L’Olocausto degli ebrei (Shoah) ha macchiato in modo indelebile la nostra storia. Si dovrebbe imparare dagli errori del passato, ma la lezione non sembra essere stata recepita nel modo corretto: a distanza di decenni continuiamo a parlare pericolosamente di avanzata delle nuove destre, estremisti e antisemitismo; di pari passo assistiamo al dilagare di nuovi olocausti ai danni di culture non troppo distanti da noi – né culturalmente né geograficamente.

1. La catastrofe tra semantica e sondaggi

Il termine genocidio è stato coniato nel 1944 da Raphael Lemkin, che lo impiegò nella sua pubblicazione Occupied Europe: Laws of Occupation, Analysis of Government, Proposals for Redress, per indicare l’eliminazione sistematica e deliberata di un gruppo di persone per ragioni etniche, politiche, culturali o religiose.

Stando alle cifre ufficiali e alle ricostruzioni del Holocaust Memorial Museum di Washington, delle 15 milioni di vittime del genocidio nazista, circa 6 milioni furono ebree. Il loro genocidio, nello specifico, è passato alla storia con il nome Shoah (catastrofe, tr.). Il termine olocausto (dal greco holokauston), invece, è la traduzione dell’immagine ebraica che indica il sacrificio a Dio di vittime arse in suo nome. Questo allude chiaramente al fatto che nei campi di concentramento i corpi delle vittime venivano bruciati nei forni crematori oppure in fuochi appiccati a cielo aperto.

Il naming – propriamente, dare un nome a qualcuno, a qualcosa, a un fenomeno, per identificarlo e, di conseguenza, potersi rivolgere a esso consapevoli del rapporto tra significato e significante – dovrebbe di per sé essere un forte espediente per stimolare (almeno inizialmente) un dibattito sotto ogni punto di vista culturale su un dato di fatto. Eppure l’olocausto non è un dato di fatto per molti e il dibattito si è acceso negli anni, con toni molto duri e in termini negazionisti.

Secondo un sondaggio del 2019 dell’Anti-Defamation League, l’atteggiamento antisemita è in crescita in modo pervasivo in Europa, soprattutto al centro e negli stati dell’est, in un pieno trionfo di stereotipi culturali e razzisti. Circa un europeo su quattro nutre atteggiamenti ostili nei confronti degli ebrei, rispetto al 19% dei nordamericani. In Germania, il 42% concorda sul fatto che “gli ebrei parlano ancora troppo di ciò che è accaduto nell’Olocausto” e gli fanno eco, seppure leggermente meno, le risposte raccolte in Austria, Belgio, Italia e Spagna. Quest’ultimo dato, però, a distanza di un anno, è stato smentito da un sondaggio sulla stessa tematica condotto da Eurispes. Il “Rapporto Italia 2020” ha rilevato, infatti, un aumento dei negazionisti della Shoah nel nostro Paese, accompagnati da una netta maggioranza (sul campione esaminato) di chi crede che gli episodi ai danni degli ebrei oggi non siano dovuti a una vera tendenza antisemita. Nonostante ciò, sempre una forte maggioranza del campione esaminato è pronto a riconoscere una stretta correlazione tra questi episodi e il linguaggio razzista e offensivo in voga, così come cresce il consenso verso affermazioni che riscattano la figura di Mussolini. Le tendenze sono praticamente simili negli Stati Uniti, dove già nel 2018, un’indagine dimostrava che il 66% degli intervistati (tutti millennials), non sapevano cosa fosse il campo di concentramento di Auschwitz

L’ignoranza sull’olocausto aumenta e a registrare nuovi dati preoccupanti per la conservazione della memoria storica è stata la CNN con una ricerca più recente: su un campione di 7000 persone, un terzo sapeva ben poco riguardo gli orrori dello sterminio, in alcuni casi addirittura nulla.

Lo scopo della Giornata della Memoria è quello di tornare a riflettere sulla catastrofe del passato, fornire gli strumenti adeguati per mappare il nostro presente, per prevenire e bloccare sul nascere nuovi disastri partendo da ogni più piccolo segnale. Non solo: bisogna continuare a vigilare sulla capacità effettiva di ciascuno nel saper applicare questa mappatura del presente, mettendosi alla prova con una memoria costruttiva. Come rivela un rapporto del 2015 della Fondazione Bertelsmann, dal titolo Germany and Israel Today: Linked by the Past, Divided by the Present?, il 58% degli intervistati tedeschi, dai 18 anni in su, avrebbe voluto relegare al passato l’olocausto e non parlarne più. Il 35% degli intervistati equipara le politiche israeliane verso i Palestinesi a quelle naziste subite in Germania dagli ebrei durante il regime – un dato con una crescita del 30% rispetto al 2007.

 

2. Gli olocausti nel mondo

Piotr Cywinski, responsabile del Museo di Stato Auschwitz-Birkenau, durante l’anniversario della Giornata della Memoria del 2020, ha lanciato un messaggio molto provocatorio nel pieno delle celebrazioni: “Due anni fa abbiamo assistito al genocidio dei Rohingya e nessuno se ne è curato”. Durante il genocidio in Ruanda negli anni Novanta, “si levavano migliaia di voci di protesta, mentre oggi c’è solo silenzio. Ad Auschwitz la gente non è solo in cerca di storia e di memoria, ma anche di risposte agli interrogativi di oggi”. Tra gli altri episodi, è stato citato anche quanto sta accadendo in Cina, con centinaia di migliaia di uiguri chiusi nei campi di rieducazione, mentre crescono le violenze contro gli ebrei. Il messaggio è chiaro: la memoria storica va attualizzata, collettivamente, per evitare che possa ripetersi e per bloccarla in quei casi in cui uno sterminio ha già preso piede.

Quelle citate da Cywinski sono solo alcune delle catastrofi che macchiano il nostro presente. Oggi come decenni fa, milioni di persone sono private della loro libertà per motivi politici, etnici e religiosi e sono in atto vere e proprie operazioni di sterminio. Concetti quale “diritti umani”, “memoria” ed “empatia” si arrestano all’ingresso dei diversi tipi di strutture detentive in cui queste persone sono rinchiuse.

In Corea del Nord ci sono circa una ventina di campi di concentramento. Di questi, alcuni sono destinati a prigionieri politici che sono stati rinchiusi senza processo, spesso detenuti perché parenti di un presunto dissidente. All’interno di questi campi chiamati kwan-li-so, i prigionieri sono ridotti in schiavitù, spaccano rocce, trascinano tronchi d’albero per tutto il giorno, sono denutriti e dormono su assi di legno in strutture dove la temperatura raggiunge anche i 20 gradi sotto zero durante l’inverno. Quando muoiono, i prigionieri vengono sepolti nudi e le loro uniformi vengono utilizzate per i nuovi arrivati. Nei kwan-li-so ad oggi vivono dalle 80mila alle 120mila persone. Un ex funzionario di sicurezza del kwan-li-so 16 (grande 560 chilometri quadrati, tre volte Washington), ha raccontato ad Amnesty International di detenuti costretti a scavarsi la loro stessa fossa (in cui vengono gettati dopo essere uccisi di percosse o con un colpo di martello al collo) e di donne stuprate e poi scomparse.

I campi di concentramento in Cina si chiamano laogai e furono istituiti da Mao Tse-tung nel 1950 su modello dei gulag sovietici. A questi centri sono destinati i prigionieri politici, uomini e donne di minoranze etniche (tibetani, mongoli, uiguri) e religiose. I prigionieri lavorano 18 ore al giorno, a ritmi disumani, denutriti e torturati. Diverse testimonianze parlano di condanne a morte sommarie ed espianto di organi su persone vive, come ha raccontato nelle sue opere anche Harry Wu, un dissidente cinese che ha passato molti anni in queste carceri, per poi fuggire negli Stati Uniti. Il governo cinese ha sempre negato ogni accusa. Si stima che oggi in Cina ci siano più di mille laogai e vi siano imprigionati circa 8 milioni di persone. I laogai sono tuttora strettamente funzionali allo stato totalitario cinese al doppio scopo di servirsi di intimidazione, terrore e lavaggio del cervello per gli oppositori politici, e disporre di manodopera a costo zero a vantaggio economico del governo cinese e delle multinazionali che producono o investono in Cina. Lu Decheng, famoso dissidente cinese, fu ospite del Parlamento italiano e, alla domanda di un parlamentare che voleva sondare il miglioramento della qualità della vita cinese grazie alla ripresa economica, rispose: “la Cina è ricca ma il popolo è povero. Almeno l’80% della popolazione cinese è sfruttata nelle fabbriche-lager, nelle campagne e nei laogai a vantaggio di una minoranza di circa il 15-20% spesso collegata al Partito”.

Nemmeno l’Australia è estranea a questi trattamenti. A fare da sfondo a vicende simili, sono le isole di Christmas, Nauru e Manus. In queste colonie penali, la marina australiana reclude migranti e richiedenti asilo in uno stato di completo isolamento sociale e giuridico, e condizioni sanitarie pessime. Addirittura, qualche anno fa l’Isola di Nauru è stata completamente evacuata per ragioni mediche. Ogni anno, si contano decine di suicidi tra i detenuti. Su Christmas, Nauru e Manus sono rinchiuse circa duemila persone. Per tutte queste sofferenze, la Corte Penale Internazionale ha aperto un’inchiesta inedita nella sua storia, ipotizzando il crimine di lesa umanità. Sotto accusa ci sono i contractors privati e gli organi dello stato australiano che si occupano dei centri di detenzione, funzionali al controllo e al respingimento dell’immigrazione dal 2001. Al di là delle singole responsabilità, comunque, l’istruttoria della Corte penale Internazionale ha messo sotto accusa tutto il “sistema Australia” vantato e preso a modello anche da molti ministri e politici europei: la scelta dei centri di detenzione offshore adottata da Canberra ha fatto scuola e si sta diffondendo. In particolare, in Europa, a Bruxelles e nelle capitali dei singoli Stati membri, è ormai prevalente il programma che punta a esternalizzare i confini della Fortezza Europa e ad affidarne la sorveglianza alle polizie e alle milizie di Paesi terzi, con il compito di impedire ai richiedenti asilo di arrivare alle sponde meridionali del Mediterraneo e di smistarli in campi di custodia.

Ci sono campi di concentramento anche negli Stati Uniti d’America – come quello di Clint, nel Texas, a pochi chilometri da El Paso e dal confine col Messico. Per quanto alcune associazioni e proteste fossero attive per rendere nota l’esistenza di campi come questo, la maggior parte dei cittadini americani è stata per lo più all’oscuro delle condizioni che i migranti stanno soffrendo in questi centri di detenzione finché Alexandria Ocasio-Cortez, parlamentare democratica degli Stati Uniti, ha avviato un’indagine nell’estate del 2019 e ha parlato di quello che succede realmente. I detenuti di Clint sono ammassati gli uni con gli altri, rinchiusi in gabbie di metallo, al freddo, con qualche coperta lacera e possono sdraiarsi solo sul pavimento di cemento, spaventati, affamati, con la luce accesa 24 ore su 24 in un ambiente maleodorante. A sorvegliarli ci sono agenti della polizia che deridono le prigioniere e le costringono a bere l’acqua dei gabinetti. Clint è teatro di violenze sessuali e abusi che non distinguono le vittime né per genere né per età. La stessa Alexandria Ocasio-Cortez ha detto di essere stata vittima di minacce sessuali dalla Polizia di Frontiera. La stampa e i giornalisti hanno accesso limitato a queste strutture. Le immagini e le interviste sono rare, se non quasi inesistenti. La risposta di Trump non si è fatta attendere. Il 18 giugno 2019 durante un’udienza a San Francisco, Trump ha dichiarato di non essere obbligato a fornire mezzi di sostentamento ai migranti trattenuti nei centri di detenzione – migranti che (riportando le sue stesse parole) vivono molto meglio nei campi profughi degli USA che nei loro paesi d’origine.

Ci sono campi di concentramento in Turchia, in cui vivono circa 3,6 milioni di rifugiati siriani. In passato, tra Turchia e Unione Europea è stato firmato l’accordo sui rifugiati con lo scopo di ridurre l’afflusso dei migranti, appaltando la gestione dei rifugiati e richiedenti asilo allo stato turco. A farne da padrone nell’accordo era la deportazione forzata in Turchia dei migranti che sarebbero entrati in Grecia all’indomani. La Turchia otteneva in cambio il via libera ai visti per i cittadini turchi per circolare liberamente in Europa, 6 miliardi di euro di aiuti economici e la ripartenza dei negoziati per il suo ingresso nell’Unione Europea. In realtà nessun canale umanitario si è davvero aperto per i rifugiati e richiedenti asilo. L’accordo con la Turchia prevede che i nuovi arrivati siano raccolti in punti precisi sulle isole al largo, in attesa che la loro domanda d’asilo sia esaminata. Invece, le isole greche non sono in grado di smaltire le pratiche dei richiedenti asilo in tempi accettabili, quindi questi rifugi si trasformano in prigioni animate da proteste e violenze. Amnesty International ha denunciato le condizioni di prigionia dei rifugiati in Turchia, sempre che in Turchia riescano ad arrivarci: molti continuano a essere respinti e altrettanti vengono assassinati e sfollati durante vere e proprie pulizie etniche promosse da Erdogan. Questo va in scena sullo sfondo di un golpe fallito nel 2016, con Erdogan che ha incarcerato più di 64mila persone, 150 giornalisti e 9 parlamentari filo-curdi, e mentre diversi osservatori continuano a raccontare delle orribili condizioni dei campi di concentramento, del loro sovraffollamento, della mancanza di cure mediche e di assistenza legale.

 

3. Misure preventive

La Giornata della Memoria non serve solo a commemorare le vittime dello sterminio nazista ma anche a ricordare che ogni giorno esistono diversi tipi di discriminazioni e altrettanti episodi di violenza ai danni di qualcuno basati su discriminazioni etniche, religiose, politiche e culturali in senso ampio, verso cui va alzata la voce. 

Va prevenuto assolutamente qualsiasi atteggiamento passivo: non possiamo tacere, non possiamo far finta di non vedere e non sentire. Gli storici direbbero che dobbiamo uscire dalla nostra zona grigia, quella parte della mente e del nostro comportamento, a metà tra il bianco e il nero, che ci vede in bilico tra l’innocenza e la colpevolezza, vincolandoci a un nulla di fatto in cui prevale l’indifferenza verso una vittima. L’ascolto delle testimonianze dirette è un forte strumento per riuscire a combattere l’indifferenza e i pericoli futuri ma col tempo, la scarsità di testimoni vivi sembrerebbe provocare un distaccamento ancora maggiore tra presente e passato, due dimensioni che si allontanano sempre di più a causa dello scorrere naturale del tempo.

Ecco che intervengono quindi le istituzioni, con piani mirati. Per esempio, l’Holocaust Memorial Museum americano ha sempre affermato che il genocidio poteva essere evitato osservando tutti i segnali che nel corso del tempo si sono manifestati ma verso cui non si è prestata attenzione. Con questa consapevolezza il Simon-Skjodt Center for the Prevention of Genocide lavora per dare oggi quello che, un tempo, non è stato garantito ad altri: un chiaro segnale di aiuto. Il centro si impegna ad allertare la coscienza nazionale, influenzare gli opinion leader e stimolare un’azione seria a livello mondiale per bloccare i genocidi attivi e i crimini contro l’umanità. Il centro fa questo con un chiaro messaggio in tutti i suoi programmi: l’antisemitismo (e l’odio in generale) non è finito con la sconfitta dei nazisti nel 1945. Piuttosto, è giunto ai giorni nostri in nuove forme che vanno assolutamente riconosciute e bloccate.

Nel 2017, L’UNESCO ha pubblicato una guida dal titolo Education about the Holocaust and Preventing Genocide, per fornire una risposta concreta e delle raccomandazioni solide per tutti coloro che sono coinvolti nel sistema educativo attorno al tema dell’olocausto e della prevenzione dei genocidi. Questo è parte anche degli sforzi compiuti dall’UNESCO per promuovere l’educazione alla cittadinanza globale (GCED – Global Citizenship Education), che è una delle priorità legate all’agenda 2030 per quanto riguarda l’educazione (Education 2030 Agenda) nell’ambito dello sviluppo eco-equo solidale, i cui obiettivi sono fissati, appunto, per il 2030. L’UNESCO vuole supportare il sistema educativo aiutando ciascuno a elaborare un pensiero critico e a diventare un cittadino del mondo responsabile. Solo così potranno essere arginati il razzismo, l’antisemitismo e qualunque altra forma di discriminazione basata sul pregiudizio culturale e sociale che sfociano in genocidi e violenze.

Questo parte dalla considerazione che la democrazia è un concetto fragile e anche le più grandi della storia lo dimostrano nella loro retorica e nella pratica di tutti i giorni. La conseguenza di questo sgretolamento è l’indebolimento e l’abbattimento dei diritti umani. Fin quando tutte e tutti non avremo appreso davvero le lezioni del passato, nessuna società potrà mai ritenersi al sicuro dal pericolo di rivivere altri orrori.

Ogni anno vengono dedicati eventi di vario tipo alla Giornata della Memoria, per salvarla dal negazionismo e dall’oblio. Tra visite digitali ai musei e panel organizzati dall’Onu online, spettacoli teatrali in streaming sul web e qualche manifestazione in presenza, molti paesi si impegnano a celebrare questa giornata. Tra le iniziative, spunta immancabile come ogni anno la posa delle Stolpersteine (pietre d’inciampo, ndt) . L’ideatore è l’artista tedesco Gunter Demnig. Nel 1993 fu invitato a Colonia per un’installazione sulla deportazione di cittadini rom e sinti. L’artista scelse il marciapiede di fronte all’ingresso delle case in cui i deportati avevano vissuto e vi installò altrettanti sampietrini laminati in ottone. Sul metallo che ricopre ciascuna pietra sono incisi i dati anagrafici della persona e la data e il luogo della sua deportazione. Le prime pietre d’inciampo furono installate a Colonia nel 1995 ma da allora hanno tracciato una mappa lucente della memoria europea che si è diramata percorrendo le strade di molti Paesi, contando ad oggi circa 50.000 pietre.

Far inciampare lo sguardo di chi cammina, attirare la sua attenzione e incuriosire: è così che le pietre d’inciampo permettono di rievocare la memoria nello spazio di un momento, magari trasalendo e lasciando l’amaro in bocca, ma contribuendo nell’intento educativo e nel risveglio delle coscienze. Possiamo solo augurarci che le manifestazioni e le iniziative favoriscano questo risveglio tra le persone, senza alcuna distinzione generazionale. Un uso sempre più serio, rispettoso e consapevole della memoria storica può aiutare l’umanità a non inciampare oggi com’è capitolata in passato e a scrollarsi di dosso il silenzio che la rende complice di fronte agli orrori dei nuovi genocidi.

 

4. Fonti

About the Simon-Skjodt Center for the Prevention of Genocide — United States Holocaust Memorial Museum – ushmm.org (data di ultima consultazione 25/01/2021)

Amnesty denuncia la Turchia: “In Siria crimini di guerra contro i civili” – Globalist (data di ultima consultazione 25/01/2021)

Chi è Harry Wu? – Arcipelago Laogai (data di ultima consultazione 25/01/2021)

Corea del Nord: cresce il sistema repressivo dei campi di prigionia – Amnesty International Italia (data di ultima consultazione 25/01/2021)

Documenting Numbers of Victims of the Holocaust and Nazi Persecution | The Holocaust Encyclopedia – ushmm.org (data di ultima consultazione 25/01/2021)

Education about the Holocaust and genocide – unesco.org (data di ultima consultazione 25/01/2021)

Eurispes, sulla Shoah crescono i negazionisti: per un italiano su 6 non è mai esistita – ilmessaggero.it (data di ultima consultazione 25/01/2021)

Germany and Israel today. United by the Past, Divided by the Present? – Researchgate.net  (data di ultima consultazione 25/01/2021)

Il sistema carcerario in Corea del Nord – ladisillusione.com (data di ultima consultazione 25/01/2021)

L’olocausto è avvenuto nell’indifferenza, e oggi succede ancora – Internazionale (data di ultima consultazione 25/01/2021)

La giornata della memoria: “Mai più l’orrore di Auschwitz” la Repubblica (data di ultima consultazione 25/01/2021)

La terribile realtà dei campi profughi americani – Lo Sbuffo (data di ultima consultazione 25/01/2021)

Migrant children held in Texas facility need access to doctors, says attorney – The Guardian (data di ultima consultazione 25/01/2021)

Oggi, 27 gennaio, è la ‘Giornata della Memoria’: ricordiamo i 15 milioni di vittime dell’Olocausto – Gente d’Italia (data di ultima consultazione 25/01/2021)

Profughi, l’Australia di fronte alla Corte dell’Aia: ci finirà anche l’Europa? – Nuovi Desaparecidos (data di ultima consultazione 25/01/2021)

The importance of teaching and learning about the Holocaust unesco.org (data di ultima consultazione 25/01/2021)

Trump: «I migranti vivono meglio nei centri di detenzione che a casa loro» – Open (data di ultima consultazione 25/01/2021)

Unione Europea – Turchia: l’accordo della vergogna – Rivoluzione (data di ultima consultazione 25/01/2021)

 

Immagine in evidenza: Zenideen