Il 4 luglio 1776 i padri fondatori siglarono la Dichiarazione di Indipendenza fondata su tre diritti inalienabili: vita, libertà e perseguimento della felicità. Tuttavia, il linguaggio universalistico della Dichiarazione si scontrò fin da subito con l’effettiva marginalizzazione delle minoranze e le donne statunitensi. In questo senso, dall’abolizionismo nero, alla nascita del Black Power, fino a movimenti come #BlackLivesMatter, i presupposti a fondamento della Dichiarazione sono diventati il terreno di scontro attraverso cui il radicalismo afroamericano ha contestato le politiche particolaristiche statunitensi e insistito, allo stesso tempo, sull’allargamento a tutte le minoranze del godimento dei diritti sanciti dai padri fondatori. Una storia di lunga durata, fatta di continuità e discontinuità, che ha contribuito a costruire la storia dell’attivismo nero negli Stati Uniti.

1. «In Ferguson, a wound bleeds»

2. Il primo abolizionismo nero e il godimento dei diritti naturali

3. «What, to the American slave, is your Fourth of July?»

4. Il «sogno» di Martin Luther King, Jr. e il movimento del Black Power

5. Bibliografia

 

1. «In Ferguson, a wound bleeds»

Il 9 agosto del 2014 a Ferguson, Missouri, il diciottenne afroamericano Michael Brown venne raggiunto a morte dai colpi d’arma da fuoco di un agente di polizia. Il corpo senza vita del ragazzo, disarmato e a torto ritenuto responsabile di una rapina a mano armata avvenuta qualche minuto prima del suo omicidio, venne lasciato dalla polizia locale per più di quattro ore riverso in una pozza di sangue mentre la piccola comunità afroamericana del sobborgo di St. Louis iniziò a raccogliersi rabbiosamente attorno alle spoglie del diciottenne. In poche ore le strade di Ferguson si riempiono di contestatori che iniziano ad affrontare fisicamente la polizia. La città venne tenuta sotto scacco dalla comunità locale per cinque giorni. 

Michael Brown non fu la prima vittima degli abusi di potere della polizia nei quartieri afroamericani. Secondo i dati raccolti nel database Mapping Police Violence del giovane Samuel Sinyangwe, nel 2014 sono stati uccisi 96 neri americani disarmati. L’anno successivo ne sarebbero stati uccisi altri 104. Nonostante la minoranza nera sia pari al 13% della popolazione totale degli Stati Uniti, nell’anno 2015 ha costituito il 36% dell’ammontare totale dei morti per mano della violenze della polizia. 

In qualche modo, il caso Brown venne visto come l’ultimo dei tanti abusi subiti dagli afroamericani, tanto da trovare una sua forma esplicita nelle t-shirt dei manifestanti ripresi dalla videocamera di Sabaah Folayan in Whose Streets? e che avevano occupato le strade di Ferguson nell’agosto 2014.

Il messaggio dei manifestanti era chiaro: Michael Brown era stato ucciso dalla polizia come Eric Garner il 17 luglio precedente e la lista degli omicidi per motivi etnici era destinata ad allungarsi. A confermarlo la comunità nera di Baltimora che, otto mesi di distanza dai fatti di Ferguson, esplose a seguito dell’omicidio del venticinquenne Freddie Gray. Ancora una volta, insomma, la brutalità della polizia si era abbattuta sulla vita di un afroamericano.

Dal sangue versato da Michael Brown sulle strade di Ferguson e dallo spontaneismo dei rivoltanti neri, nacque in quell’anno il movimento #BlackLivesMatter (BLM), concepito come forza decentralizzata e organizzata al livello nazionale a partire dall’attivismo costante dei militanti attraverso i social media (Taylor 2016). In poco tempo, le ribellioni delle masse afroamericane trovarono quindi spazio in una struttura organizzativa composta da una nuova generazione di attivisti.

DeRay McKesson, figura di spicco del movimento BLM, nel gennaio 2015 pubblicò una lettera aperta scritta a più mani in cui vengono descritti i motivi che hanno reso possibile la nascita di un grande movimento di protesta della minoranza nera nei confronti della violenza armata della polizia. Alle origini di questa dichiarazione c’è il tentativo da parte del movimento BLM di inserirsi all’interno di una lunga tradizione di protesta che affonda le proprie radici storiche nella relazione tra la sistematica marginalizzazione della minoranza nera e la costruzione socio-politica della democrazia statunitense.

Come in altri testi prima di questo, la lettera aperta di McKesson fa proprio il linguaggio della Dichiarazione di Indipendenza statunitense, manifestando la volontà politica di dover portare a compimento i presupposti universalistici e democratici a origine dell’indipendenza delle Tredici Colonie americane. In questi termini, la violenza della polizia palesa non solo la criminalizzazione delle minoranze, ma anche l’impossibilità per queste ultime di godere degli «unalienable rights» sanciti dalla Dichiarazione: 

In Ferguson a wound bleeds […].We, the protesters of Ferguson and beyond, in order to fulfill the democratic promise of our union, establish true and lasting justice, accord dignity and standing to everyone, center the humanity of oppressed people, promote the brightest future for our children, and secure the blessings of freedom for all black lives, do ordain and dedicate ourselves to this movement of radical liberation. […] We, the protestors, hold these truths to be self-evident, that all are created equal, that they are endowed with certain unalienable Rights, among which are Life, Liberty and the pursuit  of happiness. Until black lives are valued, we will protest (We the Protesters 2015)

BLM non è il primo movimento nero americano a sottolineare la discrepanza tra l’apparente dimensione universalistica proposta dalla Dichiarazione di Indipendenza e la sistematica marginalizzazione della minoranza afroamericana. Allo stesso tempo, non è la prima organizzazione a ritenere necessario utilizzare il linguaggio dei testi a fondamento della democrazia statunitense per sottolineare la subalternità nera americana.

La storia dell’attivismo afroamericano ha infatti fin da subito cercato di esporre la società statunitense alle proprie contraddizioni interne, ai limiti di una cittadinanza che taglia fuori, di fatto, gruppi umani con cui gli americani convivono – tra cui le donne e le minoranze. Le radici di tale linguaggio politico possono essere già rintracciate non solo nell’abolizionismo nero dei secoli XVIII-XIX, quando schiavi ed ex-schiavi neri iniziarono ad appropriarsi del linguaggio della Dichiarazione di Indipendenza sottolineando la necessità di inverarne i valori, ma anche lungo tutto il Novecento.


2. Il primo abolizionismo nero e il godimento dei diritti naturali

L’abolizionismo afroamericano ha reso evidente la natura oppressiva della nazione americana, criticando quest’ultima tramite gli stessi principi a fondamento degli Stati Uniti. Sebbene tali critiche celassero una effettiva frammentazione all’interno delle opinioni delle figure di spicco del movimento abolizionista, permase quell’elemento fondamentale che possiamo ritrovare nelle affermazioni e nelle lotte di BLM: l’accesso ai diritti inalienabili sanciti dalla Dichiarazione, e che hanno contribuito alla costruzione dell’American Dream, è stato sbarrato alle minoranze. Riappropriarsi del linguaggio dei padri fondatori voleva dire autolegittimare la propria lotta politica e, allo stesso tempo, insistere sulla necessità di dover concretizzare i principi universali della democrazia statunitense. 

Il 13 gennaio 1777, un gruppo di neri americani del Massachusetts e del New Hampshire indirizzarono una petizione al Massachusetts General Court per la liberazione degli schiavi. A un anno dalla proclamazione della Dichiarazione d’Indipendenza, il diritto naturale alla libertà parte della costruzione degli Stati Uniti per poi entrare a far parte del discorso politico afroamericano: in questo senso, la petizione teneva a sottolineare che gli schiavi, strappati «from a popolous pleasant and plentiful contry and in violation of Laws of nature and off nations and in defiance of all the tender feelings of humanity brough hear either to be sold Like beast of burthen & like them condemnd to slavery for Life [sic]», avevano in comune «with all other men a Natural and inalienable Right to that freedom which the Grat Parent of the Unavers hath Bestowed equalley on all menkind [sic]» (“Natural and Inalienable Right to Freedom” 1777, 436-37). Questo è uno degli esempi più lampanti della riappropriazione del linguaggio emancipativo proprio della Dichiarazione, e che legittima la fine della schiavitù dei neri.

La lotta contro la schiavitù sarebbe stata graduale, frammentata, combattuta dagli schiavi e dagli abolizionisti bianchi e neri che pianificarono ribellioni e sommosse sistematicamente represse nel sangue. Questo il caso di Gabriel Prosser, che nel 1800 venne impiccato insieme ai sostenitori per aver pianificato una rivolta di schiavi in Virginia, o di Nat Turner, anch’egli impiccato in Virginia dopo aver guidato una ribellione a Southampton nel novembre 1830. Per gli schiavi quella libertà descritta nel 1858 dal poeta afroamericano George Moses Horton come il «golden prize, so often sought by blood» (Sherman, 1997) sarebbe arrivata soltanto nel 1865, con la fine della Guerra Civile americana e a distanza di due anni dal proclama di emancipazione di Lincoln – il 19 giugno per l’esattezza, ricordato e festeggiato da alcuni stati come il Juneteenth, quando anche il Texas fu costretto ad abolire la schiavitù.


3. «What, to the American slave, is your Fourth of July?»

A partire dal XVIII secolo il fronte degli intellettuali della comunità nera americana si divise circa il futuro degli afroamericani negli Stati Uniti. Se da una parte, infatti, alcune figure di spicco della comunitàAfrica per la minoranza nera), altri, come Frederick Douglass, reputavano necessaria la convivenza pacifica tra minoranze e maggioranza bianca americana. Come avrebbe scritto agli inizi del 1900 lo storico, filosofo e attivista W. E. B. Du Bois, la minoranza nera ha sempre visto se stessa attraverso un rapporto dicotomico tra due sentimenti contrapposti, inscindibili ma incapaci di giungere a una sintesi dialettica: se da una parte, infatti, gli afroamericani. In questo senso, l’integrazionismo sostenuto da Frederick Douglass ha portato l’intellettuale afroamericano a riconsiderare le radici stesse della formazione degli Stati Uniti, criticando duramente in alcuni suoi discorsi pubblici i valori apparentemente universalistici della Dichiarazione a partire dallo stato subalterno della minoranza nera, largamente ridotta al lavoro forzato nelle numerose piantagioni degli stati del sud

Ex-schiavo, autore di tre autobiografie e oratore conosciuto anche in Europa, Douglass «envisioned his leadership role catholically» rivolgendosi principalmente «for all mankind, not just blacks» (Martin, 1984:92) attraverso un linguaggio vicino all’evangelismo puritano proprio dei padri fondatori degli Stati Uniti (Bercovitch, 2012). Nella sua celebre orazione del 5 luglio 1848,“Il significato del Quattro di Luglio per il popolo nero”, Douglass sottolinea come il godimento dei diritti festeggiati per l’anniversario dell’Indipendenza delle Tredici Colonie dall’Inghilterra non valga per tutti:

Io non sono incluso all’interno di questo glorioso anniversario! La vostra grande indipendenza rivela solo l’incommensurabile distanza che esiste fra di noi. i vantaggi di cui voi oggi gioite non sono goduti da tutti. La ricca eredità di giustizia, libertà, prospettiva e indipendenza, trasmessa dai vostri padri, è condivisa da voi, non da me. Quel raggio di sole che a voi ha portato vita e guarigione, a me ha portato frustate e morte. Questo Quattro di Luglio è vostro, non mio. Voi potete gioire, io devo portare il lutto. (Douglass, 2007:141)


Rivolto al pubblico raccolto presso il Corinthian Hall della città di Rochester, Douglass sostiene duramente come i veri eredi della rivoluzione americana non sono coloro i quali ripetono che

“queste verità sono di per sé evidenti, che tutti gli uomini sono creati uguali e che sono dotati dal loro Creatore di certi inalienabili diritti fra i quali quelli alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità” [ma poi] manten[gono] un settimo degli abitanti del […] paese in una servitù che, secondo le parole [di] Thomas Jefferson, “è di gran lunga peggiore di quella contro cui i vostri padri si ribellarono” (Douglass, 2007:152).


Veri eredi sono gli
abolizionisti afro-americani, che fanno propri i valori sanciti dai Padri Fondatori per allargare il godimento dei diritti inalienabili a tutti gli uomini. Come BLM molti decenni dopo, l’abolizionismo nero fece proprio il linguaggio della Dichiarazione, evidenziando quanto profonda fosse la linea del colore, capace di separare le minoranze dalla maggioranza bianca statunitense. 


4. Il «sogno» di Martin Luther King, Jr. e il movimento del Black Power

Ampliare il godimento dei diritti inalienabili sanciti dalla Dichiarazione rimase elemento precipuo dell’attivismo nero anche durante il Novecento. Nonostante la schiavitù fosse stata abolita dopo il Juneteenth, lo stato di marginalità delle masse nere permase in molti stati del sud a causa delle Leggi Jim Crow. Queste leggi, emanate dai singoli stati a partire dal 1876, contribuirono a legalizzare e sistematizzare la segregazione razziale, provvedendo a separare bianchi e afroamericani in luoghi pubblici, sui bus, così come nelle caffetterie. Oltre la separazione fisica, le leggi Jim Crow contribuirono a rendere impossibile per gli afroamericani esercitare il diritto al voto negli stati di appartenenza. 

Le risposte da parte della comunità nera furono molteplici, così come molteplici furono le realtà politiche e religiose nere che parteggiarono per la piena integrazione della minoranza nera nell’America bianca o, al contrario, che guardarono alla costruzione di una nuova nazione afroamericana come l’unico mezzo per porre fine a quello stato di sistematica esclusione che aveva reso i neri quella che Delany definì «a nation within a nation» (Woodard, 1999).

Per il fronte integrazionista divenne congeniale l’utilizzo del linguaggio della Dichiarazione, e chi più di tutti ne utilizzò la retorica, il messaggio evangelico e la dimensione inclusiva a fondamento di quegli Stati Uniti che Thomas Paine ebbe a definire «land of milk and honey», fu Martin Luther King, Jr. A lungo impegnatosi per la distruzione della segregazione razziale negli stati del sud, rappresentante di quella filosofia della non-violenza di gandhiana memoria che portò migliaia di afroamericani e bianchi a mobilitarsi per allargare alle minoranze il godimento dei diritti inviolabili sanciti dai padri fondatori, Martin Luther King, Jr. vide la lotta per i diritti civili come parte di un lungo percorso che avrebbe finalmente realizzato i valori della Dichiarazione.

Durante la lunga marcia su Washington del 28 agosto 1963, capace di far convergere al Lincoln Memorial più di 200.000 persone di tutti gli stati, Martin Luther King, Jr. pronunciò quello che divenne uno dei discorsi più importanti della seconda metà del Novecento: «I Have a Dream». Fortemente radicato nel tessuto religioso parte della retorica afroamericana di cui anche Douglass faceva parte, il discorso del pastore luterano era diretto a sottolineare la mancata realizzazione delle promesse fatte dai padri fondatori nell’atto stesso della Dichiarazione:

It is obvious today that America has defaulted on this promissory note insofar as her citizens of color are concerned. Instead of honoring this sacred obligation, America has given the Negro people a bad check, a check which has come back marked “insufficient funds.” But we refuse to believe that the bank of justice is bankrupt. We refuse to believe that there are insufficient funds in the great vaults of opportunity of this nation. So we have come to cash this check — a check that will give us upon demand the riches of freedom and the security of justice.


Combattere contro la segregazione, per l’ampliamento dei diritti propri della cittadinanza statunitense alle minoranze, voleva dire
mantenere le promesse fatte da Jefferson, Adams, Benjamin Franklin, Livingstone e Sherman

I still have a dream. It is deeply rooted in the American dream. I have a dream that one day this nation will rise up, live out the true meaning of its creed: We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal.


Il
Civil Rights Act, che sancì che coloro i quali erano già «equal before God shall also now be equal in the polling booths, in the classrooms, in the factories, and in hotels, restaurants, movie theaters, and other places that provide service to the public» (Bernstein, 1996:79), venne firmato dal Presidente Lyndon Johnson il 12 luglio 1964. Nonostante ciò, si comprese fin da subito che l’emarginazione della minoranza nera non si sarebbe fermata grazie alla legge per i diritti civili. A confermarlo furono i riots che si susseguirono in maniera continuativa a partire, soprattutto, dal 1965, quando il ghetto nero di Watts (Los Angeles) divenne scenario di una rivolta violentissima durata sei giorni.

Molti giovani afroamericani che avevano militato tra le fila delle organizzazioni per i diritti civili e che avevano contribuito a de-segregare i luoghi pubblici delle città a sud della black belt, non si rispecchiarono più nella lotta nonviolenta perorata da King. Le posizioni radicali di Malcolm X, ex ministro della Nation of Islam ucciso nel febbraio del 1965, influenzarono la generazione di neri americani nati alla fine degli anni Quaranta, i quali iniziarono a costruire organizzazioni lontane dalle posizioni di King e radicate nel contesto urbano dei ghetti degli stati del nord americani. 

Con la nascita del movimento spontaneo del black power, basato essenzialmente su tre principi, ovvero self-respect, autodifesa e ricerca del potere per la comunità nera, la situazione cambiò radicalmente. Il Civil Rights Act non aveva contribuito a eliminare la segregazione de facto presente nei ghetti delle città a nord della black belt, dove povertà, emarginazione sociale e sfruttamento ne facevano da padrone. Il sogno di Martin Luther King, Jr. si infranse sulla dura realtà dello stato di privazione assoluta della minoranza nera, esclusa dal mondo del lavoro, impiegata come manovalanza per gli incarichi meno retribuiti, vittima della gentrification e della discriminazione abitativa. 

King avrebbe dato vita alla Poor People’s Campaign nel 1967, concentrandosi sulle comunità del sottoproletariato urbano del nord del paese e agli esclusi dal mondo del lavoro. Il black power, per parte sua, avrebbe portato avanti la lotta verso una dimensione più radicale, basata essenzialmente sulla centralità del racial proud e sull’autodeterminazione della comunità nera. Tra le organizzazioni più importanti del movimento Black Power fu sicuramente il Black Panther Party, il quale sostenne l’autodifesa della comunità nera nei confronti degli abusi della polizia nella comunità di Oakland. Come fecero gli uomini e le donne del movimento #BlackLivesMatter negli anni duemila, le Pantere Nere rivendicarono con forza la relazione profonda tra il proprio attivismo e la lotta contro la degenerazione dello stato di diritto alla base della Dichiarazione di Indipendenza – quest’ultimo rappresentato soprattutto dalla violenza della polizia contro la minoranza nera. Il programma ideologico della Black Panther, il Ten Point Program, autolegittima il loro attivismo appropriandosi delle rivendicazioni proprie dei padri fondatori e relative ai diritti dell’uomo.

In questo senso, la narrazione relativa alla lotta abolizionista, alla lotta per i diritti civili, al movimento del black power, così come quello di #BlackLivesMatter, mostra di inserirsi all’interno della lunga tradizione del radicalismo americano. Questa tradizione si è basata sulla l’idea di dover rimodellare più e più volte l’identità statunitense concepita dai testi sacri nati dalle ceneri delle tredici colonie, al fine di farla coincidere con nuove dimensioni di cittadinanza o popolo, talvolta sottolineando il tentativo di risolvere l’ambiguità di una narrazione originariamente universalista ma sostanzialmente particolarista (Hansen, 2003:2). Le posizioni qui descritte e l’utilizzo politico dei miti fondatori degli Stati Uniti si situano esattamente in questo lungo percorso discontinuo ed eterogeneo di rivendicazioni radicali di gruppo, incuneando così i bisogni della comunità nera nella specifica definizione di cittadinanza americana i cui attributi si erano fino ad allora costruiti per negazione rispetto alla più vasta realtà etnica e di genere degli Stati Uniti.


5. Bibliografia

Bercovitch, Sacvan, The American Jeremiad, Madison, The University of Wisconsin Press, 2012, “Preface to the 2012 Edition”.

Bernstein, Irving, Guns or Butter. The Presidency of Lyndon Johnson, New York-Oxford, Oxford University Press, 1996, p. 79

Douglass, Frederick, Il significato del Quattro di Luglio per il popolo nero (1852), in Raffaele Laudani (a cura di), La libertà ad ogni costo. Scritti abolizionisti afro-americani, Torino, La Rosa Editrice, 2007, pp. 131-165. 

Du Bois, William E. B., The Souls of Black Folk, Oxford-New York, Oxford University Press, 2007.

Griffith, Cyril E., The African Dream: Martin R. Delany and the Emergence of Pan-African Thought, University Park, The Pennsylvania State University Press, 1975.

Hansen, Jonathan M., The Lost Promise of Patriotism. Debating American Identity, 1890-1920, Chicago-London, The University of Chicago Press, 2003.

Martin, Waldo E., Jr., The Mind of Frederick Douglass, Chapel Hill-London, The University of North Carolina Press, 1984.

“Natural and Inalienable Right to Freedom”: Slave’s Petition for Freedom to the Massachussetss Legislature, in Collections of the Massachussetts Historical Society, Boston, 5th series, vol. III, 1877, pp. 436-437.

Sherman, Joan R., The Black Bard of North Carolina: George Moses Horton and His Poetry, Chapel Hill and London, The University of Carolina Press, 1997.

Taylor, Keaanga-Yamahtta, From #BlackLivesMatter to Black Liberation, Chicago, Haymarket Press, 2016.

We the Protesters, We the Protesters, 2015 (https://www.scribd.com/doc/252760366/WTP-Open-Letter-1-15-15). 

Woodard, Komozi, A Nation Within a Nation. Amiri Baraka (LeRoi Jones) & Black Power Politics, Chapell Hil and London, The University of North Carolina Press, 1999.

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