Decasia: l’arte della decadenza4 min read

In occasione della XXXI edizione del festival Il Cinema Ritrovato a Bologna, Roberto Andrés Lantadilla ci parla di Decasia (2002) di Bill Morrison.

Il cinema è il riflesso del XX secolo, con il suo continuo susseguirsi di innovazioni e stravolgimenti. Significativo da questo punto di vista è il fatto che dal 1988 la Library Of Congress, la grande biblioteca nazionale degli Stati Uniti, abbia istituito il National Film Registry: un archivio di pellicole considerate culturalmente, storicamente e esteticamente rilevanti. Si va da capolavori storici come The Birth of A Nation (1912) fino a film culto dell’era cibernetica come The Matrix (1999): insomma, un secolo intero fatto di progresso e accelerazione è contenuto in questo importante archivio.

Ancora più significativo, però, è il fatto che il primo film del ventunesimo secolo a fare la sua comparsa nell’archivio sia Decasia (2002) di Bill Morrison. A tutti gli effetti un anti-film, il capolavoro di Morrison è uno sguardo malinconico verso un secolo di cinema e, di conseguenza, verso la società stessa del novecento. Da un lato assistiamo ad un traguardo, al totale esaurimento delle forme del cinema, mentre dall’altro emerge una nuova voce, quella del medium stesso: in effetti, la narrativa discontinua di Decasia non è composta da altro se non da vecchi spezzoni di film muti. Nessun materiale è stato realizzato appositamente per il film, eppure l’effetto finale riesce a trasmettere un messaggio nuovo, che va oltre la nostalgia, invitandoci a riflettere sul secolo che stiamo vivendo.

Alla base del cinema c’è una contraddizione di fondo: sebbene la sua vera essenza sia la tecnica, è nella sua assenza visiva, nella trasparenza del medium, che sta il suo enorme successo. È ciò che Walter Benjamin definiva come l’identificazione dello spettatore con la cinepresa. In Decasia, invece, si ha un ritorno alla materialità del cinema, in quanto il suo vero protagonista è la pellicola al nitrato: con il decadimento chimico negli anni di questo composto, la proiezione di questi nastri produce effetti visivi indesiderati che sono al centro del film. Significativamente, in una parte centrale del film sono ritratti degli attori che si voltano verso la cinepresa rivolgendosi al pubblico: con la distorsione del nastro, questa illusione di trasparenza tra l’attore e lo spettatore viene meno, in quanto tra i due si sovrappone la materialità del nastro, che con forza entropica rivendica una propria opacità. Non a caso, a queste scene rubate da altri film fanno da contraltare riprese del processo stesso della produzione del nastro, rimarcando ancora una volta l’aspetto fondamentale del cinema, ovvero la tecnica e la materialità.

Eppure parte del contenuto che compone Decasia appartiene provocatoriamente alla trascendenza della materialità, ovvero alla sfera religiosa. Il film stesso inizia con il vorticare di una danza egiziana, che si fonde agli effetti del nastro, e ricorrenti sono le riprese solarizzate di una scuola di suore. In questo senso, Decasia si mostra come l’apoteosi visiva di una contraddizione morale che sta alla base del pensiero del novecento, ovvero quella della tecnica che si impone come una nuova forma di esperienza religiosa: fu Henry Adams, a seguito della visita all’expo mondiale di Parigi del 1900, che attribuì alla visione della dinamo lo stesso effetto sublime che suscitavano le cattedrali gotiche nel tardo medioevo.

Questa matrice ontologica è riflessa nell’opera di Bill Morrison non solo visivamente, ma soprattutto nella colonna sonora. In effetti, è dal componimento di Michael Gordon, uno dei più importanti compositori di musica classica contemporanea, che nasce appunto il progetto di Decasia, che in origine era solo un accompagnamento visivo all’omonima opera di Gordon.

Discendente della scuola minimalista americana, il componimento per orchestra di Gordon raggiunge il sublime attraverso un accostamento continuo di due elementi: da una parte le pulsazioni meccaniche di percussioni alla Steve Reich, dall’altra droni di archi dissonanti alla La Monte Young. Questo contrasto tra il movimento meccanico e il continuo ci riporta al contrasto del cinema tra la materialità e la trascendenza. In questo senso, la musica e le immagini si accompagnano a vicenda, in un balletto meccanico tra i frame della cinepresa e l’aspetto surreale del degradamento del nastro, che trascende in una nuova natura continua, in cui il significante e non il significato è il vero protagonista.

Ma Decasia non è solo un’opera nostalgica e la sua introduzione nel National Film Archive non è solo un elogio funebre verso il cinema del primo novecento: Decasia è a tutti gli effetti un’opera di fin de siècle, che simbolicamente ci catapulta nel ventunesimo secolo, nell’era dell’informazione. È un commento sulla perdita definitiva della materialità, in un’epoca in cui i media sono sempre più intangibili. A questo proposito Vint Cerf, vicepresidente di Google, ha commentato un paio di anni fa che se non vogliamo entrare in una digital dark age, dobbiamo cominciare a stampare i documenti importanti: con l’incessante velocità di innovazione, ormai anche un file digitale di soli dieci anni fa è obsoleto. In Decasia il nastro ha ancora una sua voce dopo cento anni, ma non è scontato che un’operazione del genere potrà essere fatta all’alba del prossimo secolo.

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By | 2017-10-31T17:53:36+00:00 luglio 4th, 2017|Recensioni|0 Comments

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