Durante gli Emmy Awards del 2015 Viola Davis si guadagna il titolo di miglior attrice per il ruolo di Annalise Keating in How to Get Away with a Murder e, all’interno del suo discorso di accettazione del premio, porta l’attenzione su Harriet Tubman. Attraverso la figura di Tubman, l’attrice lascia trasparire la necessità di incoraggiare le rappresentazioni delle minoranze nelle produzioni hollywoodiane, denunciando la disparità di opportunità e trattamento vissute dalle persone nere all’interno dell’industria dell’intrattenimento:

“In my mind, I see a line. And over that line I see green fields and lovely flowers and beautiful white women with their arms stretched out to me over that line, but I can’t seem to get there no-how. I can’t seem to get over that line. Let me tell you something: the only thing that separates women of color from anyone else is opportunity. You cannot win an Emmy for roles that are simply not there.”

Citando Tubman all’interno del discorso, Davis manifesta la sua intenzione di realizzare un film biografico sulla donna, proponendosi come attrice e produttrice perché i tempi sono maturi: ‘‘it’s our time. I think that women, people of color, have been sitting on the sidelines, on the periphery of classic storytelling, for too long. We have stories too.’’ (Sperling, 2016) 

Il progetto, che vedeva comparire la storia di Tubman solo in altre due occasioni (A Woman called Moses del 1978 e The Quest for Freedom del 1992), non sarà mai realizzato da Davis, ma verrà portato avanti dalla Perfect World Pictures in collaborazione con New Balloon e Stay Gold Features. Con la regia di Kasi Lemmons, le riprese iniziano nell’ottobre del 2018 e nel 2020 valgono la candidatura agli Oscar di Cynthia Erivo (Harriet Tubman nella pellicola) come miglior attrice e il premio attrice dell’anno all’Hollywood Film Awards. 

 

 

1. La vita di Harriet Tubman

Araminta ‘Minty’ Ross, meglio conosciuta come Harriet Tubman, nasce tra il 1820 e il 1825 nella contea di Dorchester, nel Maryland. Tubman ha otto fratelli, tre dei quali vengono venduti dal proprietario Edward Brodess e, quando uno schiavista mostra interesse per il fratello più giovane, Moses, la madre decide di nasconderlo. Questo disperato tentativo non avrà esito positivo e quando Moses viene trovato, la madre minaccia di spaccare la testa a chiunque avrebbe osato ancora tentare di separare la famiglia. Questo evento è significativo perché, per alcuni biografi, l’aver assistito a questo momento rappresenta il primo episodio in cui Tubman crede che sia possibile una forma di opposizione e resistenza alla violenza della schiavitù

Nonostante il coraggio della madre nel tentativo di tenere la famiglia unita, anche Araminta viene venduta e impiegata come tata per il figlio di Miss Susan. Dopo vari e disperati tentativi di fuga, finisce a lavorare in una piantagione; qui si ammala e viene restituita al primo proprietario, potendo così riunirsi con la madre che se ne prende cura fino alla guarigione.

Nel 1844 Araminta Ross prende il nome in Harriet Tubman perché sposa John Tubman, combinando così il cognome del marito con il nome della madre. I due non avranno però figli perché secondo la partus sequitur ventrem, la legge che regolava la schiavitù in vigore in quegli anni, questi ultimi avrebbero ereditato la condizione della madre.
Dopo le preghiere di Tubman, nel 1849, muore il padrone Brodess e la moglie, rimasta vedova, inizia a vendere gli schiavi uno dopo l’altro per ricavare il denaro necessario per saldare i debiti lasciati dal marito. Harriet decide di fuggire lasciando il marito e la famiglia e, grazie all’aiuto della Underground Railroad (una rete clandestina che attraverso una serie di rifugi e itinerari sicuri aiutava gli schiavi neri a fuggire dalle piantagioni verso gli stati del nord e il Canada) raggiunge la Pennsylvania, stato in cui la graduale abolizione della schiavitù era iniziata nel 1780. Da questo momento in poi, unendosi agli Underground Railroad, Harriet consacrerà la sua vita alla liberazione degli afrodiscendenti, attività attraverso la quale si guadagnerà il soprannome di Moses, che diventa anche il suo nome in codice durante le missioni.
Tubman è ormai una donna libera quando il pensiero della sua famiglia, i cui membri sono ancora vittime della schiavitù, inizia a farsi sempre più insistente:

“I had crossed the line. I was free; but there was no one to welcome me to the land of freedom. I was a stranger in a strange land; and my home after all, was down in Maryland; because my father, my mother, my brothers, and sisters, and friends were there. But I was free, and they should be free.” (The Quest for Freedom:1992)

Nel 1850 si trova a Philadelphia e, dopo aver saputo che la nipote e i figli sarebbero stati venduti all’asta di Cambridge, si reca nel Maryland dove si ricongiungono e riescono a fuggire insieme. Questa è solamente la prima azione che mostrerà la sua completa volontà di vedere ricongiunta tutta la sua famiglia perché l’anno seguente tornerà nel Maryland alla ricerca del marito, trovandolo però sposato con un’altra donna libera. Durante le spedizioni successive, sempre nella contea di Dorchester, ritrova alcuni dei fratelli che porta in salvo con le rispettive famiglie e viene inoltre a sapere che, nel frattempo, il padre aveva comprato la madre e che anche lui faceva parte di una rete di salvataggio. Il padre però viene scoperto e denunciato ma Tubman lo conduce a nord insieme alla madre, potendosi così riunire anche con i genitori. 

Nonostante Tubman non sostenne mai l’appropriatezza della violenza per lo scioglimento dei conflitti, decise di appoggiare l’abolizionista John Brown e la sua convinzione della necessità di una lotta armata per la fine della schiavitù. Brown venne però catturato e impiccato durante il primo attacco.  

Convinta che solo la vittoria dell’Unione sarebbe fluita in numerosi progressi per l’abolizione della schiavitù, Tubman partecipa attivamente alla Guerra di Secessione, prima come spia ed esploratrice e in seguito come infermiera, utilizzando le proprie conoscenze sulla medicina naturale per curare i soldati malati. L’attivismo e il coraggio che la contraddistinguono dall’adolescenza la portano, nel 1863, a essere la prima donna a guidare una spedizione armata: nella Carolina del Sud riesce a liberare oltre 750 schiavi.

Torna successivamente ad Auburn con la famiglia, città in cui aveva comprato un terreno che era stato convertito in rifugio per gli schiavi in fuga e nel 1859 conosce Nelson Charles Davis, che sposerà e con il quale adotterà una bambina, Gertie.
Negli ultimi anni della sua vita conosce Susan B. Antony, abolizionista, attivista e pioniera del suffragio universale, con la quale viaggerà in molte delle più importanti città statunitensi convalidando in questo modo anche la fedeltà alla lotta per il diritto di voto non solo dei neri ma anche di tutte le donne

 

Dopo due anni di ritiro per problemi di salute, Tubman muore nel 1913 circondata dall’affetto e dalla stima della famiglia. 

 

2. L’eredità di Tubman nell’immaginario collettivo

La liberazione di quasi un migliaio di schiavi in seguito all’assalto sul fiume Combahee del 1863 fu un evento che ebbe un’enorme risonanza. Molti quotidiani, infatti, nei giorni successivi lodarono la tenacia, l’acutezza e la bravura di Tubman che era alla guida della spedizione. Inoltre, dopo una serie di interviste all’attivista, nel 1869 e nel 1886 la sua storia trova spazio tra le pagine di ben due testi che la storica Sarah Bradford le dedica. La narrazione del coraggio di una figura verso la quale la scrittrice provava profonda ammirazione si unisce alla volontà di sostenere Tubman anche economicamente, cedendole gran parte dei ricavati che vennero adoperati in supporto agli appartenenti della comunità che più si trovavano in difficoltà economica.

Ma la forza dell’impegno civile di Tubman giunge fino alla nostra contemporaneità con tutta la sua intensità e indubbia necessità. Ne sono a testimonianza le numerose statue dedicate alla sua memoria, come quella di DeDecker che si concretizza in una pluralità di copie installate in più stati, l’asteroide che dal 2014 porta il suo nome e il suo essere protagonista di uno dei viaggi fantascientifici della serie televisiva Timeless. Nel 2015, l’amministrazione Obama propone di inserire l’effigie di Tubman nella banconota da 20 dollari in sostituzione a quella del controverso ex presidente Andrew Jackson. Il progetto, che venne rigettato dalla direzione trumpiana, rientra oggi tra le priorità del neo eletto presidente Biden che tenta così di “ricucire punto per punto lo strappo non solo politico, ma anche e soprattutto culturale, civico, giuridico e sociale, costituito dalla parentesi Trump” (Pasquini, 2021) celebrando così l’eroina della lotta contro la schiavitù negli Stati Uniti.

 

3. Le donne nere: un doppio sistema di oppressione

Quando nel 1971 Angela Davis dalla prigione scrive e pubblica il saggio che costituisce il fulcro del lavoro che ritroveremo in Donne, razza e classe, le intenzioni, le motivazioni e il messaggio di lotta che le accompagnano sono politicamente determinanti e determinate. Davis intendeva intraprendere uno studio storico sulla condizione dei neri durante lo schiavismo con particolare attenzione a quella delle donne, andando così a riempire un vuoto intellettuale dovuto alla quasi totale assenza di pubblicazioni riguardo la violenza inflitta alle donne sottomesse alla schiavitù. Rincorrere e ritrovare tracce storiche che possono sottrarsi dalla storiografia ufficiale passano inevitabilmente anche per la volontà di riconoscere il ruolo dimenticato delle donne nere nella resistenza e nelle ribellioni contro lo schiavismo, potendo così sottrarle anche ai miti divisivi e distruttivi che pretendono di rappresentarle. Donne, razza e classe nasce quindi come spazio di ri-appropriazione e di esplorazione della combinazione di oppressione di genere e oppressione razziale, intreccio soffocante che Tubman aveva colto e trasformato in lotta per l’abolizione della schiavitù e per il suffragio universale. 

Il sistema schiavistico, fondato sulla logica capitalistica, classificava i neri come beni mobili e le donne, considerate parimenti entità lavorative, erano in alcune circostanze private della loro identità di genere. Lavoratrici principalmente agricole, destinate a lavorare la terra o impiegate come domestiche, erano però anche le vittime di abusi sessuali. Il sistema gerarchico schiavista che aveva accesso illimitato ai corpi delle donne, imponeva una diversa stratificazione di sfruttamento obbligandole talvolta alla più totale desessualizzazione e talvolta alla segregazione in ruoli unicamente femminili. Di conseguenza, i corpi, privati della loro soggettività, si riducono a proprietà e oggetto. Come afferma Spillers, una delle principali critiche ed esponenti del Black Feminism, il corpo (principale strumento di manovre ideologiche e politiche) non solo non è più sede di autodeterminazione, ma viene anche svuotato della propria identità

“But I would make a distinction in this case between “body” and “flesh” and impose that distinction as the central one between captive and liberated subject-positions. In that sense, before the “body” there is the “flesh,” that zero degree of social conceptualization.” (Spillers, 1987:66)

L’abuso sessuale, moralmente accettato e istituzionalizzato, mortifica il corpo delle donne, lo annichilisce e lo riduce a carne. Lo scopo non era solamente quello di assecondare le leggi riproduttive, sempre secondo la partus sequitur ventrem, ma anche quello di rappresentare:

Un’arma di dominio, un’arma di repressione, il cui fine nascosto era la distruzione della volontà di resistere delle schiave. (…) L’uso terroristico della violenza sessuale era un elemento istituzionalizzato volto a intimidire e terrorizzare le donne per rimetterle al loro posto. 

(Davis, 2018:53-54)

 

4. Conclusione

In uno scenario permeato interamente da violenza e oppressione, donne e uomini hanno sempre rivendicato l’uguaglianza sfidando l’istituzione disumana e perversa dello schiavismo. La volontà di resistenza, in qualsiasi forma essa potesse manifestarsi, ha sempre trovato ampio respiro all’interno della condizione di subordinazione con la quale la schiavitù marchiava i corpi delle donne, ed è proprio all’interno dei margini fluidi della resistenza che la storia di Harriet Tubman leva il grido della rivolta. In questo senso, la dimensione narrativa, la necessità impellente di continuare a raccontare incorpora un peso politico non indifferente perché “le lezioni apprese dagli anni di schiavitù illuminano le battaglie dei nostri giorni per l’emancipazione.” (Davis, 2018:29) 

Harriet Tubman lascia infatti in eredità uno spirito di resistenza e determinazione che ha posto e pone ancora le basi per una nuova condizione di uguaglianza, continuando ancora oggi a ispirare proteste per la difesa dei diritti civili in un mondo che si riproduce nutrendosi di profonde disuguaglianze.

 

5. Bibliografia

Angela Davis (1971), Reflections on the Black Women’s Role in the Community of Slaves, in The Black Scholar, vol. 3, numero 4.

Bradford Sarah (1871), The Moses of Her People, New York: Corinth Book.

Spillers, Hortense (1987) Mama’s Baby, Papa’s Maybe: An American Grammar Book, Chicago: University of Chicago Press.

 

6. Sitografia

Daley, Megan, Emmys 2015: Viola Davis wins best actress for How to Get Away with Murder, 20/09/2015.

Pasquini, Mauro, Il volto di Mosè: perché Biden vuole l’effigie di Harriet Tubman sulle banconote da 20 dollari, 6/02/2021.

Sperling, Nicole, Viola Davis on Harriet Tubman movie: ‘I feel like it’s our time’, 4/05/2016.

 

7. Videografia

A Woman Called Moses, Paul Wendkos (1978)

Harriet, Kasi Lemmons (2019)

The Quest for Freedom, Fred Holmes (1992)

 

Foto in evidenza: mymodernmet.com (24/03/2021).