I am not alone anyway – Intervista a Lamberto Mongiorgi9 min read

Dopo aver visionato e recensito I am not alone anyway, regia di Veronica Santi, al Biografilm Festival – International Celebration of Lives, Ginevra Bianchini intervista il Produttore e Direttore della Fotografia del film Lamberto Mongiorgi sulla nascita e sviluppo del lungometraggio.

Da cosa è nato l’interesse per Francesca Alinovi, a livello personale e poi di produzione?

Tutto è nato alla fine del 2014 quando incontro Veronica Santi, la regista del film, che mi mostra un video e un progetto per fare un documentario su Francesca Alinovi. Lei aveva già realizzato 27 minuti di prova, di interviste ad artisti americani. Io, basandomi su quello che lei mi aveva mostrato, su questi 27 minuti, sulla sua documentazione, ho preso in considerazione la possibilità di fare questo film, di poterlo produrre con la mia casa di produzione.

Da 6-7 mesi avevo fondato la mia casa di produzione a Bologna, che si chiama Manufactury Productions ed ero alla ricerca di un progetto, di un qualcosa da produrre -un film o possibilmente un documentario- e questo mi è sembrato un bel progetto, piuttosto interessante soprattutto perché sono legato sia a quello che è un pop che possiamo chiamare “femminile” (diciamo che io come regista ho sempre lavorato su storie, corti e videoclip con protagoniste donne) e sia al territorio, l’Emilia Romagna, Bologna, già dal nome ‘Manifattura’, che voleva riprendere tutto l’ambiente di Bologna e dintorni. Per questo mi son detto “dai, mi sembra una bella alchimia”.

Poi c’era Veronica, che era una regista esordiente, ma lei è un’artista e parte come curatrice, studiosa d’arte e curatrice d’arte. Quindi ci sono stati questi tre elementi: lei, Francesca e la mia produzione. E’ nato tutto così, fondamentalmente.

A livello personale io non sono una persona che mastica molto di arte però mi piaceva la storia e per me la storia è la parte principale. Sembrerà banale ma è questa la verità, so che sembrerà inflazionata come motivazione, ma è così per me. Soprattutto per il fatto che fosse una storia non raccontata ma anzi proprio “nascosta” da quello che è stato l’omicidio e tutto il caso giudiziario. Ho detto “sì, facciamolo!”: è andata così.

 

Infatti, un’altra delle cose che abbiamo notato è il fatto che spesso Francesca Alinovi è ricordata, purtroppo, più per i fatti di cronaca nera che l’hanno coinvolta che non altro.

Esatto. Lei è ricordata per quello. Io che sono nato a Bologna, l’ho visto: si conosce la storia dell’omicidio, si conosce Ciancabilla che l’ha uccisa. Non c’è niente da fare: è rimasto quello di lei. Allora ecco il film: facciamo un film che ripercorra la sua biografia e quello che lei ha fatto, le sue opere e le sue azioni.

 

Dato che in Italia la sua figura sembrava un po’ persa, avendo questi contatti in America attraverso il film, ti è sembrato che la situazione fosse diversa, che lei avesse lasciato un segno “più duraturo” in America?

In base alle interviste che aveva già fatto Veronica, nel 2013 direi di sì, mi sembra che l’interesse fosse più vivo là. Veronica aveva girato qualcosa in Italia ma non tanto, quindi l’idea è stata “ok, va bene, facciamo la parte italiana”, o meglio completiamo con la parte italiana, sia per quello che riguarda Parma sia per quello che riguarda Bologna.

 

Com’è stato lavorare con questi grandi artisti anche americani?

Sugli americani non posso dir nulla perché ci ho avuto a che fare in termini di richiesta di materiali, richieste sul poter vedere le interviste e poter parlare con Veronica di quel che sarebbe finito e non finito nel film. Nei contatti gli artisti americani sono stati molto disponibili, hanno accettato molto volentieri di collaborare. Anche a livello burocratico banalmente, con tutto quello che riguarda le liberatorie o episodi del tipo “abbiamo trovato delle vostre foto: ci dite qualcosa di più? Ci date il permesso di utilizzarle?”, sono stati tutti molto disponibili, soprattutto la Keith Haring Foundation, che ha finanziato proprio il progetto.

 

Una domanda proprio sul processo di produzione del film: come funziona?

Fondamentalmente, una volta che abbiamo deciso di produrre il film, l’abbiamo messo nella fase di sviluppo. La fase di sviluppo l’abbiamo basata sulle ricerche di Veronica. Lei aveva già dei contatti, aveva già trovato alcune foto, aveva già fatto una sua ricerca, quindi praticamente siamo partiti da quella e l’abbiamo ampliata. E fondamentalmente questa fase di ricerca è andata avanti fino a due settimane prima della chiusura delle riprese, nel senso che alcune foto ci sono arrivate anche all’ultimo, o qualcosa del genere.

Dopo aver fatto questo (e conta che abbiamo lavorato con Veronica che era dall’altra parte del mondo perché lei sta a New York, quindi è stato un bel rimbalzare di cose), abbiamo messo in pre-produzione, quindi abbiamo cercato di contattare tutte le persone che Veronica voleva intervistare, accordarci con loro su quando poter fare le riprese, quindi organizzare quelle che sono state le riprese delle interviste e abbiamo girato. Finito quello, Veronica ha preso tutto il girato, se l’è guardato e tutto il resto, e poi è iniziata la fase di montaggio e post-produzione.

 

Infatti abbiamo trovato il montaggio molto particolare, e anche come è stato organizzato il film, la sua struttura.

E’ successo che dopo aver fatto tre settimane di montaggio, è venuto fuori che ci mancava quel quid in più, ci serviva qualcosa e Veronica ha pensato, esattamente come fa nella vita di tutti i giorni, di mettere in piedi una mostra. A noi serviva un modo particolare, un modo che fosse molto più autoriale rispetto a quello che erano state le interviste, che potesse ben far fruire durante il film il materiale di repertorio, che non fossero semplicemente le foto viste a schermo o i video visti a schermo.

E quindi Veronica ha detto: “Perché non mettiamo in piedi una mostra?”. Allora a quel punto abbiamo fatto una sessione di riprese aggiuntive e l’abbiamo girata! E abbiamo girato tutta quella parte dei leggii della proiezione di New York, la proiezione delle diapositive, il carrello finale, tutto. E abbiamo praticamente fatto in modo che quella fosse l’ossatura del film.

 

E’ molto particolare come tecnica. Credo sia la prima volta che vedo una cosa del genere.

E’ stata molto bella la costruzione, sia per quanto riguarda da parte sua della mostra, di metterla in piedi, sia da parte mia che l’ho anche fotografata, ché io ho fatto anche la fotografia di questo film, e quindi anche fotografarla in modo da poter avere sia quello che potesse essere il sapore di una mostra, ma anche che fosse qualcosa di filmabile che fosse anche cinematografico. Quindi anche questa è stata un’altra bellissima sfida da prendere su questo lavoro. Molto, molto bello. E in seguito lavorare anche con il reparto musica e il reparto suono in modo da caratterizzarla al massimo, darle più potenza possibile.

 

Quindi avete elaborato una struttura tale che rendesse il film unico nel suo genere, ancora di più di quanto potesse esserlo come semplice documentario.

Sì, assolutamente.

 

Avevamo notato che, nel documentario, uno degli intervistati fa notare il fatto che una figura come Francesca ritorna perché se ne sente il bisogno.  Quindi ci chiedevamo perché effettivamente ci sia ora bisogno di recuperare la figura di Francesca.

Questa è una domanda che potresti tranquillamente fare a Veronica, non voglio rispondere come se fossi il regista.

Al di là di quello che può essere adesso il mondo dell’arte e del delirio che c’è in questo momento, io, ripeto, ho a che fare con una storia dimenticata. Per me, il farla uscire ora non è che una reazione a qualcos’altro. Credo semplicemente, ed è un’opinione personale, che si siano verificate le condizioni per cui Veronica e io ci incontrassimo e dessimo vita a questa cosa insieme. Per me è stato questo, non so quanto sia interessante.

 

È una domanda personale, possono essere anche motivazioni molto semplici e personali, come in questo caso.

Diciamocelo, sarebbe stato meglio una bella cosa come “per com’è adesso il mondo dell’arte, dobbiamo fare in modo che le nuove generazioni recuperino queste personalità perdute“, potrei dirti tutto questo, ma non sarei io. Diciamocelo, a nessuno frega niente che io e Veronica ci siamo incontrati due anni fa e qualcosa è scattato per poter fare in modo che si disponesse di questo progetto.

 

In realtà ha comunque fatto nascere questa cosa, quindi è importante anche questo.

Facciamo i bravi dai, parliamo delle giovani generazioni che non hanno la più pallida idea che trent’anni fa una ragazza è andata in luoghi proibiti a chiunque, banalmente il Bronx, e scovasse degli artisti o dei ragazzini diciottenni che in realtà avevano un potenziale. Lei aveva questa cosa qua. Ed è italiana, per una volta si potrebbe dire anche questo. È una grandissima cosa da far sapere a tutti. Io la vedo così.

 

Si sente che è stata una figura importante, in ambito anche femminista, anche se paradossalmente molte poche persone sanno chi è stata e quale è stato il suo ruolo.

Da come l’ho vista io, lei non era femminista convinta. Può essere usata come baluardo. Aveva sicuramente un sacco di capacità dentro di sé, che aveva (poi) coltivato nel corso degli anni con le performance, le esperienze con gli americani.. Al di là della sua immagine, c’era qualcosa nella sua personalità. Però a prescindere che fosse un uomo o donna.

 

 

  • Foto di Francesca di proprietà della famiglia Alinovi in evidenza.
  • Foto di profilo e nella casa in via del Riccio di Lucio Angeletti.
  • Foto di Veronica, Toxic e Kenny Scharf sul set di Stefano Ortega.

 

Lamberto Mongiorgi, produttore
Nato a Bologna nel 1984, si diploma in Regia Cinematografica presso la Roma Film
Academy nel 2005.
Acquisisce le prime esperienze cinematografiche presso i Cinecittà Studios di Roma
lavorando in molte produzioni tra cui spot pubblicitari, documentari, lungometraggi e
cortometraggi, video in animazione 3D e 3D stereoscopico in svariati ruoli, da regista,
aiuto regia, in produzione e cameraman.
Trasferitosi a Londra si specializza in Direzione della Fotografia e Montaggio, realizzando
fashion video, videoclip, documentari, cortometraggi e web series.
Nel 2014 fonda la casa di produzione cinematografica Manufactory Productions e
realizza tra Bologna e Londra videoclip musicali, spot pubblicitari, documentari brevi,
cortometraggi.
Nel 2015 esordisce come produttore con “I am not alone anyway”, documentario sulla
vita della critica d’arte Francesca Alinovi per la regia di Veronica Santi.
Nel 2016 è co-produttore del documentario “Shelter” di Enrico Masi.
Attualmente segue lo sviluppo di due cortometraggi e un documentario sempre nel
ruolo di produttore.

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By |2017-10-31T17:56:19+00:00giugno 27th, 2017|Extra|0 Comments

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