Il Libro di Khalid e l’eterno vagabondare4 min read

Sara Relli, premiata con una honourable mention per il suo saggio in occasione del primo Best Essay Award, ha recensito per noi la traduzione italiana de Il Libro di Khalid, edito da Mesogea e tradotto da Francesco Medici.

La poesia araba, ancora prima delle predicazioni del Profeta Muhammad a patire dall’anno 610, è una poesia di viaggio, sia fisico che metaforico, una poesia di spostamenti nel vasto deserto della penisola arabica, dove la capacità di adattarsi e la conoscenza delle stelle e dei venti sono fondamentali per la sopravvivenza. All’epoca molti erano i poeti itineranti, allontanati dalle loro tribù, che percorrevano i deserti in lungo e in largo, figure mistiche, fiere e individualiste, depositarie della memoria collettiva, ma anche solitarie e temibili che, attraverso la parola, avevano il potere di creare dal nulla immagini e suggestioni.

Il protagonista del romanzo di Ameen Rihani, Il Libro di Khalid, in parte autobiografico, stampato per la prima volta a New York nel 1911 e pubblicato in Italia nel 2014 dalla caAmeen Rihanisa editrice Mesogea di Messina nella traduzione di Francesco Medici, è erede sia degli antichi poeti vagabondi dell’età preislamica, sia dei poeti occidentali. Non solo: è erede anche degli hobo, uomini liberi, dediti al viaggio e alla solitudine e per questo tanto celebrati dalla cultura americana dell’Ottocento e del Novecento. Non a caso, dunque, egli si chiama Khalid, che in arabo significa “immortale”.

Nel suo vagabondare fra Stati Uniti e Oriente (terra che “deve ancora risolvere per conto suo l’eterno problema del vecchio e del nuovo”, p.317), fra un quartiere e un altro di New York, Khalid è un solitario, un ribelle che non riesce a trovare il suo posto nel mondo. Non lo trova negli Stati Uniti, dove vaga per Manhattan, spingendo il suo carretto da ambulante per le strade dell’East Side (allora abitato prevalentemente da ebrei dell’Europa orientale), dove stringe amicizia con immigrati irlandesi e frequenta gli ambienti del Greenwich Village. Non trova il suo posto nemmeno nella sua terra natale, il Libano, dove le sue idee politiche e religiose gli inimicano le alte sfere dello Stato e della Chiesa maronita.

Nel suo esasperato individualismo, Khalid si dichiara infatti nemico di quello che lui chiama “familismo”, ossia “la tendenza a vivere, come principio sociale, sotto lo stesso tetto, per paura, ignoranza, codardia o dipendenza”, mentre al contrario esalta la “sacralità dell’individuo, non della famiglia o della Chiesa”. Ed è come individuo, e soprattutto come individuo pensante, che Khalid lascia la sua città Baalbek, “a un giorno di cammino sia da Damasco sia da Beirut”, per seguire quell’ “impulso alla perfettibilità, che è sempre vivo e agisce incessantemente sotto varie forme” (p.169), senza il quale, sostiene, sarebbe futile vivere. Impulso che è alla base di ogni nostra azione e di ogni nostro pensiero e che porta Khalid a vestire di volta in volta vesti diverse. Dall’emigrante allo studioso, dal venditore ambulante all’oratore nella Grande Moschea degli Omayyadi di Damasco, da cui dovrà poi fuggire a causa delle persecuzioni del regime ottomano. Agli estremi, questo impulso lo porterà a vestire anche i panni del senzatetto in un parco del Bronx, dove ama dormire all’aria aperta, e dell’eremita fra le montagne del Libano, in cui si ritira insieme ad una copia di A week on the Concord and Merrimack Rivers di Thoreau.

Come i confratelli beatnik descritti da Jack Kerouac ne I vagabondi del Dharma, perennemente alla ricerca di una nuova verità, autentica e svincolata dai dogmi imposti dalla società, Khalid si ritira sulle montagne libanesi, si costruisce un rifugio fra i pini e lì medita, osservando la natura e riflettendo sulla sua condizione di uomo a metà fra Oriente e Occidente. “L’essere evoluto al più alto grado non è né europeo né orientale; è, piuttosto, colui che partecipa delle più raffinate qualità sia del genio europeo sia del profeta asiatico” (p.280) sostiene Khalid, mentre si accinge, dopo molte settimane, a dire addio alla sua baracca fra gli alberi. In queste pagine la descrizione della natura, delle imponenti montagne e dei suoi animali richiama quella che troviamo alla fine de I vagabondi del Dharma quando, terminato il suo lavoro di guardiaboschi, il protagonista del romanzo deve lasciare la sua baita per tornare in città.

Il mondo che ci presenta Rihani appartiene al passato, ma al tempo stesso la sua attualità si fonda, oltre che sull’ironia pungente che pervade ogni pagina, proprio sul protagonista Khalid e sulla schiera di uomini e donne del passato, del presente e forse anche del futuro di cui lui, scomparendo alla fine del romanzo, diventa un simbolo immortale. Uomini che affrontano lunghi viaggi per mare e per terra, che si mettono in gioco lasciando il proprio paese e le proprie abitudini, che migrano fuggendo da regimi dittatoriali, per approdare in nuovi paesi – siano essi gli Stati Uniti di Rihani o l’Europa dei nostri giorni – alla ricerca di democrazia, libertà e soprattutto pace.

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By | 2017-07-25T13:11:03+00:00 luglio 25th, 2017|Recensioni|0 Comments

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