Il femminismo islamico: un velo contro l’occidentalizzazione7 min read

Veronica Giovagnoli illustra brevemente l’importanza delle identità di genere nello scontro culturale tra Paesi arabi e Occidente, illustrando la nascita del femminismo islamico e cosa lo distingue da quello occidentale. Per farlo, è necessario esplorare le dinamiche salienti che hanno animato il secolo scorso.

Il Novecento è stato un secolo intriso di episodi e fermenti culturali in Medio Oriente che videro come protagonisti da una parte i Paesi Arabi e dall’altra gli Stati Uniti d’America.

Sullo sfondo violento della Seconda Guerra Mondiale, i rapporti tra Occidente e Medio Oriente cominciarono a farsi particolarmente aspri: i governatori dei Paesi arabi fino ad allora avevano assistito a una graduale estensione dell’influsso occidentale nei loro territori. Questo mise a rischio la loro integrità, con l’avanzare del clima di tensione, che negli anni a venire si concretizzò nell’opposizione tra blocco sovietico e blocco americano, che prese piede anche in Medio Oriente, sebbene con una cifra culturale, politica e sociale diversa, declinata soprattutto in chiave di interesse economico.

A irrigidirsi furono soprattutto i governatori di Iran, Egitto e Turchia che rafforzarono le loro posizioni conservatrici in special modo su alcuni aspetti fondamentali della cultura araba messi a dura prova dall’ingombrante presenza occidentale nei loro territori.

In particolare, a ricevere maggiore spinta alla prosecuzione da parte delle istituzioni furono l’obbligo di indossare il velo, il rafforzamento della poligamia e il restringimento del diritto al divorzio.

Estesa la loro influenza in Medio Oriente, USA e Gran Bretagna riuscirono a ottenere il controllo di molti giacimenti petroliferi dei Paesi più orientali. Questo fu animato da un inevitabile scontro economico e ben presto culturale, rappresentato soprattutto dal tentativo sempre più marcato di appiattire le differenze socio-culturali tra Oriente e Occidente evidenti soprattutto nei rapporti di genere.

femminismo islamico canadausa

La componente femminile della società araba nei Paesi occupati dalle potenze occidentali cominciò a essere scossa da una profonda laicizzazione, diventando il traino per una vera e propria occidentalizzazione forzata della società. Questo appiattimento delle differenze culturali partendo da quelle di genere tra le due culture è indicato come Femminismo di Stato. Il caso iraniano fu senza dubbio il più emblematico. Nello Stato caduto gradualmente sotto l’influsso occidentale il Femminismo di Stato non tardò a manifestarsi tra le strade delle città: le donne dovevano essere “occidentalizzate”; le donne dovevano spogliarsi del velo.

Essere sotto l’influsso di uno dei due blocchi che animava la Guerra Fredda e divideva il mondo in due poli opposti non significava però riconoscersi nella cultura di una o l’altra delle due superpotenze. Rientrare in uno o l’altro dei due schieramenti era sinonimo di affinità culturale e pensiero politico o più semplicemente era il risultato di dinamiche commerciali e di giochi di potere nello scacchiere USA-URSS. Il risultato? Un profondo tentativo di annichilimento delle differenze culturali.

Fu inevitabile, alla luce di queste differenze, lo scoppio della rivoluzione islamica nel 1979. Anche in questo caso, un ruolo importante nelle dinamiche del rapporto Occidente-Medio Oriente fu giocato dalle donne, che chiedevano di tornare ai valori dell’islam in cui si riconoscevano, andando definitivamente a opporsi all’occidentalizzazione in corso. Velo e Sharīʿah erano richiesti a gran voce per il riconoscimento delle identità nazionali dando avvio alla teocrazia islamica.

Il tentativo americano di ridurre i territori iraniani al proprio servizio soprattutto per lo sfruttamento commerciale delle riserve petrolifere, a danno dell’economia del blocco opposto, non portò i risultati sperati. l’Iran rientrò nell’orbita orientale, provando a ricucire la sua identità, epurandola dal peso occidentale, rafforzandola. Si giunse in questo modo alla soglia del XX secolo.

Gli avvenimenti dell’11 settembre 2001 hanno rappresentato un nuovo episodio miliare nel climax ascendente di inasprimento dei rapporti tra Medio Oriente e Occidente. Ancora una volta, il velo divenne uno degli elementi simbolo di questo clima di sospetto e rigidità dilagante: la donna velata non è un volto da conoscere ma rappresenta il diverso da temere, una minaccia da riconoscere e bloccare sul nascere.

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Questo terrore declinato soprattutto in chiave di genere, toccando da vicino le donne e il loro uso del velo, diventò grave a punto tale da spingere le organizzazioni musulmane presenti nel territorio americano a consigliare alle donne arabe di frequentare i luoghi pubblici, senza velo. La reazione delle donne fu emblema di un attivismo non solo di Stato ma identitario nel senso più ampio del termine: “L’adozione del velo è il frutto di una libera scelta, rappresenta la volontà di aderire a un principio dell’islam e di sentirsi parte di una comunità musulmana tradizionale.” (R. Pepicelli, 2012:18).

L’espressione di genere e il diritto a esprimere la propria cultura anche attraverso una marcata identità di genere per le donne musulmane diventano il tema principale celebre discorso all’Università Islamica del Cairo tenuto da Barack Obama nel 2009. Mettendo da parte il vero e proprio episodio, che ha visto il Presidente accusato di arroganza verso il sistema di simboli e identità islamiche, è sicuramente interessante trascendere dalle polemiche e approfittare del confronto tra culture, per chiedersi quali siano i reali diritti per una donna e nello specifico per una donna islamica.

È in questo panorama di confronto culturale ed esplorazione di genere che muovono i loro passi, oggi, le femministe islamiche. Il femminismo islamico apparso nella scena mondiale tra il XIX ed il XX secolo ha delle ragioni d’essere molto chiare che possono essere racchiuse in tre istanze principali:

1) opposizione all’islamismo nelle sue forme più ortodosse – Il femminismo islamico nasce in risposta ai codici di legge patriarcale che relegano la donna. Il movimento in principio si manifestò nei luoghi dove l’islamizzazione radicale aveva spazzato via i diritti femminili.

2) opposizione all’occidentalizzazione di valori e diritti – Opporsi all’occidentalizzazione significa opporsi al fenomeno imperialista che gli occidentali esercitano nel Medio Oriente. Le femministe salvaguardano l’identità islamica con (e a partire dai) valori della loro cultura e religione.

3) riaffermazione nella sfera pubblica e privata, a partire dalla religione – Convinte che nel Qur’an (Corano) ci siano tutti gli elementi per poter portare alla luce i loro diritti nella sfera sia pubblica che privata, le femministe islamiche si rifanno al principio di ijtihad. Questo consiste nella rilettura del testo sacro al femminile, sciolta dal vincolo patriarcale che per anni ha dominato la sfera religiosa.

In un’ottica interculturale più prettamente di genere, le femministe islamiche ritengono che le 

occidentali fatichino ad accettare forme di ribellione o emancipazione diverse da quelle che già di solito applicano e portano sul campo nelle loro rivendicazioni quotidiane (R. Pepicelli, 2012). In questo, le occidentali – a detta delle femministe islamiche – perderebbero di vista altre forme di schiavitù in cui paradossalmente ricadono, se osserviamo il tutto da una prospettiva mediorientale. Ad esempio, così come il velo è additato come tentativo di sottomissione della donna al dettame maschilista e patriarcale, così la minigonna in realtà risponderebbe a una compiacenza del gusto maschile, piuttosto che una vera riappropriazione di genere per una reale autodeterminazione della donna. Per le femministe islamiche, essere spinte da donne di una cultura diversa ad adottare modelli culturali non affini alle proprie identità non è un vero sprone all’emancipazione ma anti-islamismo.

Oggi si incontrano donne velate per le strade di Rabat, Roma e New York. Se si smettesse di vedere in queste donne il simbolo di militanza islamica, si riuscirebbe a vedere dietro il velo di ognuna una storia ricca di difficoltà, desideri, lotte personali, convinzioni e valori. Ed è questo ciò a cui dovremmo fare attenzione, perché “la maggior parte dei musulmani non odia l’America in sé” (M. LeVine, 2008:288), piuttosto vedono l’America “come virus della globalizzazione disumana” (ibidem, p.289)

“Il virus della globalizzazione neoliberista sta diventando ogni giorno più infettivo. Ma per ogni bombardamento a Baghdad e per ogni traffico d’armi a Varsavia, c’è sempre una protesta ben riuscita a Buenos Aires, al Cairo o a Beirut. Se quelli di noi che hanno sviluppato una forma di immunità riusciranno a coalizzarsi per superare la separazione fra culture, il mondo, forse, potrà essere guarito, prima che l’odio, la rabbia e la violenza raggiungano le proporzioni di una pandemia” (ibidem, 289:290)

 

Bibliografia

Mark LeVine, Perché ci odiano, Roma, 2008, Editore Drive Approdi SRL

Renata Pepicelli, Il velo nell’islam, Roma; 2012, Carocci editore S. p. A.

Renata Pepicelli, Femminismo Islamico, Roma, 2010, Carocci editore S. p. A.

Genesis, Femminismi nel mediterraneo, XII/1, 2013, Roma, Editore Viella

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By |2018-03-29T11:26:03+00:00marzo 29th, 2018|Saggi|0 Comments

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