Di fronte all’emergenza climatica, Lidia Yuknavitch, con questa grottesca lettera d’amore a ciò che più di materiale risiede nell’umanità, ci esorta a rivolgere il nostro sguardo verso il basso: nei nostri corpi giace la risposta ai problemi del presente.

Il Libro di Joan (Einaudi, 2019, traduzione di Laura Noulian) è un romanzo distopico ambientato nel 2049: una geocatastrofe ha sconvolto definitivamente gli equilibri della terra, portando l’umanità ad autodistruggersi in un’ultima guerra globale. Un futuro non così lontano che risuona come un monito per il presente.

Sopra una terra ridotta a uno stato primordiale di fango e materia inerte, aleggia CIEL, una stazione spaziale in cui trova rifugio ciò che è rimasto dell’elite della Terra, capitanata da un dispotico leader, Jean de Men. I corpi hanno perso ogni tratto distintivo, sviscerati da ogni connotazione sessuale. “Siamo diventati dei segni […] il mero segno del nostro io precedente.” (p. 190), commenta una delle protagoniste.

Eppure, nemmeno queste mutazioni riescono a sopprimere l’istinto più profondamente umano: il desiderio di narrare. Fra gli opulenti aristocratici su CIEL, le storie vengono trasmesse attraverso “innesti narrativi”, come vengono chiamati nel romanzo, incisioni a fuoco nella carne che annullano il divario tra rappresentazione e oggetto: la pelle diventa la pagina bianca nella quale imprimere le proprie storie.

Ed è proprio grazie a un innesto che entriamo nel vivo della storia: Christine, reincarnazione della poetessa Christine de Pizan, è una sovversiva autrice di innesti. Le sue opere creano un movimento sotterraneo di dissenso: laddove la narrativa prevalente rinnega gli aspetti corporei dell’amore e rilega la donna a un ruolo soggiogato, Christine celebra la memoria di un erotismo carnale. “Due cose hanno avuto sempre la capacità di infrangere l’egemonia”, commenta Christine nel romanzo, “l’arte e i corpi” (p. 96).

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Il suo antecedente medievale è passata alla storia per “La Città delle Dame”, un libro che oggi potremmo definire un manifesto proto-femminista, scritto in risposta tra gli altri a Jean de Meung, uno degli autori del Roman de la Rose, che nel libro della Yuknavitch ricompare come antagonista. Ma ciò che le accomuna ancora di più è Giovanna d’Arco.

Come la sua omonima medievale, Christine dedica il suo ultimo innesto alla storia di Joan: dai rilievi sulla sua pelle si dirama la storia di questa Giovanna d’Arco messa al rogo non per eresia, ma con l’accusa di ecoterrorismo.

Più volte menzionata come “Joan di Fango”, l’eroina del romanzo è indissolubilmente legata alla materia: non riceve la chiamata alle armi dall’Alto, ma dal basso, dalla terra, attraverso una canzone che le fa vibrare il corpo all’unisono con il cosmo intero. In lei si celebra una spiritualità materiale, più vicina alla teoria delle stringhe che a un’entità astratta.

La Joan che si delinea attraverso la penna della Yuknavitch condivide molti tratti con altre protagoniste della narrativa contemporanea. È inevitabile, per esempio, il paragone con Ghost Bird, la biologa di Annihilation (2014) di Jeff Vandermeer; oppure con i più recenti personaggi di The Overstory (2018) di Richard Powers.

Un’infanzia solitaria, ai margini, e un’irrefrenabile immaginazione portano questi personaggi a provare più empatia per il mondo naturale che per quello degli umani. In questa maniera, abbracciano la prospettiva ecocentrica fino alle estreme conseguenze, considerando la vita umana alla stregua della materia: così come i cicli di creazione e distruzione sono indissolubilmente legati in natura, anche la vita e la morte assumono lo stesso valore.

Ma cosa c’è di taRisultati immagini per ascensionnto radicale nel raccontare la storia di Joan? Attraverso la sua figura Christine vuole far crollare l’intero impianto ideologico occidentale, radicato profondamente in ogni aspetto della vita. Il mito del progresso, del continuo innalzamento verso uno stato migliore, porta con sé delle drammatiche conseguenze.

Nel romanzo, l’ascesa al potere del sadico De Men avviene nel momento che la terra viene sconvolta dai geocataclismi, “da opportunistico uomo di spettacolo a celebrità amatissima, a milionario, a promotore di un potere fascista.” (p. 18). Ciò che era spettacolo diviene realtà: quando la terra si sottrae ai piedi, l’umanità cerca un vano rifugio nell’idealismo, nell’astrazione. Così, l’ascensione verso la stazione fluttuante e la quasi totale smaterializzazione dei corpi viene letta come l’ultimo atto dell’evoluzione umana.

Rinnegare la materialità del corpo però vuol dire conseguentemente eliminare tutta la diversità in nome di un’astrazione, un tutto che ingloba le sue parti. Così per de Men e i suoi seguaci “c’era un desiderio patologico di abbandonare il pianeta e di ricreare l’umanità secondo una nuova immagine, la sua.” (p.108)

L’importanza del Libro di Joan sta nell’affrontare le tensioni del nostro presente come sintomi di un male comune. Riscaldamento globale, colonialismo e discriminazioni sessuali non sono altro che conseguenze dell’imposizione di costrutti sociali tesi a legittimare uno sfruttamento sistematico. Nel racconto di Joan possiamo leggere la chiave per uscire da questo paradigma: i nostri corpi ci insegnano che noi non siamo altro che materia, nella sua incessante, mutevole, enorme diversità. Come dice Christine, “nel corpo riposa l’ultima risposta: il corpo in sé.” (p. 96)

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