James Purdy: quel fiume sotterraneo che attraversa l’America12 min read

Scrittore poeta e commediografo. James Purdy fu un artista prolifico per la letteratura statunitense del ‘900, ma se sperate di trovare il suo nome nelle classifiche degli autori più venduti e più celebri nel suo tempo, potreste restare interdetti. Stile ben apprezzato dai palati più fini, tra cui Gertrude Abercrombie, Gore Vidal e la selettivissima Edith Sitwell, James Purdy si mosse come “an underground river which is flowing often undetected through the American landscape”, giusto per citare un illustre critico che lui amava sempre ricordare.

1. James Purdy a Chicago: Gertrude Abercrombie e la cultura afro-americana

2. Tra ostilità, amici ed Edith Sitwell

3. Il ritorno alle origini e la fine di uno stigma

 

1. James Purdy a Chicago: Gertrude Abercrombie e la cultura afro-americana

 

James Purdy nacque il 17 luglio del 1914 nell’Ohio. I genitori si separarono durante la sua adolescenza anche in seguito a un forte tracollo dovuto soprattutto agli investimenti sbagliati del padre. Allontanatosi da casa, trasformata dalla madre in un piccolo albergo per sopravvivere agli stenti economici, andò a studiare presso l’università pubblica di Bowling Green e ottenne una laurea in lingua francese.

Proseguì studiando lingue e insegnando inglese e francese per guadagnarsi da vivere a Chicago. Lì cominciò a pubblicare alcuni suoi pezzi su alcune riviste, quali Evergreen. Da solo e senza molto di cui vivere, nella metà degli anni ‘50, stinse amicizia con la pittrice Gertrude Abercrombie, considerata dai più come la “regina degli artisti bohemienne”.

Purdy visse presso la casa della Abercrombie per diverso tempo durante la sua permanenza a Chicago e proprio nel suo circolo artistico partecipò a molte serate in cui conobbe di persona musicisti e artisti di spicco nel panorama della musica jazz e bebop. Charlie Parker, Dizzie Gillespie, Max Roach e Miles Davies furono alcune di quelle personalità che ebbero un grande ascendente nella formazione artistica di Purdy. Presso la stessa dimora ospitava anche altri artisti di origine umilissima come lui, come nel caso del Modern Jazz Quartet, il celebre complesso musicale di musica jazz, e fu lì che conobbe la cantante di colore Billie Holiday. Purdy si lasciò ispirare dalle storie di sacrificio e impegno di questi artisti, trovando in se stesso la forza di non mollare la sua attività di scrittore. E così fece, lasciando che la musica e l’arte dei pittori del realismo magico, cari alla Abercrombie, impregnassero le pagine delle sue prime opere.

Fin dalla sua prima raccolta di racconti, The Color of Darkness (1957), dalla sua penna nacquero molti personaggi di colore, diversi per estrazione sociale, genere, cultura, origine e orientamento sessuale. Nessuno escluso, quindi: a differenza di molti scrittori americani a lui contemporanei, Purdy non ignorò quella parte della popolazione di origine africana trapiantata sul suolo americano. Anzi la coinvolse e travolse, facendola diventare un insieme di storie da conoscere e di identità da scoprire. Uomini, donne, artisti, servi, Africani e Afro-Americani, bambini, giovani e vecchi, omosessuali ed eterosessuali: i suoi personaggi di colore sono l’uomo qualunque in una società che sempre più spesso però non gli concede spazio a sufficienza. Con lui, invece, il New Negro trova terreno fertile.

 

2. Tra ostilità, amici ed Edith Sitwell

 

Portrait of Edith Sitwell (1887-1964), 1915 (oil on canvas) by Fry, Roger Eliot (1866-1934) © Sheffield Galleries and Museums Trust, UK English, out of copyright

Il jazz, il rinascimento di Harlem, le suggestioni pittoriche del circolo della Abercrombie: tutto è pienamente visibile nelle storie di Purdy. Le sue storie danno grande spazio a quella cultura, rappresentata per di più da persone di colore, di qualsiasi estrazione sociale, culturale, genere e orientamento sessuale.

In senso molto più ampio, possiamo dire che l’occhio d Purdy si soffermava molto sugli outsider, rendendoli i protagonisti delle sue storie anche senza fare riferimento esplicito alla blackness del personaggio. Eppure nelle sue produzioni si avverte tutto il peso e carico della black experience: descrizioni di una vita umile e degradata; povertà di linguaggio, basso e vernacolare. Questa è la cifra stilistica e contenutistica che come un filo rosso attraversa tutta la produzione di Purdy, dagli esordi all’esperienza newyorkese con Van Vechten che lo introdusse nel suo circolo di artisti neri, boxers, e attivisti.

Il suo impegno dovette fare i conti con molte ostilità: i suoi racconti inviati a diverse case editrici e molte riviste non erano ben accolti. Gli ostacoli erano molti: lo stile narrativo; i dialoghi che risentono dei suoi primi esperimenti letterari da commediografo, con dialoghi ispirati spesso alla tradizione classica greca; la narrazione che comincia media res. Tutto questo rendeva difficile poter apprezzare Purdy rispetto alla produzione più in voga tra i suoi contemporanei.

Non mancavano i complimenti tra i palati più raffinati. Uno di questi, Gore Vidal, individuò anni dopo un altro ostacolo non da poco per Purdy nella critica e nella società americana: la sua produzione non poteva essere iscritta in un solo registro stilistico e non poteva essere etichettata e accantonata in modo semplicistico come un insieme di racconti di un autore omosessuale, come sarebbe convenuto ai più conservatori.

L’unica eccezione nei suoi esordi fu Andreas Osborn che divenne un grande sostegno per lo scrittore sia in senso affettivo sia economico: non solo Osborn sovvenzionò la stampa di Don’t Call Me by My Right Name (1956), ma lo incoraggiò a inviare le copie dei suoi racconti anche ad altri, per far conoscere la sua produzione.

Tra questi ci fu Edith Sitwell. La poetessa e saggista inglese era convinta di aver scoperto un vero e proprio talento e ne promosse la pubblicazione presso le case editrici britanniche, con le sue prefazioni. Riservò allo scrittore complimenti e recensioni positive, aprendogli le porte a conoscenze che di lì a poco si sarebbero tramutate in veri e propri sostenitori:

 

I have read it twice, already. What a wonderful book! It is a masterpiece from every point of view. There can’t be the slightest doubt that you are a really great writer, and I can only say that I am quite overcome. What anguish, what heartbreaking truth! And what utter simplicity. The knife is turned and turned in one’s heart … You are truly a writer of genius.

 

Questo fu il commento entusiasta della Sitwell, allora in Italia, leggendo il racconto 63: Dream Palace (1956), appena pubblicato privatamente sempre con il sostegno dei suoi amici. Colpita piacevolmente anche da questa opera, la Sitwell consigliò la pubblicazione all’editore britannico Victor Gollancz. La versione inglese di questo libro, che trae il suo nome dalla 63esima strada, culla della tradizione jazz di Chicago, venne fortemente rimaneggiata perché ritenuta scabrosa per temi e termini utilizzati.

Negli Stati Uniti la raccolta venne data alle stampe nel 1957 col titolo The Color of Darkness e accolta positivamente dalla critica letteraria statunitense. In quegli stessi anni Purdy si trasferì a Brooklyn.

Da Don’t Call Me By My Right Name, passando per 63: Dream Palace e il romanzo The Nephew (1961), anche un’altra eco sembra accompagnarci tra una storia e l’altra: quel ragazzo che lascia la sua casa per non farvi ritorno. È quello che anche Purdy in fin dei conti fece: dall’Ohio si spostò diverse volte per varie città, quasi come se il mito del viaggio come ricerca, esplorazione e definizione dell’identità fosse esattamente incarnato da lui e vivesse attraverso le sue opere come specchio della sua anima.

Trasferitosi poco dopo a New York, incontrò lo scrittore e fotografo Carl Van Vechten che fu di grande aiuto per Purdy: lo incoraggiò nella prosecuzione della sua carriera, lo introdusse nel suo circolo e gli presentò proprio lì quello che divenne uno dei suoi migliori amici di sempre, Paul Bowles, e la scrittrice Dorothy Parker. La scrittrice entusiasta della sua produzione scrisse un’ottima recensione del suo primo romanzo, Malcolm (1959): “the most prodigiously funny book to streak across these heavy-hanging times.”

Edward Albee

Questa recensione segnò la sua carriera in modo definitivo: non solo ricevette il riconoscimento che meritava ma soprattutto ottenne la notorietà presso un pubblico molto più ampio proprio grazie all’influsso della Parker. Il libro fu accolto positivamente anche a livello internazionale, punto tale da essere tradotto in quindici lingue e il drammaturgo statunitense Edward Albee scrisse l’omonimo adattamento teatrale che debuttò a Broadway nel 1966.

La sua produzione letteraria crebbe nel corso del tempo e venne apprezzata e tradotta in più lingue. Purtroppo, la magia di quegli anni subì una brusca frenata.

 

3. Il ritorno alle origini e la fine di uno stigma

Tra il 1965 e il 1967 la sua vita subì una forte scossa emotiva e finanziaria. Molti dei suoi amici più cari, nonché sovvenzionatori, morirono. Senza alcuno sprone o supporto economico a proseguire con la scrittura e con la pubblicazione delle sue opere, Purdy trovò consolazione nel guardare alle sue origini, in particolare, ai racconti che da piccolo ascoltava dalla sua nonna di origini indigene americane.

Storie con protagonisti outsider e soprattutto grandi figure femminili, esempio di lotta ma anche marginalizzazione. Questo nuovo impulso alla lotta lo portò nel 1968 alla scrittura di opere fortemente affini tematicamente e aventi per soggetti principali proprio questi grandi personaggi. Questi suoi protagonisti, a cui sua nonna lo aveva fatto affezionare da bambino, ora erano presentati come un popolo mitico, abitante di un’America diversa e mai scoperta.

Nel 1997 pubblicò il suo ultimo romanzo, Gertrude of Stony Island Avenue e, insieme a questo, arrivò finalmente una critica del New York Times pronta a debellare la sua produzione da quello stigma che fino ad allora non aveva permesso di riconoscere il vero valore di Purdy: autore molto apprezzato all’estero e non in America; autore che con quell’opera sembrava tornare il Purdy del terzo romanzo, The Nephew, sia per stile sia per tematica; l’angoscia che prendeva piede nel contesto famigliare; la morte che aiuta a capire come in realtà non si sappia nulla l’un dell’altro perché spesso non si vive a pieno la vita o non lo si fa tutti allo stesso modo.

Tutto questo rivela quanto per Purdy in fin dei conti “every heart is a stone and every man an island”. Spetta al linguaggio gettare luce sul mistero che avvolge il contatto tra due vite. Lo fa utilizzando un linguaggio però antiquato e freddo, quasi a voler comunicare l’artificialità della società e dei sentimenti di cui è piena. L’invito è quello di focalizzarci su quello che ci circonda entrandoci in reale connessione, rifiutando di relazionarci con la realtà secondo il volere del costume sociale. La recensione della testata sancisce una volta per tutte quello che era sotto la luce del sole per molti e da molto:

Purdy is a powerful writer whose work deserves a far wider readership in his own country than it has enjoyed in recent years. To be sure, his insistence on setting his fiction on ever-shifting ground, his combination of compassion and ardor with an absolute rejection of any sentimental impulse, and his consistent refusal to tie up the loose ends can prove frustrating even to highly sophisticated readers. But most people with lively minds will find the rewards of Purdy’s art to be worth the effort. It is to be hoped that the publication of ”Gertrude of Stony Island Avenue” will draw more such readers to this singular American visionary. (http://www.nytimes.com/1998/08/30/books/the-sensuous-woman.html?ref=jamespurdy&pagewanted=1)

A partire dal 2005 e con una rivalutazione di una delle sue prime opere, Eustace Chisholm and the Works (che gli valse il Clifton Fadiman Award at the Mercantile Library), buona parte di tutta la sua produzione venne finalmente riportata all’attenzione della critica. Alcuni titoli vennero nuovamente stampati, dando avvio a una rinascita del profilo artistico dello scrittore in madrepatria agli inizi degli anni 2000.

Purdy morì all’età di 94 anni dopo alcuni anni di problemi di salute e una frattura al bacino.

Una intervista di Martin Goodman del 2004, ci restituisce una fotografia di Purdy come uomo, artista, scrittore coerente dagli esordi ai suoi ultimi giorni, vestito di umiltà nel contemplare il reale valore dell’arte:

 

Is there a role for writing as an act of resistance?

“Well everything I’ve written is that. It’s revolutionary. But since no-one reads it,” and he breaks again into one of his frequent laughs, “no. I’m free because they weren’t reading it. They can’t read.”

Old age is a mental construct for Purdy, almost a denial of responsibility.

“No matter how old you are you’re still trying to betray yourself and writing about what you think you know. Which is a lie of course. Sometimes when I’m writing a book I find myself thinking, ‘Well I wonder if people will like this?’ Then I think, ‘Quit wondering. They’re not going to like it anyhow.’”

Has he enjoyed his life?

“I don’t know about enjoy. I’d hate to live it over. Now there’s all these problems with my health and no real money coming in. But I don’t really care about that. I don’t care that I’m not a money maker. I don’t think I’d like it if people liked me. I’d think that something had gone wrong.”

(https://web.archive.org/web/20110714042647/http://www.martingoodman.com/writing280405.htm)

 

Bibliografia

Genius in Exile (https://www.vice.com/en_au/article/wdpzvx/genius-in-exile-0000200-v19n6 – ultima consultazione: 14/03/2018)

Michael E. Snyder, Mixedblood Metaphors: Allegories of Native America in the Fiction of James Purdy, 2009

J.T. Skerrett Jr., James Purdy and the Black Mask of Humanity, in MELUS, vol. 6, n.2, 1979,

James Purdy (https://www.theguardian.com/books/2009/mar/16/james-purdy-obituary – ultima consultazione: 14/03/2018)

È morto James Purdy, autore del “Nipote” (http://ricerca.gelocal.it/ilpiccolo/archivio/ilpiccolo/2009/03/14/NZ_27_SPAL.html?refresh_ce – ultima consultazione: 14/03/2018)

James Purdy, a Literary Outsider With a Piercing Vision, Is Dead at 94 (http://www.nytimes.com/2009/03/14/books/14purdy.html
James Purdy’s Malcolm http://www.identitytheory.com/james-purdys-malcolm/ – ultima consultazione: 14/03/2018)

Who is James Purdy? Edward Albee Tells  (http://www.nytimes.com/books/99/08/15/specials/albee-purdy.html – ultima consultazione: 14/03/2018)

The New Negro Renaissance (http://exhibitions.nypl.org/africanaage/essay-renaissance.html – ultima consultazione: 14/03/2018)

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By | 2018-03-29T11:32:53+00:00 marzo 15th, 2018|Saggi|0 Comments

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