L’abbaglio della libertà17 min read

Francesco Mirone, studente di Lingue e Letterature, ci accompagna in un viaggio letterario attraverso le varie sfaccettature del concetto nordamericano di libertà.

Introduzione

L’outsider e l’Icaro moderno

Speranze canadesi e eros straripante

Un’ipocrisia unicamente americana?

Introduzione

In questo saggio esploreremo la libertà in tutte le sue sfaccettature, come viene impiegato il concetto di libertà e soprattutto con quali fini. Dal punto di vista americano, si potrebbe parlare di doppia faccia della libertà, poiché viene effettuato un doppio (o multiplo) utilizzo di tale concetto. Il concetto di libertà statunitense potrebbe essere paragonato ad un castello di sabbia, imponente ma con molti punti deboli. La libertà è un tema onnipresente nella letteratura americana del XIX secolo. Vedremo come Huck, creazione di Twain in Le avventure di Huckleberry Finn otterrà la libertà con un atto di disobbedienza: disobbedienza che è spesso un punto di partenza per quel lungo percorso che è il raggiungimento dell’indipendenza, sia essa economica o intellettuale, ma Huck dovrà confrontarsi con l’ipocrisia americana, con uomini che inneggiano alla libertà ma irridono uno schiavo appena impiccato.

Vedremo il tentativo di Martin Eden, eccellente creazione di Jack London, di entrare a far parte del mondo borghese attraverso la ricerca dell’indipendenza intellettuale, un uomo che oltrepassa i propri limiti, e che è dunque destinato a fallire.

Dal punto di vista canadese, la conquista dell’autonomia del Québec ci viene narrata attraverso la folle penna di Leonard Cohen in Beautiful losers, un delirio che sembra uno straripante flusso di coscienza, caratterizzato da un misto di eros e misticismo. La vita nel nuovo mondo rappresenta una concreta possibilità di riscatto, di miglioramento delle condizioni di vita rispetto a quelle del vecchio continente, tutto ciò spinge i coloni ad abbandonare il vecchio mondo, il desiderio di indipendenza economica, la promessa di una nuova libertà, che può però rivelarsi un’illusione, un vero e proprio abbaglio. Susanna Moodie si confronterà con l’avventura dell’emigrazione in Roughing it in the bush, venendo a contatto con la wilderness, terra inospitale, elemento caratterizzante del landscape canadese; l’autrice ci rivelerà come può essere ostico espatriare al fine di stabilirsi in un nuovo continente, come un sogno possa trasformarsi in un vero e proprio incubo.

La libertà americana ci ha spesso mostrato la sua doppia faccia nel corso della storia, essa è una vera e propria illusione, ma è in questa illusione che gli americani affondano le proprie radici: America e libertà sono dunque due elementi inscindibili. Ma, purtroppo, frequentemente si è abusato del concetto di ”libertà”, compiendo azioni che purtroppo con la libertà avevano ben poco a che fare. Un paese che affonda le proprie radici nella libertà, nelle pari opportunità per tutti i cittadini, non può assolutamente contemplare un qualcosa come la schiavitù; sembra essere questo uno degli aspetti che Twain tende a sottolineare in Le avventure di Huckleberry Finn. Gli uomini tentano dunque di sopraffare altri uomini, e tutto diventa una lotta per la supremazia:

se, come dice la massima del liberalismo lockiano, la mia libertà finisce dove comincia quella del mio vicino, è molto forte il rischio di percepire la libertà del vicino come un ostacolo alla propria, e farlo sparire, specie se si possiede la forza per farlo. Questa è la faccia da incubo del sogno americano di libertà che tanti di noi amano.

(Alessandro Portelli, Canoni Americani: Oralità, Letterautra, Cinema, Musica)

 

L’outsider e l’Icaro moderno

La letteratura americana del XIX secolo è una letteratura che cerca ancora la propria identità, la struttura del romanzo europeo non è infatti ancora sbarcata nel nuovo mondo. La struttura episodica dell’opera di Twain può farci pensare ad un romanzo, anche se l’opera non sembra essere caratterizzata dal tipico continuum del genere. Chi è Huck? Huck è un adolescente refrattario a qualsiasi regola gli venga imposta, un vero e proprio outsider. A causa del suo spirito ribelle egli vive molteplici avventure (o disavventure), se così possiamo definirle. Tuttavia, la disobbedienza può avere sia risvolti negativi che positivi, infatti il protagonista incappa spesso in situazioni pericolose; Huck è un adolescente che si affaccia al mondo e vede tutto attraverso i suoi occhi intrisi di semplicità, in alcuni punti del romanzo sembra infatti che la realtà venga semplificata o semplicemente analizzata con superficialità. Ma nel romanzo di Twain non avviene quel processo che denomineremmo Bildung, il nostro eroe infatti non cambia nel corso del romanzo, ma fa solo i conti con i suoi sensi di colpa, spesso accompagnati da un perentorio giustificazionismo:

Ma è sempre così: non fa differenza se ti comporti bene o male, la coscienza non è intelligente, e ti accusa sempre. Se avevo un cane bastardo intelligente quanto la coscienza di una persona, lo avvelenavo subito. Prende più posto che tutto il resto, dentro uno, la coscienza, e non serve a nulla, proprio a nulla. Pure Tom Sawyer se la pensa così.

(Mark Twain, Le Avventure di Huckleberry Finn, 1884)

Huck e Tom Sawyer possono apparire come due figure simili, ma non lo sono, anzi, sono agli antipodi. Tom è un ragazzino comune, non possiede le capacità di osservazione di Huck, che non ha bisogno di una dimensione ludica, poiché questo ragazzino possiede uno sguardo genuino, che trapassa ogni apparenza.

Essenzialmente, Tom sfrutta la dimensione ludica per sottrarsi alla realtà, citando Emilio Varrà:

La convergenza tra i due è solo apparente: per Tom, il “far finta” è solo un modo ulteriore per allontanarsi dalle costrizioni del mondo reale e per farlo combaciare con le esigenze della sua immaginazione; per Huck è, invece, un modo per raggiungere più velocemente il proprio obiettivo e per soddisfare il suo senso pratico senza violare formalmente il regolamento. Dietro i giochi, le maschere, le citazioni romanzesche, permane una distanza abissale: quella tra la Cina e la fattoria dei Phelps, appunto, o tra l’inferno di Huck e il paradiso delle regole di Tom.

(Emilio Varrà, La zattera dell’immaginario. Mito, simbolo e racconto in Mark Twain)

D’altronde, anche il re e il duca saranno inghiottiti da questo mondo intriso di avarizia, poiché essi, convinti di truffare gli abitanti del villaggio, non fanno altro che mettere a nudo la propria stupidità e superficialità. È proprio nel momento della truffa che la coscienza di Huck si risveglia, è stravolto dal senso di colpa, egli non può essere complice dei due manigoldi, lo deve a sé stesso; parlando di Huck come entità, è questo il suo turning point, un moto della coscienza. Un altro protagonista del romanzo è sicuramente il Mississipi, chiave di volta per la fuga di Huck, che impone il ritmo con le sue acque mefitiche; quest’ultimo detta il ritmo ed è una costante nei vari episodi del romanzo, ma in un certo senso diventa anche la casa di Huck, poiché egli non è adatto ad una vita stabile, rifuggendo infatti da chiunque gli imponga uno stile di vita ‘’normale’’.

Martin Eden, protagonista dell’omonimo romanzo di Jack London, non vive una Bildung, bensì, in stile verghiano, viene divorato dal mondo. È evidente la matrice naturalista; Martin, inseguendo il sogno di una indipendenza economica ed intellettuale attua un confronto diretto col mondo, un confronto insostenibile, dato che si tratta del malsano ambiente borghese. Dunque, il viaggio di Martin è sì un volo verso la libertà, ma non la libertà desiderata da Huck, egli desidera ottenere la libertà di confrontarsi alla pari con esponenti dell’alta società, la corsa sfrenata volta a soddisfare questo anelito lo consumerà lentamente.

Il nostro protagonista potrebbe essere definito un Icaro moderno: Martin anela a volare al di là delle proprie possibilità; il prezzo da pagare è dunque una rovinosa caduta. Martin, il marinaio tutto muscoli e poco cervello, cela dentro di sé un potenziale inespresso, che esplode grazie ad una serie di catalizzatori, su tutti la dolce Ruth, è principalmente per lei, per avvicinarsi almeno un po’ a quel mondo costituito da teorie, idee, dibattiti letterari e false cortesie o smancerie (è qui che emerge il sottile ma discreto rigurgito antiborghese) al quale lei appartiene, che Martin fa tutto ciò. Il nostro Icaro è saturo di aspettative nei confronti del mondo borghese della bella Ruth; quando scoprirà che quel mondo altro non è che mera finzione, sarà una grandissima delusione per lui, ciò lo porterà a mettere in discussione il suo desiderio di diventare egli stesso borghese, il disgusto si impadronirà del nostro eroe ribaltando le sorti del gioco. Martin si illuderà di trovare in Ruth la realizzazione dei suoi ideali, l’errore del protagonista sembra essere situato proprio nell’idealizzazione di Ruth, idealizzare persone o cose si rivela soventemente un errore.

Tuttavia, tema tipicamente americano è quello della scalata sociale. La povertà è qui rappresentata come un trampolino di lancio, Martin sembra essere addirittura orgoglioso del proprio stato indigente:

Sapeva anche che la povertà non era piacevole, ma aveva al riguardo una sensazione rassicurante e borghese: pensava che la povertà fosse salutare, uno sperone aguzzo capace di spingere verso il successo chiunque non fosse proprio un pezzente privo di capacità.

(Jack London, Martin Eden, 1909)

Martin Eden, come ogni scrittore alle prime armi, cela dentro di sé un mondo di idee da esprimere, senza però avere i mezzi necessari per farlo. Solo dopo molteplici tentativi un suo saggio sarà pubblicato, trascinando con sé tutti gli altri, ma sarà troppo tardi, il disgusto nei confronti del mondo moderno si sarà già impadronito dell’animo del nostro eroe. A questo punto, tutto perde valore, il mondo colmo di idee di Martin sprofonda nel nulla, non vi è più gioia nello scrivere, il protagonista viene pervaso da quella malattia mortale che potremmo chiamare banalmente insoddisfazione o presa di coscienza della vanità di certi aspetti della vita:

Si era adattato abbastanza per soddisfare i suoi compagni, ma non se stesso: era sempre stato disturbato da una sensazione di irrequietezza, aveva sempre sentito il richiamo di qualcosa che stava al di là e, cercandola, aveva vagato attraverso la vita fino a quando aveva trovato i libri, l’arte e l’amore.

Non sarebbe eccessivamente audace vedere un po’ di Martin in ognuno di noi: chi non si è mai sentito insoddisfatto o inadeguato? Chi non ha mai idealizzato qualcuno o qualcosa? La decisione di porre fine alla propria esistenza deriva dal fatto che la realtà inizi a stargli stretta, è questa la malattia che affligge gli insoddisfatti cronici. Tali condizioni conducono ad un’implosione dell’io in stile wertheriano (nonostante le condizioni siano diverse, il disagio sembra essere simile), tanto che la realtà diventa una terribile gabbia. Tornando alle tematiche principali, l’elemento autobiografico sembra essere dominante: London, personalità complessa e poliedrica, proprio come il complicato scorcio temporale che gli Stati Uniti vivono a cavallo tra Ottocento e Novecento, si incarna in Martin, il quale è ossessionato dall’evoluzionismo spenceriano proprio come il suo autore, evoluzionismo che si intreccia con il superomismo nietzschiano: il protagonista è infatti convinto di potercela fare, è caparbio e tenace anche nei momenti più bui della narrazione, egli vive per sentire il fondo delle cose, ma si perderà alla ricerca del tanto desiderato tempio nascosto che altro non è se non il senso della sua esistenza; Martin sembra, di conseguenza, essere la rappresentazione del suo senso di inadeguatezza o meglio di impotenza, di fronte a un mondo che appare spietato. Dunque, Martin affronta la vita e perde, poiché nessuno può vincere la vita.

Speranze canadesi e eros straripante

L’opera della Moodie, Roughing it in the Bush, ci offre uno squisito spaccato della tipica vita dei coloni europei in Canada, è centrale dunque il tema del settlement. Immigrare verso il nuovo mondo è un palese tentativo di ricerca di condizioni di vita migliori, ma spesso, come è evidente nel romanzo autobiografico dell’autrice, che narra la propria esperienza di migrante, i coloni sono obbligati ad affrontare numerose difficoltà non previste.

Tuttavia, il colonialismo è qui connesso all’idea di libertà, tant’è vero che l’opera (caratterizzata da una struttura episodica) si apre con una poesia dal titolo Canada, i cui primi versi recitano: Canada, the blest—the free!. Il Canada è dunque libertà, o meglio, offre la possibilità di guadagnarsi la libertà, sia essa economica o morale. Questa possibilità, a tratti, sembra rivelarsi un’illusione; l’autrice sembra infatti avere un rapporto contraddittorio sia con l’ambiente che con gli abitanti del Canada. All’entusiasmo iniziale si sostituisce progressivamente quella che è un’analisi molto attenta dei comportamenti e atteggiamenti dei canadesi: è infatti evidente che gli abitanti del luogo tendono a truffare i coloni, che non conoscono come dovrebbero il territorio canadese:

It is, properly speaking, a local vice, produced by the constant influx of strangers unacquainted with the ways of the country, which tempts the farmers to take advance of their ignorance.

(Susana Moodie, Roughing it in the Woods, 1852-71)

Il richiamo della libertà è così forte che l’autrice scrive anche di una certa landmania, una mania che porta tutti i passeggeri della sua nave a scendere noncuranti degli incombenti rischi derivanti dall’epidemia di peste in corso. Tra i numerosi temi che quest’opera abbraccia, dunque, vi è anche la disillusione, la distruzione delle speranze di una vita migliore; il motivo autobiografico è più evidente che mai quando l’autrice vive un vero e proprio shock, il Canada non era ciò che le era stato raccontato, ma è una terra ostile, una terra dove bisogna sapersi guardare le spalle per sopravvivere.

Le speranze dell’autrice sono infatti evidenti in alcuni passaggi, ma sono alimentate soprattutto dalle voci sparse in Inghilterra, come è possibile notare nel seguente estratto:

yet I mean to go, partly out of a whim, partly to satisfy my curiosity whether it is a better country than New South Wales; and lastly, in the hope of bettering my condition in a small way, which at present is so bad that it can scarcely be worse. I mean to purchase a farm with three hundred pounds I received last week from the sale of my father’s property; and if the Canadian soil yields only half what Mr. C—-says it does, I need not starve.

(Ibidem)

L’immaginario collettivo era quindi controllato e influenzato dai racconti e dalle voci di corridoio.

Il libro della Moodie suscitò non poche polemiche, molti non ne colsero quello che era il puro intento documentaristico, accusandola di alimentare pregiudizi nei confronti del Canada. Tale opera potrebbe essere considerata un vademecum per i coloni, ma è soprattutto un monito, un avvertimento, la libertà e la fortuna di cui tanto si parla sono illusioni, abbagli.

Le idee della Moodie sono sicuramente differenti rispetto a quelle espresse da Leonard Cohen nel suo Beautiful losers: tra i due scritti intercorrono infatti più di cento anni. Entrambi sono però riconducibili al tema della libertà e alla ricerca perenne di una identità che si possa definire ‘’canadese’’.

L’eros straripante presente nell’opera di Cohen è sicuramente un’espressione della Tekakwitharivoluzione sessuale degli anni sessanta, un flusso di coscienza senza alcuna logica caratterizzato da numerosi eccessi. Colonna portante dell’opera è sicuramente la santa Catherine Tekakwitha, la vergine irochese citata a più riprese: che la santa sia una rappresentazione del martirio che i nativi canadesi hanno subito? Oppure una mera opposizione rispetto al triangolo caratterizzato dalla dissoluzione e dagli eccessi che i tre protagonisti compongono? Il protagonista, che è anche la voce narrante, è spesso plagiato dal suo amico e amante, di cui non viene mai scritto espressamente il nome, l’unica sigla con cui appare citato è ‘’F.’’; ciò rivela una personalità piuttosto debole e contraddittoria, il protagonista sembra non aver più voglia di vivere, sembra aver vissuto troppo intensamente per continuare il suo cammino e affonda nella mancanza di chi, secondo lui, gli ha offerto tutto ciò che la vita ha da offrire. Ciò è evidente in alcuni passaggi:

Quando riuscirò a vedere il mondo senza di te, mio caro?

Il mondo dell’autore è legato a F., perciò questo romanzo sembra rappresentare un grido di dolore, o semplicemente l’espressione di una insostenibile stanchezza esistenziale; il tutto si svolge in una cornice costituita da un Québec che reclama a gran voce la propria autonomia.

Anche in Beautiful losers è presente il tema autobiografico. L’autore sembra infatti essere in preda ad una vera e propria crisi mistica, che si esplica nel romanzo; è ossessionato dalla santa canadese, che sembra essere la prima nativa ad aver fatto voto di castità, e a causa di ciò è continuamente vessata da coloro che la circondano, la sua insostenibile vita si concluderà con una morte lenta e dolorosa su un letto di spine, una perfetta martire.

Un’ipocrisia unicamente americana?

Fino ad ora abbiamo visto come la libertà, in tutte le sue forme, sia un tema fondamentale della letteratura sia americana che canadese. I protagonisti delle opere esaminate sono accecati dal desiderio di essere liberi, ma scoprono a loro spese che l’America, o il mondo, è tutt’altro che una favola. Quando si discorre di ipocrisia statunitense, di una libertà double-face, ci si dimentica troppo spesso che i primi americani erano dei coloni britannici, da dove deriva dunque questa idea di libertà? Dall’Europa, specificamente Dall’Inghilterra, ovviamente:

Ma la libertà britannica era tutt’altro che universale. Nazionalista, spesso xenofoba, essa considerava gran parte delle nazioni come ‘’asservite’’, al papismo, alla tirannia o alla barbarie. La libertà non prospera in nessun’altra terra, disse il poeta John Dryden.

(Eric Foner, Storia della Libertà Americana)

Tale citazione può farci comprendere che tipo di idea di libertà sia stata importata in America, ciò può fare luce su tante cose. Ad ogni modo, è doveroso affermare che, una volta poste le radici, l’idea di libertà ha uno sviluppo autonomo rispetto a quello europeo, come John Winthropben sappiamo, si fonde con un’idea particolare di cristianità, di cui John Winthrop ci offre un discreto modello (A Model of Christian charity,1630). Oltre che alla religione, la libertà, soprattutto quella politica, è legata anche alla proprietà, ci vorranno almeno due secoli dalla colonizzazione prima che il legame di continuità tra suffragio e proprietà si sfaldi. Quest’ultimo è contestato da numerosi intellettuali, esso non dovrebbe esistere in un paese che fa della libertà la sua colonna portante.

Un’altra anomalia presente nell’applicazione del concetto di libertà (o uguaglianza) è sicuramente l’abissale differenza di trattamento che viene riservata ai cittadini neri rispetto a quelli bianchi, gli afro-americani sono infatti maltrattati e vessati:

 

La costituzione, tuttavia, conferì al Congresso la facoltà di creare un sistema uniforme di naturalizzazione il ‘’Naturalization Act’’ del 1790 offrì la prima definizione legislativa di nazionalità americana. Senza dibattito, il Congresso limitò la possibilità di diventare cittadini americani ai ‘’bianchi liberi’’

(Ibidem)

I cittadini neri dovranno infatti aspettare il 1870 prima di vedersi riconosciuto il diritto di diventare anch’essi cittadini naturalizzati. La disparità è evidente anche nella grande satira sulla libertà americana di Mark Twain, Huck infatti si stupisce quando ascolta certi ragionamenti di Jim, poiché un negro è considerato stupido a prescindere:

Beh, aveva ragione; aveva quasi sempre ragione; la sua era una testa fuori dal comune, per essere un negro.

La libertà si presenta come un concetto palesemente ambiguo a causa dell’utilizzo improprio che se ne è fatto nel corso della storia. Tuttavia, gli Stati Uniti sembrano reggersi sulle proprie contraddizioni, da un’idealizzazione della libertà nasce infatti un sentimento nazionalistico, di per sé molto pericoloso, che ha portato a sviluppi politici altalenanti, fino ai giorni nostri; tale sentimento nazionalistico sembra incombere sul capo degli Stati Uniti (e del mondo) come una vera e propria spada di Damocle, fomentando tutt’oggi inquietudini.

Se gli americani sono accecati dalla loro ‘’Freedom’’, il Canada fa della libertà individuale la sua colonna portante, il paese non guarda al modello del melting pot statunitense, ma mira a creare un clima di distensione tra diverse culture, senza che l’una minacci l’altra, è infatti importante che nessuna cultura presente sul territorio nazionale vada distrutta, la diversità è quindi vista come una ricchezza. Pur essendosi lasciato alle spalle il periodo coloniale palesemente in ritardo, il paese ha creduto nella possibilità di creare un organismo eterogeneo, dove elementi diversi sul piano culturale convivono pacificamente. La libertà non è un’illusione in Canada, ma una realtà per la quale si è lavorato sodo, tralasciando gli orrori perpetrati ai danni di alcune minoranze durante i due conflitti mondiali.

Ad ogni modo, è fondamentale ricordare la funzione della letteratura sia in ambito canadese che statunitense, essa ha una funzione mitopoietica, costruisce identità che entrano a far parte dell’immaginario collettivo, contribuendo al processo di costruzione della nazione. Allora forse Huck non ha tutti i torti quando afferma:

non si può pregare a forza di bugie, ecco cos’avevo capito. 

Ed è proprio vero, non ci si può autoproclamare difensori della libertà riducendo gli uomini in schiavitù.

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By |2018-02-27T15:45:40+00:00agosto 16th, 2017|Saggi|0 Comments

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