Una statua può diventare o essere fin dal principio origine di tensione sociale e divisione razziale. Non è un oggetto neutro, che serve unicamente al fine di fissare la memoria di un individuo nella fredda pietra o nel metallo. Rappresenta più di ogni altra cosa le intenzioni ideologiche di chi la commissiona e la percezione di chi la osserva. Dopotutto, la mancanza di neutralità di una statua è uno dei motivi per cui dal ‘900 si è preferito costruire memoriali di guerra che onorassero i nomi dei soldati caduti, ben incisi su blocchi, al posto della classica statua a cavallo del generale o del re che li aveva condotti alla morte.

L’Europa sta scoprendo solo di recente, e traumaticamente, che una statua rappresenta molto più di ciò che è espresso nell’iscrizione e che, con l’intento di preservare una presunta memoria condivisa, forse ci si è dimenticati di chi quella stessa memoria l’ha subita solo per poi vederla celebrare in pubblica piazza. Per gli Stati Uniti, invece, si tratta di un’antica battaglia identitaria che sembra non avere mai fine. 

Ci sono infatti volute solo due settimane perché alle proteste per l’omicidio di George Floyd si accompagnasse un nuovo attacco da più parti ai simboli della Confederazione. Dalla Virginia all’Alabama le telecamere hanno ripreso scene di distruzione di monumenti che ricordano molto quelle viste durante la caduta di regimi totalitari. Il conflitto mai terminato, nato dal paradosso che accompagna la nazione fin dalla fondazione delle colonie, è esploso di nuovo. Centocinquantacinque anni dopo la resa della Confederazione, la statua del suo primo e ultimo presidente, Jefferson Davis, viene abbattuta nella città della Virginia che lui chiamava “capitale”.     

In mezzo al rumore dell’indignazione, degli abbattimenti, andando oltre la banalità delle discussioni online e delle ridicole reductio ad absurdum, rimane una storia, quella della glorificazione del vecchio Sud e le sue tante conseguenze, che forse viene troppo spesso relegata a folklore o innocente commemorazione.  

All’origine di questo aspro e violento conflitto c’è, infatti, una bugia. Molti tra coloro che difendono i monumenti confederati non lo fanno con intenti apertamente razzisti o per provocare la comunità afroamericana. Il loro fervore nel preservare quella che ritengono essere una rappresentazione plastica della loro memoria storica, nasce dal fatto che ad essi sia stata venduta una versione edulcorata e falsificata proprio di quella memoria. 

Il loro marciare assieme a membri di organizzazione neonaziste e del KKK rende difficile essere d’accordo con il Presidente Trump quando nell’agosto del 2017 li definì “very fine people”, durante gli eventi di Charlottesville. Tuttavia, molti di loro, magari discendenti di chi combatté per la causa confederata, ritengono semplicemente che la Confederazione non si ribellò per preservare la schiavitù, ma per riaffermare i diritti degli stati di fronte all’autoritarismo federale. I caduti e i loro leader erano quindi freedom fighters e Robert E. Lee invece rappresentava l’immagine dell’uomo del Sud, coraggioso in battaglia e gentiluomo nella sconfitta, che disprezzava la schiavitù e difendeva il suo paese dalla Northern Aggression. 

Questa è naturalmente una favola, ben costruita e ben raccontata. Quella della cosiddetta “Lost Cause” fu un’operazione di revisionismo sistematico delle cause della Guerra Civile e del sistema economico e sociale che era la principale ragion d’essere della Confederazione: la schiavitù. Dopo l’era della ricostruzione e il compromesso del 1876, con la fine delle grandi riforme costituzionali che avevano riconosciuto i diritti di cittadinanza alla popolazione afroamericana, l’élite bianca degli stati ex secessionisti trovò in questa narrazione di una “arcadia felice distrutta dal nord e dai neri” il mito di fondazione del nuovo Sud. Questo integrato di nuovo nell’unione ma, questa volta, libero, nello spirito di riconciliazione, di creare le basi di un razzismo sistemico e istituzionale che regnò incontrastato per gli 80 anni successivi. Promuovere la segregazione e glorificare la Lost Cause andarono di pari passo, in un processo di riappropriazione della vita pubblica, da cui escludere gli afroamericani, che durò fino alla fine dell’Ottocento. 

All’inizio del ‘900, con il trionfo definitivo di Jim Crow e con i veterani della Confederazione che si battevano per ottenere le pensioni, spettò all’attivismo femminile, oltre alle varie opere biografiche, il compito di tenere viva la memoria falsata della Lost Cause. La storica associazione United Daughters of the Confederacy (UDC), forte di centomila membri allo scoppiare della Grande Guerra, fu quella che più di tutte lottò per diffondere la storia romanzata di ciò per cui loro, i loro mariti, fratelli e padri avevano lottato.

Fu un fenomeno vastissimo, un’operazione di “public history” antelitteram, come la chiameremmo oggi, con pochi pari. Le leader e le attiviste di UDC tentarono di riappropriarsi della narrazione storica del Sud. Fecero pressione su archivi, musei, cimiteri, siti storici nazionali e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, anche sulle compagnie responsabili delle autostrade (con il fine di installare cartelloni e memoriali). Furono promotrici di genealogie di eroi confederati, interviste ai reduci, redazione di libri scolastici e (in un’epoca in cui l’innovazione tecnologica permetteva di abbattere i prezzi di produzione) erezione di monumenti e statue.

Il costo contenuto di una statua nei primi decenni del ‘900 permise anche alle più piccole cittadine di commissionare monumenti in pietra o metallo in onore della Confederazione. Migliaia di Silent Sentinels venivano eretti in tutto il Sud a sorvegliare sulla memoria della Lost Cause e su Jim Crow. Le UDC conquistarono spazio per la causa confederata persino nel cuore dell’Unione, a Washington, davanti alla prigione di Andersonville o al cimitero nazionale di Arlington, mentre il Campidoglio si riempiva di statue di Lee, Jackson e Davis, inviate dagli stati del Sud.

Non dovrebbe sorprendere un attivismo così tenace da parte delle donne bianche del Sud. La memoria dell’esperienza femminile della Guerra Civile divenne infatti uno degli obiettivi centrali del movimento, più di mezzo secolo prima della comparsa della storia delle donne come campo di studi. Storie sulla tenacia e il coraggio delle donne del Sud riempivano le pagine dei giornali già durante la guerra e riverberavano nei racconti e nelle memorie scritte successivamente. In queste si sottolineava la differenza netta con l’esperienza del Nord. “Le donne del nord non avevano alcuna preoccupazione o disagio” disse il veterano Capitano Francis W. Dawson durante un rally nel 1882. Secondo la retorica sudista, infatti, le donne di New York non avevano avuto nessuno Sheridan, Milroy o Sherman in arrivo per tormentarle, derubarle, bruciare le loro case. Le donne, disse nel 1907 il governatore del Mississippi James Vardaman “erano a casa, responsabili di azioni più eroiche di quelle di Lee”. L’eroismo della donna confederata quindi era centrale per una narrazione della guerra come difesa del Sud contro la tirannia nordista. Dire che la Confederazione combatté per difendere le proprie case oltre che il diritto a possedere schiavi, dava alla causa un che di morale, virtuoso, domestico. E la cinematografia del Novecento aiutò a cristallizzare questo mito nella mente di molti anche fuori dagli Stati Uniti.       

La comunità nera, invece, ha sempre capito cosa si celava dietro la maschera di legittimità della prima ondata di costruzione di monumenti confederati all’inizio del secolo. Quelle statue rappresentavano un canto di trionfo di chi aveva perso la guerra ma vinto la ricostruzione. Dopotutto le ondate di erezione di statue, obelischi e placche commemorative non hanno un ordine casuale.

Dopo l’età d’oro dell’attivismo della generazione che combatté la guerra e di quella immediatamente successiva, la glorificazione dell’Old South seguì infatti di pari passo i successi del movimento per i diritti civili. Che le statue avessero il dichiarato obiettivo di intimidire la comunità afroamericana e rafforzare le radici storiche di Jim Crow, o invece di commemorare genuinamente un caduto per la causa, non faceva alcuna differenza per le vittime della segregazione. Quelle statue rappresentavano e rappresentano una visione del mondo che non è compatibile con la lotta per la fine del razzismo sistemico e istituzionale negli Stati Uniti. Come si potevano conciliare gli inni al valore dei generali del Sud e alla loro causa con la schiavitù? Perché mai l’Old South meritava di essere commemorato con così tanta nostalgia se, nel caso fosse sopravvissuto, milioni di persone sarebbero state condannate a continuare a vivere come subumani? Quei monumenti erano nei fatti destinati puramente a chi, tra i bianchi, vedeva nella Confederazione un mito di fondazione e in Jim Crow il suo secondo atto. Quindi non è un caso che quando il governo federale dichiarò di nuovo guerra alla segregazione partì in contemporanea una seconda ondata massiccia di erezione di monumenti. Questa volta non rappresentava una vittoria, ma una difesa ad oltranza. Le statue, le bandiere, i palazzi governativi dedicati a generali confederati, le squadre di football con i nomi di reggimenti di Lee, stavano cambiando di nuovo identità, qualcosa che ancora non è scomparso. Essi non rappresentano più la preservazione di una falsa memoria, ma la difesa senza quartiere di un’egemonia bianca considerata in pericolo, per cause ideologiche, il famigerato “politicamente corretto”, e con il finire del secolo, soprattutto demografiche. L’attacco della società moderna a quella che è a tutti gli effetti una “comunità immaginata”, con i suoi simboli e storie fondative, ha reso quei monumenti intoccabili, e rimuoverli un’amputazione. Se il mito della Lost Cause era funzionale alla loro erezione, la paura per un’egemonia razziale in pericolo spinge di riflesso alla loro preservazione. 

Dopotutto se un tentativo di rimuovere la statua di Davis dal Campidoglio dello stato del Kentucky genera così tante proteste e nostalgia, in uno stato che scelse l’unione e fu invaso dagli eserciti del Sud, allora richiamare la memoria storica risuona come una scusa ridicola. 

A questo punto chi legge dovrebbe aver carpito l’unica possibile risposta alla domanda “perché è così importante per la comunità nera e per chiunque creda in una società più giusta abbattere delle statue?”. La ragione sta nell’importanza che a queste statue è stata data proprio da quella comunità che si immagina erede della Confederazione, che vede in queste il simbolo della propria identità, storia, cultura e dominanza razziale. Naturalmente il razzismo non è una caratteristica unicamente del Sud degli Stati Uniti o dei posti in cui furono eretti monumenti confederati. La brutalità della polizia, il razzismo sistemico, le politiche securitarie sono il passato e presente di molti stati che combatterono per la fine della schiavitù. Ma il valore di quei monumenti rende la loro rimozione particolarmente simbolica anche per questo. “Se qualcosa di così immutabile e inamovibile come i monumenti alla Confederazione nel Sud può cadere, forse l’America può fare molte altre cose che si pensano impossibili”, Vann R. Newkirk II.

 

Riferimenti

Le citazioni di James Vadaman e Francis Dawson vengono da: Caroline E. Janney, Remembering the Civil War: Reunion and the Limits of Reconciliation, University of North Carolina Press, 2013, p.235

Per approfondire: Historians on the Confederate Monument Debate