduzione e dagli esorbitanti costi di produzione. Inizialmente stampato da Mondadori nel 2005, ma diventato presto pressoché introvabile, il romanzo è effettivamente tornato sugli scaffali delle librerie italiane nel novembre del 2019, quando la casa editrice 66thand2nd l’ha ripubblicato in un nuovo formato, molto più simile all’originale di quanto non lo fosse il precedente.

1. L’architettura di Casa di foglie

2. Il labirinto testuale

3. Bibliografia

 

1. L’architettura di Casa di foglie

Casa di foglie è un romanzo polifonico, in cui le voci dei vari narratori che lo compongono si intrecciano in un complesso sistema grafico e paratestuale. In questa trama di note e citazioni, l’occhio del lettore si perde all’interno della pagina ed è suo compito quello di riuscire a ricreare un percorso che gli permetta di districarsi nel labirinto testuale, in modo da uscirne il più possibile indenne. Come diversi critici hanno a più riprese sottolineato, non si tratta soltanto di un libro, bensì di qualcosa di più, tanto da essere stato proclamato dal Washington Post come “il primo romanzo sperimentale di rilievo del nuovo millennio”. 

Ten years in the making, more than 700 pages long, sporting a half-dozen typefaces, 450 footnotes, two colors of ink, lengthy lists, a bibliography, three appendices, illustrations, an index and e.e. cummings-like typographical layouts, this is not your typical first novel. It’s more like David Foster Wallace channeling H.P. Lovecraft for a literary counterpart to “The Blair Witch Project.” (Moore, 2000)

Casa di foglie si presenta come l’opera critica di un certo Zampanò, un uomo cieco e dal carattere enigmatico che si presume abbia dedicato tutta la vita all’analisi di The Navidson Record, il documentario che ha reso “famoso” Will Navidson, un rinomato fotografo statunitense e vincitore del premio Pulitzer. La storia che si cela dietro a The Navidson Record inizia con la scoperta da parte del regista di un’anomalia all’interno della sua nuova casa. Nel periodo in cui il fotografo e la sua famiglia si trovano a Seattle per un matrimonio, l’architettura interna della casa si trasforma: laddove prima non c’era altro che un muro bianco ora è comparsa una porta e dietro la porta un misterioso ripostiglio. Nel tentativo di giustificare questa singolare mutazione, Navidson scopre dalle misurazioni che l’edificio è più ampio al suo interno di un quarto di pollice rispetto all’esterno, difformità che si accresce successivamente fino ad arrivare a cinque sedicesimi di pollice (Hamilton, 2010:4). Davanti a questo fenomeno perturbante, la casa sprofonda ancora di più in una dimensione assurda e soprannaturale. Presto, il ripostiglio si trasforma in un corridoio e il corridoio in un misterioso labirinto, costituito da “an innumerable number of hallways, stairwells and rooms apparently stretching to infinity” (Graulund, 2006:381). Il resto del documentario si concentra così sulla descrizione delle spedizioni di Navidson e di altri personaggi all’interno di questo spazio contorto, con l’obiettivo di svelarne il mistero.

La critica a The Navidson Record è poi ampliata con l’introduzione e il commento di Johnny Truant, un giovane apprendista tatuatore che, dopo la morte di Zampanò, entra in possesso degli appunti dell’anziano e decide di incaricarsi del compito di ricomporre gli stralci di testo da lui conservati in un grosso baule nero. Così Johnny descrive il contenuto del baule:

As I discovered, there were reams and reams of it. Endless snarls of words, sometimes twisting into meaning, sometimes into nothing at all, frequently breaking apart, always branching off into other pieces I’d come across later ― on old napkins, the tattered edges of an envelope, once even on the back of a postage stamp; everything and anything but empty; each fragment completely covered with the creep of years and years of ink pronouncements; layered, crossed out, amended; handwritten, typed; legible, illegible; impenetrable, lucid; torn, stained, scotch taped; some bits crisp and clean, others faded, burnt or folded and refolded so many times the creases have obliterated whole passages of god knows what ― sense? truth? deceit? a legacy of prophecy or lunacy or nothing of the kind?, and in the end achieving, designating, describing, recreating ― find your own words; I have no more; or plenty more but why? and all to tell ― what? (Danielewski, 2000:xvii)

Il romanzo viene in tal modo delineato attraverso un vecchio espediente romanzesco, quello del manoscritto ritrovato. Ma se il manoscritto viene tradizionalmente rappresentato intatto, per esempio come accade per le memorie di Humbert Humbert nel celebre romanzo Lolita di Vladimir Nabokov, lo stesso non si può dire per Casa di foglie. L’opera è infatti frammentaria, costantemente spezzata non soltanto dal numero esorbitante di note apposte al testo, ma anche dalle frequenti digressioni di Johnny Truant, che a più riprese arrivano a monopolizzare il discorso narrativo, anche con una certa prepotenza. Inoltre, l’assemblaggio testuale di Truant è a sua volta supervisionato da un’entità ignota e indistinta, i cosiddetti Editori, che allegano all’opera una parte della documentazione ― in particolare l’Indice e le Appendici II e III, come si evince dalla prefazione al romanzo. Ciononostante, i diversi livelli narrativi rimangono agli occhi del lettore ben contraddistinti tra di loro grazie all’utilizzo di font differenti per ogni voce narrante; gli editori specificano in una nota:

In an effort to limit confusion, Mr Truant’s footnotes will appear in Courier font while Zampanò’s will appear in Times. We also wish to note here that we have never actually met Mr. Truant. All matters regarding the publication were addressed in letters or in rare instances over the phone. ― The Editors (Danielewski, 2000:4)

Grazie a questo espediente grafico, il lettore è in grado distinguere ogni livello discorsivo in modo netto e può così permettersi di esplorare il testo con una certa confidenza, che si sarebbe altrimenti notevolmente indebolita. Eppure questa distinzione non è sufficiente a garantire un avanzamento lineare nella lettura, poiché lo sviluppo della trama è in realtà spesso arrestato o deviato.

 

2. Il labirinto testuale 

Una serie di fattori contribuisce a frenare la progressione del racconto. In primo luogo, la meticolosa analisi e le bizzarre riflessioni di Zampanò rallentano perennemente il lettore nel suo tentativo di ricostruire la storia di The Navidson Record. Di fatto, nonostante il vecchio uomo sembri il solo a conoscere gli eventi rappresentati nella pellicola, difficilmente si mostra interessato a conferire una descrizione più o meno realistica del documentario. Inoltre, piuttosto che soffermarsi sui particolari della rappresentazione della vicenda in sé, Zampanò preferisce di gran lunga dilungarsi nell’atto interpretativo stesso (Belletto, 2009:109). Di conseguenza, raramente si astiene dall’aggiungere interventi di varia natura, spingendosi persino a consacrare un capitolo intero allo studio minuzioso dell’eco e dei suoi effetti sonori. 

Un ulteriore fattore che contribuisce a disorientare il lettore si può identificare nella totale perdita di affidabilità e di autorevolezza delle fonti presenti in Casa di foglie. Già nelle prime pagine l’autenticità del romanzo è messa in crisi dalle parole di uno degli autori, Johnny Truant, che osserva:

After all, as I fast discovered, Zampanò’s entire project is about a film which doesn’t even exist. You can now look, I have, but no matter how long you search you will never find The Navidson Record in theaters or video stores. Furthermore, most of what’s said by famous people has been made up. I tried contacting all of them. Those that took the time to respond told me they had never heard of Will Navidson let alone Zampanò. […] See, the irony is it makes no difference that the documentary at the heart of this book is fiction. Zampanò knew from the get go that what’s real or isn’t real doesn’t matter here. The consequences are the same. (Danielewski, 2000:xix-xx)

Proseguendo nella lettura, il processo di decodificazione dell’opera è nuovamente interrotto da continui rimandi alle note a piè di pagina, le quali non soltanto rinviano ad altri testi ― reali o fittizi che siano ―, ma addirittura finiscono per intrecciarsi le une nelle altre (Shastri, 2006:84), generando una vera e propria rete informativa stratificata, che si articola su più livelli e che coinvolge diversi autori. Molti critici si sono lungamente interrogati a tale proposito. Taluni hanno sottolineato la somiglianza tra la struttura di Casa di foglie e quella di un sito internet, in cui le informazioni sono legate tra loro per mezzo di legami ipertestuali; altri hanno posto l’accento sul carattere innovativo del romanzo, in quanto promuove una nuova e affascinante strategia di lettura.

Like Johnny Truant, the reader becomes part of the network that is House of Leaves. As Truant writes at the end of this narrative section, “Just as you have swept through me./ Just as I now sweep through you” (518). Reading across this network, the reader of House of Leaves, “you,” is not only interpolated into the reading practice of the digital network but also pushed towards heightened awareness of how these technologies inform the literature she reads. (Pressman, 2006:119)

Casa di foglie rappresenta così un paradosso. Si tratta di un libro per l’era digitale che promuove una strategia di lettura interconnessa e multimediale, in cui il lettore partecipa attivamente alla costruzione del significato “ultimo” del romanzo, a patto che esista veramente. Ogni nota a piè di pagina e ogni riferimento testuale, implicito o esplicito, costituiscono una soglia, che il lettore è libero o meno di varcare, ma che nel romanzo viene perennemente infranta (Graulund, 2006:379). Per questo motivo l’opera di Danielewski è stata ripetutamente interpretata come una metafora della casa infestata di Navidson, nella misura in cui il lettore, come Johnny, rischia di rimanere intrappolato nello sforzo interpretativo. I diversi livelli narrativi del romanzo si intrecciano sempre di più, al punto da trasformare il lettore in un altro Teseo perso in un labirinto ermeneutico. Imitando così la struttura del World Wide Web, Casa di foglie offre al lettore l’opportunità di riconcettualizzare le storie che ogni giorno ci raccontiamo a proposito del mondo e gli svela la tecnica per meglio comprendere le dinamiche del mondo digitale, in modo da poter navigare in questa rete di informazioni in maniera consapevole (Hagood, 2012:95).

While enthusiasts and detractors will continue to empty entire dictionaries attempting to describe or deride it, “authenticity” still remains the word most likely to stir a debate. In fact, this leading obsession ― to validate or invalidate the reels and tapes ― invariably brings up a collateral and more general concern: whether or not, with the advent of digital technology image has forsaken its once unimpeachable hold on the truth. (Danielewski, 2000:3)

Il lettore che si avvicina al romanzo con la speranza di trovarvi una qualsiasi soluzione si troverà ben presto deluso, poiché il fascino di Casa di foglie è appunto la sua incomunicabilità. La ricerca ossessiva di Truant dell’autenticità delle fonti di Zampanò è destinata a fallire, tanto quanto l’esplorazione di Navidson non porterà mai veramente a giustificare l’esistenza di un labirinto sotterraneo nella sua casa in Virginia. Al centro dell’opera si nasconde un vuoto, che tuttavia si concretizza incessantemente nel groviglio letterario. Ma già nell’Introduzione a Casa di foglie Johnny Truant ci avverte di una minaccia incombente ed è compito del lettore che si accinge a proseguire quello di valutare l’affidabilità del narratore, che afferma:

With a little luck, you’ll dismiss this labor, […] Then again there’s a good chance you won’t. This much I’m certain of. You’ll finish and that will be that, until a moment will come, maybe in a month, maybe a year, maybe even several years. […] Out of the blue, beyond any cause you can trace, you’ll suddenly realize things are not how you perceived them to be at all. For some reason, you will no longer be the person you believed you once were. You’ll detect slow and subtle shifts going on all around you, more importantly shifts in you. Worse, you’ll realize it’s always been shifting, like shimmer of sorts, a vast shimmer, only dark like a room. But you won’t understand why or how. You’ll have forgotten what granted you this awareness in the first place.

Old shelters ― television, magazines, movies ― won’t protect you anymore. You might try scribbling in a journal, on a napkin, maybe even in the margins of this book. That’s when you’ll discover you no longer trust the very walls you always took for granted. Even the hallways you’ve walked a hundred times will feel longer, much longer, and the shadows, any shadow at all, will suddenly seem deeper, much, much, deeper. (Danielewski, 2000:xxii-xxiii)

 

3.Bibliografia

Belletto, Steven. “Rescuing Interpretation with Mark Danielewski: The Genre of Scholarship in House of Leaves”. In Genre 42.3 (2009): 99-117.

Danielewski, Mark Z. House of Leaves. Pantheon, 2000.

Graulund, Rune. “Text and paratext in Mark Z. Danielewski’s House of Leaves”. In Word & Image 22.4 (2006): 379-389.

Hagood, Caroline. “Exploring the architecture of narrative in House of Leaves”. In Pennsylvania Literary Journal 4.1 (2012): 87-97.

Hamilton, Natalie. “The A-Mazing House: The Labyrinth as Theme and Form in Mark Z. Danielewski’s House of Leaves”. In Critique: Studies in Contemporary Fiction 50.1 (2008): 3-16.

Moore, Steven. “The Ash Tree Project”. In The Washington Post (09/04/2000). Web. (data di ultima consultazione mercoledì 18 marzo)

Pressman, Jessica. “House of Leaves: Reading the Networked Novel”. In Studies in American Fiction 34.1 (2006): 107-128.

Shastri, Sudha. “Return to the Beginning: House of Leaves by Mark Danielewski”.In Atenea 26.2 (2006): 81-94.