Angela Nagle ha provocato un ritorno di fiamma, con il suo “Kill All Normies”, dello studio del dibattito culturale contemporaneo, spostando l’attenzione sulle comunità del web. Ce ne parla Jacopo Norcini Pala.

Comprendere le politiche culturali di una nazione come gli Stati Uniti non è un compito facile, considerata la mole di informazioni e narrative che attraversa la storia del Paese. Fortunatamente, internet è stato (ed è ancora) uno strumento fondamentale per indagare lo scenario sociale americano.

Sicuramente, se si dovesse indicare una singolarità capace più di tutti di predire, anticipare e contraddire le tendenze del mondo on- e offline sarebbe quasi scontato puntare il dito verso quell’oscuro oggetto del desiderio che è 4chan.org.

La imageboard creata da Christopher Poole nel 2003 si è dimostrata nel tempo come qualcosa di ben più malleabile di “un luogo di discussione di anime e manga” come segnalato nella homepage, e ha dato vita anche a fenomeni di attivismo come Anonymous, applauditi dalla comunità internazionale. Il sito, nonostante il suo status cult tra i giovani, non era comunque mai riuscito a sfondare il muro del mainstream, anche a causa della sua etica ambigua.

manifestazione alt-right

manifestazione alt-right

Il motivo dell’interesse così marcato che il fenomeno 4chan sta ricevendo in questo periodo è dettato dall’emergere negli ultimi 10 anni della cosiddetta alt-right. Si tratta di un movimento costituito principalmente da giovani in opposizione alle tendenze neoconservatrici e filo-liberiste del partito Repubblicano statunitense più recente. L’alt-right ha trovato terreno fertile nei meandri di internet più lontani dal fenomeno del politically correct ed è stato additato da più parti come uno dei maggiori responsabili dell’elezione di Donald Trump a Washington. Il caso è diventato talmente rilevante negli Stati Uniti da avere ormai una propria simbologia (rappresentata da alcuni celebri meme, primo su tutti Pepe the Frog), una mitologia e addirittura dei riferimenti geopolitici fittizi (il cosiddetto Kekistan).

Kill All Normies: Online Culture Wars from 4chan and Tumblr to Trump and the Alt-Right, ancora inedito in Italia ma pubblicato nel 2017 per la Zero Books negli Stati Uniti, è un interessante saggio di Angela Nagle in cui si prova a definire una geologia di questi ambienti virtuali e comprenderne il ruolo giocato nello scenario politico e culturale contemporaneo.

Similmente a quello che ci si aspetterebbe da un testo riguardante una fetta di popolazione estremamente giovane, l’autrice non si perde in lungaggini di accademia (a parte qualche occasionale rimando ai soliti nomi di riferimento post-sessantottini, Deleuze in primis). Anzi, Kill All Normies rimane sempre sul tono feroce evocato a partire dal titolo. Ad esempio, i “normies” del titolo sono i comuni internauti, contrapposti alla microcomunità di 4chan, e rappresentano solo uno dei tanti esempi del linguaggio pesantemente codificato di questa utenza.

La Nagle utilizza abilmente i termini più spinosi della nuova cultura di internet, e non ha problemi a riportare in alcune pagine scioccanti le testimonianze delle sue intervistate, vittime di minacce a sfondo razzista, misogino e violento.

Sarebbe forse troppo facile creare un dibattito politicizzato attorno a temi così delicati. L’autrice mantiene invece un punto di vista imparziale nella storicizzazione dell’ascesa delle nuove destre che oggi imperversano tra Europa, Stati Uniti e non solo. Anzi, capovolge le conclusioni che logicamente ci si attenderebbe da un simile testo additando parte della colpa a quella sinistra liberale che negli ultimi anni è salita alla ribalta nello scenario socio-culturale globale con movimenti identitari quali #metoo e Black Lives Matter.

La Nagle parte dalle rivoluzioni socio-politiche del 1968, anno fondamentale per la storia delle “guerre culturali” del titolo, raggruppando gli ideali della protesta studentesca sotto l’egida della trasgressione in tutti i campi, da quello sessuale a quello lavorativo fino a quello prettamente culturale. Dopo aver rintracciato un cambiamento nella mentalità dei conservatori nel passare dei decenni, la Nagle riconduce l’insorgere di queste nuove destre alla stessa voglia di perversione/trasgressione dello status quo che aveva caratterizzato tutta la sinistra rivoluzionaria e le sue contestazioni giovanili.

La teoria generale delle guerre culturali, ampiamente documentata dall’autrice all’interno di Kill All Normies, spiega infatti che il trittico sesso-droga-rock n’ roll degli anni ‘60 è riuscito lentamente a impossessarsi del dibattito pubblico americano e a scardinare i tabù imposti dalle generazioni precedenti. L’alt-right ha avuto, sempre secondo la Nagle, l’intuizione di distaccarsi dalle politiche conservatrici tradizionali (che promuovevano il ritorno ai valori di un’epoca precedente) per insistere invece su atteggiamenti ancora più trasgressivi in reazione a quella che oramai era diventata l’egemonia culturale della sinistra americana.

Angela Nagle

Angela Nagle

L’esempio concreto e fondamentale del successo di questa teoria, citato a più riprese nel saggio, è Milo Yannopoulos, opinionista britannico di estrema destra apertamente omosessuale, distintosi per varie campagne in opposizione all’ideologia del politically correct negli anni passati. Agli occhi dell’autrice, Yannopoulos incarna perfettamente la voglia di rottura dall’ordine costituito, tipico della destra reazionaria di stampo classico. Le sue battute sul consumo di stupefacenti o su rapporti occasionali con altri uomini, per quanto trasgressive, non sono però un sintomo dei valori liberal di stampo post-sessantottino agli occhi dell’opinionista, che infatti ha duramente condannato in più occasioni sia nelle sue apparizioni in pubblico che nei suoi articoli.

Nei vari capitoli del breve saggio (poco più di un centinaio di pagine), l’autrice propone quindi un’analisi lucida dell’evoluzione di questa recente branca politica. Affascinanti sotto questo aspetto sono le sezioni riguardanti il pensiero gramsciano per cui il controllo della cultura è equivalente al controllo del potere e il suo utilizzo probabilmente inconsapevole da parte della nuova destra. Sconvolgente invece il capitolo in cui, partendo dal già citato discorso sulla trasgressione, l’opinionista descrive la relazione delle sottoculture dell’alt-right con la sessualità, passando dall’esilarante all’orrifico. Questo capitolo prende in esame tutti gli schieramenti del nuovo conservatorismo, da organizzazioni che riescono a combinare il puritanesimo con l’indole punk statunitense (con esempi come i Proud Boys e i Men Going Their Own Way), per sprofondare poi nei recessi più oscuri e inquietanti delle boards (con gli utenti che creano e condividono contenuti a temi violenti, misogini e xenofobi). Ovviamente tutto questo non è facile da leggere neanche per una persona così cosciente dell’attualità come la Nagle, che tuttavia nel corso del saggio sembra far intendere quanto il pericolo maggiore risieda in potenza negli ambienti più lontani da questa ideologia.

A tal proposito, l’autrice ci presenta il caso di Maryam Namazie. L’attivista, ex-musulmana invitata per una conferenza alla Goldsmiths University, era stata fortemente contestata da gruppi universitari islamici, il cui presidente era all’epoca un fondamentalista, autore di articoli come “Standing Up Against Homosexuality and LGBTs”. Lo shock della Nagle deriva dal supporto incoerente che le associazioni LGBT del campus dimostrarono al fondamentalista in opposizione alla Namazie, che per loro “offendeva una minoranza in maniera sensibile”.

Kill All Normies è pieno episodi di questo tipo. Tutto questo riflette e mette a nudo l’ipocrisia delle politiche identitarie della sinistra statunitense (e di riflesso globale), ormai totalmente incapaci di assumere un ruolo di vera opposizione alle destre, tanto da diventarne preda con facili contestazioni e parodie.

Uno degli ultimi capitoli, “Entering the Manosphere”, riflette proprio su come alcune delle parodie del politically correct riescano a portare una fetta ancor più grande dell’elettorato dalla parte opposta. L’uomo medio non si sente a suo agio quando viene redarguito, ammonito e condannato, ogni volta che viene messo di fronte a un errore. Invece si muove più agilmente nel terreno dello sbeffeggiamento, dell’ingiuria e dell’inganno. Ovviamente, questo non vuol dire, come si potrebbe pensare, che la Nagle provi astio nei confronti delle politiche della sinistra identitaria: anzi. Quando ripropone all’interno del saggio uno degli autori più significativi e controversi dell’ultima generazione, Mark Fisher, l’autrice sente il dovere di mettere l’accento sull’importanza di uno spazio politico libero dalla discriminazione a base sessuale o razziale. Come aveva fatto Fisher in Capitalist Realism (2009, Zero Books) e nell’articolo Exiting the Vampire Castle nel 2013, anche la Nagle condanna fortemente i modi e i toni dei sostenitori più ardenti di queste politiche, giudicandoli come inappropriati, facili bersagli con cui la destra può giocare per spostare i consensi dalla propria parte.

In definitiva, se si volesse però trovare un difetto a Kill All Normies, si potrebbe dire che difficilmente smuoverà il terreno e l’opinione politica verso un’analisi più approfondita del fenomeno internettiano, che viene o sminuito o demonizzato tanto dai media di destra quanto da quelli di sinistra. Negli ultimi due capitoli, la Nagle ricorda che è fin troppo facile collegare alcuni degli eventi più tragici della storia americana contemporanea (l’epidemia di school shootings su tutti) ad alcuni gruppi di utenti di questi luoghi di ritrovo virtuali. Allo stesso modo è fin troppo facile sminuire la ripetizione in formato meme e l’adulazione di certi personaggi come “ragazzate”.

Forse il limite più visibile di questo saggio è però la ristrettezza del suo target di riferimento: alla fine, Kill All Normies è un libro utile a chi è completamente digiuno delle tendenze culturali degli ultimi 10 anni, e in mani altrui somiglia a un compendio di conoscenze pregresse con qualche importante curiosità nel mezzo. E questo è forse il grande enigma che internet rappresenta, per come lo conosciamo ora: la sua continua e rapida evoluzione ci impedisce di fissarne i confini e i limiti in qualsiasi momento della sua storia. Angela Nagle non vuole certamente risolvere questo problema, ma solamente creare un punto di partenza, una guida per chi vorrà in futuro tornare a esplorare quei non-luoghi del web con un approccio critico.

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