Gore Vidal: una voce scomoda diventata un mito19 min read

Sfrontatezza, orgoglio, genio e lotta. Eugene Luther Gore Vidal fu tutto questo. Ricordarlo per la sua produzione artistica senza contemplare il suo peso nella cultura pop, il suo impegno nella lotta agli stereotipi e nella politica americana del suo tempo non sarebbe sufficiente.

1. Biografia
2. Influssi e produzione letteraria
3. Politica
4. Faide e pop culture
5. The city and the pillar
6. Conclusione
7. Bibliografia

 

1. Biografia

Eugene Louis Vidal nacque nel 1925 a New York. Il padre fu il primo istruttore aeronautico dell’accademia militare americana. Proprio al padre è attribuito il secondo nome dell’artista, che sbagliò nel registrare Louis invece di Luther. Il vero nome venne ristabilito solo con il battesimo dell’autore a compimento dei 13 anni. Per l’occasione fu corretto in Eugene Luther Gore Vidal Jr., includendo, quindi, anche il cognome da nubile di sua madre, Nina Gore.

La madre fece il suo debutto al teatro di Broadway nel 1928. Apparteneva all’alta società americana, dato che il padre fu un importante senatore democratico dello stato dell’Oklahoma e permise a Gore Vidal di varcare la soglia di diversi luoghi del potere politico americano. Il nonno fu di grande influsso per lo scrittore, a punto tale che se ne prese cura per molto tempo.

Bisognerà attendere il 1941 perché lo scrittore decida di farsi chiamare solo Gore Vidal:

I wanted a sharp, distinctive name, appropriate for an aspiring author, or a national political leader … I wasn’t going to write as ‘Gene’ since there was already one. I didn’t want to use the ‘Jr.’ (http://www.nytimes.com/books/first/k/kaplan-vidal.html)

Seguì anche lui la strada del servizio alla Nazione, come il nonno e il padre. Deciso a non intraprendere la stessa carriera universitaria di molti altri coetanei della società altolocata statunitense, Gore Vidal preferì la vita militare ad Harvard, Yale e Princeton. Cominciò il suo impiego d’ufficio presso l’aeronautica militare americana, passando successivamente gli esami per diventare un ufficiale. Fu costretto a lasciare l’incarico per colpa di un’artrite reumatoide che gli provocò una ipotermia.

gore vidal canadausa.net

Gore Vidal – Foto AP/LaPresse

Dopo l’esordio letterario salutato con entusiasmo per aver dato alle stampe Williwaw, un romanzo di guerra acclamato dalla critica nel 1946, e il meno acclamato In a yellow wood (1947), pubblicò il romanzo The city and the pillar (1948) con conseguenti aspri pareri da parte della critica letteraria di molte testate del tempo (cfr. §5. The city and the pillar). Dopo una parentesi di impegno politico a cui il nonno contribuì moltissimo, pubblicò diversi titoli sperimentando forme narrative disparate, dietro pseudonimo, per tutti gli anni ‘50 e ‘60.

Non fu solo un autore di molti libri di narrativa ma anche e soprattutto di saggi. Questa sua produzione si concentrava molto sull’analisi del clima politico del tempo, a punto tale da essere spesso invitato come analista anche in trasmissioni televisive in dibattiti passati alla storia soprattutto per i toni accesi con altri suoi avversari. Questo fu il carattere distintivo della sua produzione e del suo estro artistico, riconosciuto anche nel 2009 dalla National Book Foundation, che gli conferì la Medal for Distinguished Contribution to American Letters.

Al 1950 risale il primo incontro di Gore Vidal con Howard Austen, che restò al suo fianco per i successivi 53 anni. Il segreto di questa lunga relazione per Vidal era l’assenza di rapporti sessuali tra i due. Intervistato da Judy Wiedner nel 1995, dichiarò il suo rifiuto verso l’etichetta “gay” e “omosessuale”, dicendo:

We are all bisexual to begin with. That is a fact of our condition. And we are all responsive to sexual stimuli from our own as well as from the opposite sex. Certain societies at certain times, usually in the interest of maintaining the baby supply, have discouraged homosexuality. Other societies, particularly militaristic ones, have exalted it. But regardless of tribal taboos, homosexuality is a constant fact of the human condition and it is not a sickness, not a sin, not a crime … Despite the best efforts of our puritan tribe to make it all three. Homosexuality is as natural as heterosexuality. Notice I use the word ‘natural,’ not normal. (“A Distasteful Encounter with William F. Buckley Jr”. in Esquire. p. 140.)

Nel corso della sua vita trascorse molto tempo anche in a Ravello. Nel 2003, a causa di problemi di salute con l’avanzare della sua età, vendette i suoi beni sulla Costa Amalfitana e tornò con Austen a Los Angeles e Austen morì nello stesso anno. Il 31 luglio 2012, Gore Vidal si spense a causa della polmonite e le sue ceneri furono conservate accanto a quelle del compagno nel cimitero di Washington, D.C.

2. Influssi e produzione letteraria

Nella produzione letteraria di Gore Vidal furono di grande influsso i classici della letteratura antica, oltre che autori rinascimentali e autori quali Proust e James.

La sua carriera letteraria cominciò con il successo di un suo romanzo di guerra, Williwaw (1946) ma è solo con la pubblicazione del romanzo The City and the Pillar (1948) che la critica letteraria ha iniziato a interessarsi a lui.

Il romanzo, dedicato a quello che Gore Vidal successivamente rivelò essere stato il suo unico vero amore, provocò delle reazioni molto aspre nella schiera dei critici più moralisti e conservatori, infastiditi dalla descrizione di un omosessuale intento a fare i conti con la propria sessualità e con una relazione amorosa, senza attenersi alle rappresentazioni stereotipate, costruite dalla società.

Come più tardi dichiarò lo stesso Gore Vidal:

“Shock was the most pleasant emotion aroused in the press. How could our young war novelist…? In a week or two, the book was a best-seller in the United States and wherever else it could be published—not exactly a full atlas in those days”. (https://www.threepennyreview.com/samples/vidal_su95.html)

L’omosessualità non poteva essere descritta come “naturale” perché ai tempi in cui Gore Vidal la trattò era considerata “immorale” (http://freethinker.co.uk/2012/08/01/farewell-gore-vidal-gay-atheist-extraordinary/), ma sapeva bene a cosa sarebbe andato incontro sia nella ricerca di una casa editrice disposto a stamparlo, sia dopo la pubblicazione. Vidal raccontò che il critico Prescott del New York Times si rifiutò di recensire altri libro dell’autore e avrebbe fatto di tutto per impedire che anche i suoi colleghi se ne avvicinassero. Lo stesso editore E.P. Dutton gli disse che per quel libro non avrebbe mai smesso di ricevere attacchi e critiche.

La risposta coraggiosa di Gore Vidal non tardò a farsi sentire:

“If any book of mine is remembered in the year 1968, that’s real fame, isn’t it?” (https://www.threepennyreview.com/samples/vidal_su95.html)

Gli anni ‘50 lo videro attivo nella scrittura di romanzi del mistero dietro lo pseudonimo Edgar Box: Death in the Fifth Position (1952), Death before Bedtime (1953) e Death Likes it Hot (1954) gli permisero delle buone entrate economiche in questa veste più segreta. La sperimentazione di contenuti e generi gli permise di cimentarsi con una rappresentazione teatrale, The Best Man: A Play About Politics (1960), con rappresentazioni televisive, oltre che con la pulp fiction dietro lo pseudonimo “Cameron Kay”.

Gore Vidal anziano canadausa.net

Gore Vidal fonte: Sky TG24

Sempre negli anni ‘60, Gore Vidal pubblicò Julian (1964), con protagonista l’imperatore romano che instaurò nuovamente il paganesimo politeista quando il cristianesimo aveva ormai minato l’integrità culturale dell’impero. A questo seguì Washington D. C. (1967), incentrato sulla vita politica durante il periodo presidenziale di Roosvelt dal 1933 al 1945, e Myra Breckinridge (1968), una satira del mercato cinematografico americano attraverso la rappresentazione di una scuola d’arte drammatica diretta da una donna transessuale.

Gli anni ‘70 lo videro cimentarsi con la produzione di due tipi di racconto: da un lato, il romanzo storico americano, in cui analizzò la natura della politica nazionale in ben sette collezioni di titoli; dall’altro lato, troviamo titoli di satira.

Negli Stati Uniti la produzione di Gore Vidal che ha lasciato un marchio più accentuato è quella saggistica. Per tutta la sua carriera, scrisse e tenne dissertazioni sui temi socio-politici, sessuali, storici e letterari del tempo, servendosene per sferrare critiche dure e crude senza mezzi termini alle amministrazioni politiche o ai suoi avversari durante dibattiti televisivi. Nel 1993, gli fu conferito il National Book Award for Non-fiction, per la pubblicazione dell’antologia United States: Essays 1952-92 (1993), con la seguente motivazione:

In 114 essays written over a period of forty years, Gore Vidal has shown himself to be a masterly, learned, and percipient observer of an unparalleled range of subjects. United States: Essays, 1952-1992 assesses such diverse matters as modern French fiction, the Kennedys, underappreciated writers like Thomas Love Peacock, and the American attitude toward sex. He writes tenderly of authors and people he cherishes-Eleanor Roosevelt, Tennessee Williams, William Dean Howells. Whatever his subject, he addresses it with an artist’s resonant appreciation, a scholar’s conscience, and the persuasive powers of a great essayist. (https://www.amazon.com/United-States-Gore-Vidal/dp/0767908066?_encoding=UTF8&%2AVersion%2A=1&%2Aentries%2A=0)

La produzione saggistica continuò anche negli anni 2000 con la pubblicazione di critiche verso espansionismo americano, l’industria militare, lo stato di sicurezza nazionale e l’amministrazione di George W. Bush.

3. Politica

La figura intellettuale di Gore Vidal, a livello pubblico, venne spesso associata al partito Democratico. Si candidò nel 1960 per le elezioni del IXXX Distretto Congressuale d New York, perdendo però contro il repubblicano Wharton, nonostante il suo risultato fu comunque il migliore che un democratico avesse ricevuto nei 50 anni precedenti.

G.W. Bush Gore Vidal Canadausa.netCriticò l’amministrazione politica per il passaggio del USA Patriot Act del 2001 durante l’amministrazione di George W. Bush considerandola un estremo danno per la Nazione e per la difesa dei diritti cittadini. Non fu di certo l’unica critica rivolta al Presidente durante la sua amministrazione, dato che per Gore Vidal si trattava dell’uomo più stupido degli Stati Uniti d’America la cui unica politica estera mirava all’espansione senza altre attenzioni, proprio come accade in una politica guidata da un istinto dittatoriale.

Per Gore Vidal, tutto era chiaro sotto la luce del sole: bastava vedere quanto accadesse nella guerra al controllo dei giacimenti petroliferi nel Golfo Persico e nell’Asia Centrale, già dal 1991. Un decadimento della politica e della Nazione che, a suo avviso, nemmeno l’amministrazione di Barack Obama avrebbe potuto salvare, perché, come dichiarò in più saggi, il partito repubblicano e quello democratico non sono poi così diversi per stupidità e corruzione. (Gore Vidal (1977). Matters of Fact and of Fiction: Essays 1973–76. Random House. pp. 265–85)

Anche spinto da questi eventi e problemi, Vidal prese parte a The World Can’t Wait, un’organizzazione politica con la finalità di repudiare ogni programma politico estero dell’amministrazione Bush (2001-2009) e sostenere a pieni polmoni l’accusa verso il Presidente per aver perseguito crimini di guerra consapevolmente. Tra le loro accuse, lo scoppio della Seconda Guerra d’Iraq (2003-2011) o la tortura dei prigionieri di guerra senza distinzione tra militari e civili, violando le leggi internazionali a difesa della pace tra le nazioni.

Anche in riferimento agli attacchi terroristici dell’11 Settembre del 2001, Gore Vidal non risparmiò le critiche verso Bush, parlandone apertamente nel maggio del 2007, in merito alla teoria della cospirazione:

I’m not a conspiracy theorist, I’m a conspiracy analyst. Everything the Bushites touch is screwed up. They could never have pulled off 9/11, even if they wanted to. Even if they longed to. They could step aside, though, or just go out to lunch while these terrible things were happening to the nation. I believe that of them. (https://www.theguardian.com/books/2007/may/05/featuresreviews.guardianreview14)

Huey Long Gore Vidal canadausa.netCiò non significa che non ebbe mai un ideale politico. Fu particolarmente simpatizzante per Huey Long (1893-1935), governatore e senatore della Louisiana morto assassinato. Anche lui riteneva che in America si potesse parlare di un unico grande partito, proprio per le quasi nulle differenze essenziali tra Democratici e Repubblicani.

Nonostante tutto, il suo orientamento politico era apertamente conservatore, ricordando soprattutto che, date le origini della sua famiglia discendente dai padri fondatori della Nazione, gli era possibile pensare agli Stati Uniti solo con forte senso appartenenza. Proprio per questa sua forte inclinazione populista, Gore Vidal fu anche Segretario del People’s Party dal 1970 al 1972.

4. Faide e pop culture

La vita di Gore Vidal fu scandita da faide con altri personaggi della cultura politica, e non, del tempo.

Una per tutte, quella del 1975 con Truman Capote vinta però da Vidal. Lee Radziwil prese le distanze dalla diatriba rifiutando di testimoniare a favore di Truman Capote dicendo che in fondo si trattava semplicemente di “two fags. It is just the most disgusting thing.” (http://people.com/archive/sued-by-gore-vidal-and-stung-by-lee-radziwill-a-wounded-truman-capote-lashes-back-at-the-dastardly-duo-vol-11-no-25/) La causa fu scatenata dalle ingiurie (non confermate) di Capote che aveva dichiarato come Vidal fosse stato allontanato dalla Casa Bianca per gli atteggiamenti dovuti al suo vizio con l’alcol.

WILLIAM BUCKLEY GORE VIDAL

Vidal vs Buckley – Photo by ABC Photo Archives/ABC via Getty Images

Un altro esempio, tra botte e risposta su testate giornalistiche e incontri televisivi, fu quello con William F. Buckley, Jr. La faida tra i due cominciò sulla base di differenti analisi politiche condotte da entrambi sulle amministrazioni governative del tempo, terminata poi con articoli diffamatori reciproci e attacchi sul personale, talvolta anche omofobi verso Gore Vidal. Dopo la morte di Buckley, Jr., Gore Vidal accolse la notizia dichiarandosi felice per il suo avversario che, finalmente, all’inferno avrebbe raggiunto per sempre “those whom he served in life, applauding their prejudices and fanning their hatred.” (http://www.nytimes.com/2008/06/15/magazine/15wwln-Q4-t.html). Il dibattito tra i due fu così lungo, articolato e culturalmente/politicamente impegnato, da essere stato fonte di ispirazione per il film documentario Best of Enemies (2015) co-diretto da Robert Gordon e Morgan Nevillel.

Di certo, Gore Vidal fu un personaggio che per il suo impegno culturale, le sue idee e il suo temperamento, non fu estraneo alla cultura più esplicitamente pop, lavorando anche come attore. Negli anni Sessanta, migrò in Italia dove strinse amicizia con il regista Federico Fellini, per il quale recitò nei panni di se stesso con un piccolo cameo nel film Roma (1972). La sua carriera da attore lo vide recitare in qualche pellicola tra gli anni Settanta e Duemila, tra cui Bob Roberts (1992), su un politico reazionario manipolatore; With Honors (1994) sulla vita collegiale nelle Ivy League; Gattaca (1997), avente per tema l’ingegneria genetica in pieno stile science-fiction; Igby Goes Down (2002), diretto dal nipote Burr Steers.

L’attenzione mediatica nei suoi confronti salì sempre più, a punto da essere coinvolto in sketch divertenti in talk show e prestare la voce per la sua versione cartoon nelle serie animate “The Simpsons” e “Family Guy”. Vidal non mancò ogni possibile occasione per cercare di chiarire anche la sua posizione sul rapporto tra omosessualità, arte e mezzi di comunicazione (in particolare, quelli di informazione). Per questo, nel 1967 prese parte al documentario della CBS “CBS Reports: The Homosexuals”.

5. The city and the pillar

Il terzo romanzo di Gore Vidal The city and the pillar (1948) fu dato alle stampe con la consapevolezza di attirare la critica più aspra del tempo a danno dell’autore che fino ad allora era stato acclamato per il suo esordio con il romanzo di guerra Willward. La casa editrice a cui lo aveva sottoposto gli aveva consigliato di non pubblicare quello che lo avrebbe portato alla fine della sua carriera.

Senza ascoltare i moniti dell’editor, Gore Vidal diede alle stampe il romanzo e le critiche non tardarono ad arrivare. Il New York Times lo definì un romanzo “sterile” (http://www.nytimes.com/books/98/03/01/home/vidal-pillar.html), seguito da varie critiche cariche di disprezzo e ostracismo. D’altronde, questo era il prezzo da pagare per aver pubblicato una storia melodrammatica, disperata, senza attenersi agli stereotipi di genere comodi a una società bigotta e omofoba come quella americana del tempo.

Il romanzo ricevette al contempo anche apprezzamenti tra le schiere di alcuni scrittori. Come ricordò lo stesso Gore Vidal:

“What did my confreres think? I’m afraid not much. The fag writers were terrified; the others were delighted that a competitor had so neatly erased himself. I did send copies to two famous writers, fishing, as all young writers do, for endorsements. The first was to Thomas Mann. The second was to Christopher Isherwood, who responded enthusiastically. We became lifelong friends”. (https://www.threepennyreview.com/samples/vidal_su95.html).

La trama, come spesso accade nelle migliori interpretazioni del viaggio come metafora della costruzione ed esplorazione dell’io, arrivando a un risvolto tragico, è scandita dal tema della ricerca, declinata in ottica di genere, sessualità e amore. Il tentativo di quadratura del cerchio è tragico.

City_and_the_Pillar copertina della prima edizione della E.P. Dutton & Co., Inc., New York

City_and_the_Pillar copertina della prima edizione della E.P. Dutton & Co., Inc., New York

Jim e Bob sono migliori amici. Entrambi appartengono a buone famiglie e incarnano i tipici studenti degli States bene, alti, belli, atletici e intelligenti. A rompere definitivamente la tranquillità arriva un weekend in campeggio. Sullo sfondo bucolico della riva di un fiume, prima che Bob parta per arruolarsi nella marina, i due vivono una notte d’amore che cambierà definitivamente la vita di Jim, già innamorato del suo amico.

Bob parte ma, non appena possibile, Jim lo segue, senza meta e senza direzione, guidato solo dalla voglia di ricongiungersi a lui. Lascia la Virginia imbarcandosi come mozzo. Tra vari approdi e trasferimenti, vive avventure ed esperienze che servono solo a colmare il vuoto lasciato in lui dalla partenza di Bob, l’unico che sia mai riuscito ad avere il suo cuore.

Jim vive paralizzato nella convinzione che Bob provi per lui le sue stesse emozioni. Per lui il tempo scorre senza segnarlo: Jim vive come una statua di sale (questo il titolo italiano della traduzione del romanzo a cura di Alessandra Osti per Fazi Editore, nel 2001) quasi come se per lui il tempo si fosse fermato.

Jim finalmente ritrova Bob ma con lui arriva una grande delusione: è andato avanti, non è rimasto immobile ad attendere il ritorno di quel weekend al campeggio, ed è sposato. A New York i due riescono a ricongiungersi. A letto con Bob, Jim è pronto a ripetere l’esperienza di anni addietro, ma Bob lo rifiuta temendo di poter essere additato come gay.

Il finale del romanzo è stato più volte rivisitato ma nonostante le versioni date alla stampa, la statua di sale non è destinata a restare incolume allo scorrere del tempo (Austen, Roger. Playing the Game: The Homosexual Novel in America, New York, Bobbs-Merrill Company, Inc., 1977, 121.). La forza prevale ma il risultato ottenuto, per Jim, è comunque effimero e lascia con l’amaro in bocca.

Infatti, nel 1965, E.P. Dutton pubblicò una versione aggiornata della storia, The City and the Pillar Revised. In questa, Vidal aveva rimosso tutta la parte melodrammatica, i passaggi introspettivi e il linguaggio politico offensivo per tornare a focalizzarsi maggiormente sul tema principale del lavoro. A differenza della versione originale in cui la narrazione era divisa in due parti (“The City” e “The Pillar”), la versione aggiornata presenta un unico flusso narrativo e, inoltre, aggiunse alla storia alcuni dettagli in modo da poter dare spazio all’episodio di violenza da parte di Jim ai danni di Bob, invece di ucciderlo come nella prima versione.

Furono in molti, tra i più conservatori della critica, a non apprezzare soprattutto il finale originale e melodrammatico in cui Jim strangola Bob dopo che il loro incontro sessuale non dà gli esiti da lui sperati. Gore Vidal ricordò a un critico che è nella natura stessa della tragedia romantica avere un finale tragico ma dall’altra parte la risposta fu carica di omofobia e poco memore del genere letterario citato:

“So sordid a story about fags could never be considered tragic, unlike, let us say, a poignant tale of doomed love between a pair of mentally challenged teenage “heteros” in old Verona”. https://www.threepennyreview.com/samples/vidal_su95.html

Le intenzioni dell’autore invece erano chiare: mostrare la debolezza e la caduta di Jim. Nonostante il titolo, l’opera originale non era ancora così lineare nella narrativa e asciutta. La parte finale non era così convincente. Molti credettero che un editore avesse costretto Gore Vidal a chiudere la storia in modo più sobrio rispetto alle sue intenzioni soprattutto per precauzione verso la critica che già si sarebbe scagliata contro di lui per il tema. Questo non era vero, ma per Gore Vidal la ristampa del libro meritava una nuova versione del finale e della prosa.

Fu così che quella del 1965 ebbe un nuovo finale, molto più tragico del primo, senza alterare però in tutto il corso della storia il punto di vista sulla relazione e lasciando Jim così com’era.

Qualunque versione del romanzo si prenda in esame resta comunque la rappresentazione di ciò che può essere preso come tema principale della storia: il pregiudizio crea l’oggetto del suo odio e così facendo distrugge oppressi e non. La costruzione sociale dello sesso “naturale” e del sesso “sbagliato” e “contro-natura” ingabbia il protagonista in una sensazione di mancata soddisfazione e piena possibilità di vivere la vita che vorrebbe. Queste sovrastrutture affondano le radici nella tradizione religiosa. Basti pensare alla sottile allusione in apertura del romanzo ponendo la citazione dell’episodio biblico della distruzione di Sodoma e altri elementi disseminati qua e là nella narrazione che, tramite i personaggi del racconto danno spazio all’idea di Gore Vidal che l’uomo è per natura bisex, ostacolato però dalle sovrastrutture sociali.

Un altro grande tema è quello della rottura dello stereotipo dell’omosessuale medio. Via, quindi, i cliché dell’omosessuale necessariamente effeminato o travestito: i personaggi del racconto vanno contro ogni tentativo di classificazione sociale, presentandosi alti, belli e mascolini. Solo due personaggi descritti su modello di quello che la società inquadrava come “normale” poteva davvero essere efficace nel far passare il messaggio desiderato.

6. Conclusione

Ricordare Gore Vidal significa celebrare una personalità dal rilievo indiscusso nella cultura americana tra due secoli complessi in cui il nostro vivere quotidiano affonda inevitabilmente le radici. Ogni parola lasciata ai poteri sulla carta schiocca ancora come una frusta contro i costumi contemporanei di una società che, oggi come allora, è spinta da stereotipi, sovrastrutture, bigottismo e interessi smaccatamente economico-politici. Una società fossilizzata per certi aspetti proprio come una statua di sale che fatica a sciogliersi.

Impossibile leggere queste opere senza immaginare il tono e l’intensità con cui lo stesso Vidal le avrebbe pronunciate in talk show, in discorsi pubblici, durante interviste a periodici e quotidiani. Una vasta produzione eclettica, eterogenea, sperimentale e audace per il tempo in cui venne portata alla ribalta. Una personalità artistica e un coraggio da vendere, come Gore Vidal, possono solo che essere da monito ed esempio nelle lotte comuni che ciascuno di noi è chiamato ad affrontare ogni giorno, come artista e come persona.

7. Bibliografia

Austen Roger, Playing the Game: The Homosexual Novel in America, New York, Bobbs-Merrill Company, Inc., 1977: 119–121.

C.V.Terry, The city and the pillar (http://www.nytimes.com/books/98/03/01/home/vidal-pillar.html ultima consultazione: 20/02/2018)

Gore Vidal: a Biography by FRED KAPLAN (http://www.nytimes.com/books/first/k/kaplan-vidal.html ultima consultazione: 20/02/2018)

Gore Vidal, “A Distasteful Encounter with William F. Buckley Jr”. in Esquire. p. 140.

Gore Vidal, The City and The Pillar (https://www.threepennyreview.com/samples/vidal_su95.html ultima consultazione: 20/02/2018)

Gore Vidal, Matters of Fact and of Fiction: Essays 1973–76. Random House, 1977: 265–85

Sued by Gore Vidal and Stung by Lee Radziwill, a Wounded Truman Capote Lashes Back at the Dastardly Duo (http://people.com/archive/sued-by-gore-vidal-and-stung-by-lee-radziwill-a-wounded-truman-capote-lashes-back-at-the-dastardly-duo-vol-11-no-25 ultima consultazione: 20/02/2018)

Vidal Salon, (https://www.theguardian.com/books/2007/may/05/featuresreviews.guardianreview14 ultima consultazione: 20/02/2018)

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By |2018-03-29T11:34:20+00:00febbraio 20th, 2018|Saggi|0 Comments

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