Gibran e il Trascendentalismo: I poeti arabi della diaspora negli Stati Uniti21 min read

Di seguito presentiamo con piacere il saggio Gibran e il Trascendentalismo: I poeti arabi della diaspora negli Stati Uniti scritto da Sara Relli. Il saggio è stato presentato durante la Prima Edizione del Best Essay Award indetto da CanadaUsa.net a Marzo del 2017 ed è stato premiato come “Honourable Mention”.

Introduzione: dalla Grande Siria agli Stati Uniti

muhāğirūn e l’Associazione della Penna: nuove forme poetiche fra integrazione e innovazione

Il Profeta (1923): Sufismo Trascendentalismo Americano

Outsiders: la nostalgia del proprio paese, la loneliness americana

Il poeta come profeta e veggente: separazione fra due mondi diversi

Introduzione: dalla Grande Siria agli Stati Uniti

Remembrance is a form of meeting.

Forgetfulness is a form of freedom

scrive Khalil Gibran in Sabbia e onda, un’opera di aforismi pubblicata nel 1926 non molto prima che la morte lo cogliesse a New York nel 1931. Due versi che sembrano racchiudere l’esperienza della sua vita e della sua opera, entrambe sempre tese fra due mondi, da un lato quello americano delle grandi città di Boston e di New York, e dall’altro quello arabo del Libano e della sua piccola città natale, Bisharri, arroccata fra le montagne libanesi e le foreste di cedri.

Gibran aveva lasciato il Libano ancora bambino, quando con la madre, le due sorelle e il fratellastro si era trasferito negli Stati Uniti, approdando a Boston nel 1894. La fine dell’Ottocento segnò nella storia dell’emigrazione americana l’inizio di un nuovo capitolo: non erano più solo irlandesi, tedeschi, inglesi o scozzesi gli immigrati che si riversavano sulle coste americane ed entravano ad Ellis Island, ma anche italiani, slavi, greci, ebrei dell’Europa Orientale che iniziavano a fuggire dal nascente antisemitismo e infine turchi e arabi, provenienti soprattutto dalla zona siro-libanese.

La provincia della Grande Siria (che allora comprendeva l’attuale Siria, il Libano, l’Iraq, la Palestina e la Giordania) era da tre secoli sotto il dominio dell’Impero Ottomano, ormai in piena decadenza: neanche l’emanazione delle Tanzīmāt, una serie di riforme politiche e culturali, aveva scalfito il senso di oppressione che regnava nelle varie province, aggravato da una forte censura, che era sì politica, ma anche culturale e letteraria. Boston, sulla costa est degli Stati Uniti, ospitava all’epoca la più grande comunità siriana del paese e allo stesso tempo era, insieme a New York, uno dei centri culturali più importanti della East Coast. Fu infatti a Boston che si riunì per la prima volta nel 1836 il Transcendental Club, che contava fra le sue file Emerson, Thoreau, Bronson Alcott e Margaret Fuller; a Boston era nato Emerson, il cui saggio Nature ebbe una grande influenza sia sui poeti americani sia sui poeti arabi ed europei; e non molto lontano da Boston sorgeva il Walden Pond, il piccolo specchio d’acqua vicino al quale si ritirò a vivere per un paio d’anni Thoreau e che poi descrisse nella sua opera Walden, ovvero la vita nei boschi. E fu proprio a Boston che, su suggerimento del suo insegnante di inglese, Gibran cambiò il suo nome completo da Ğubran Khalil Ğubran in Kahlil Gibran, per meglio adattarlo alla pronuncia americana.

Qui Gibran cominciò a frequentare la scuola pubblica, per poi tornare brevemente in Libano nel 1897; a Beirut studiò letteratura araba, lesse la Bibbia e il Corano, operando così quella prima unione fra cultura araba e cultura occidentale, fra la poesia americana ed europea e quella araba, che sarebbe stata la caratteristica più innovativa della sua opera e di quella dei muhāğirūn, i poeti arabi della diaspora. Molti di questi poeti crebbero fra Stati Uniti e Medio Oriente e per questo furono chiamati muhāğirūn, parola che in arabo deriva da mahğar, ossia diaspora, emigrazione. L’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, erano visti da Khalil Gibran, Ameen Rihani, Mikhail Naimy e da molti altri come i luoghi della libertà, della democrazia e della giustizia, come la culla di quella civiltà che sentivano di dover apprendere per poi poterla integrare con quanto di valido la poesia e la cultura araba erano in grado di offrire al mondo.

muhāğirūn e l’Associazione della Penna: nuove forme poetiche fra integrazione e innovazione

E proprio a questo scopo fu fondata, il 28 aprile del 1920, nello studio di Gibran, al 51 West 10th Street, l’Associazione della Penna, il cui logo recitava, citando un hadīt (detto) del Profeta dell’Islam,

Dio custodisce tesori sotto il Suo trono, le cui chiavi sono le lingue dei poeti

Nella rivoluzione che i muhāğirūn intendevano portare avanti, un ruolo fondamentale era svolto dallo stile: la tradizione poetica araba, per quanto grande, era vista ormai come obsoleta, antiquata, come una gabbia che imprigionava non solo le parole che i poeti intendevano comporre, ma anche la loro mentalità e i loro pensieri. Scriveva Gibran:

Se il significato o la bellezza di un pensiero richiedono che venga infranta una regola, infrangetela, se non esiste una parola conosciuta per esprimere la vostra idea, prendetene una in prestito o inventatela; se la sintassi si oppone all’uso di un’espressione utile, fate a meno della sintassi.

(Poeti arabi della diaspora, traduzione e cura di Francesco Medici, Bari, Stilo Editrice, 2015, p. 34)

Se tali idee affondano le loro radici nelle sperimentazioni messe in atto dai simbolisti francesi e in particolare da Rimbaud, esse devono molto anche a Walt Whitman. Non a caso, infatti, Mikhail Naimy, il teorico del movimento riunito attorno a Gibran, aveva indirizzato la generazione dei muhāğirūn verso la lettura di Whitman e della sua raccolta Foglie d’Erba, la quale, proprio per la sua natura di continuo work in progress, è essa stessa un vero e proprio esperimento linguistico.

Neologismi e arcaismi, termini specifici e tecnici, parole straniere e dialettali si susseguono in quello che sembra un vero fiume in piena lanciato contro la tradizione metrica dei poeti precedenti (e in certi casi anche futuri). Non stupisce quindi che, in quel potente invito al rispetto e all’apertura verso culture diverse che è il discorso tenuto nel 1926 e intitolato Ai giovani americani di origine siriana, Gibran citi esplicitamente due dei più grandi intellettuali trascendentalisti americani:

Credo possiate dire a Emerson, a Whitman e a James: nelle mie vene scorre il sangue dei poeti e dei saggi dei tempi antichi, ed è mio desiderio venire a voi ed essere accolto, ma non verrò a mani vuote.

(Ibidem, p. 140)

Essere buoni cittadini, di origine siriana, ma comunque americani, significa, per Girbran, poter

stare dinanzi alle torri di New York, Washington, Chicago e San Francisco, e dire in cuor vostro: discendo da un popolo che ha costruito Damasco e Byblos, e Tiro e Sidone e Antiochia, e ora sono qui per costruire insieme a voi, mosso dal vostro medesimo desiderio.

(Ibidem, p. 141)

Forte è dunque la volontà da parte dei poeti arabi della diaspora di integrarsi con la nuova società americana (Mikhail Naimy addirittura si arruolò nell’esercito statunitense e fu mandato a combattere in Francia durante la prima guerra mondiale), a patto però di non essere costretti a rinunciare alla propria cultura di origine e alla propria patria, la cui lontananza sarà un filo rosso onnipresente nelle loro opere.

Il Profeta (1923): Sufismo Trascendentalismo Americano 

 

Non a caso Il Profeta, l’opera più famosa di Khalil Gibran, pubblicata nel 1923 e scritta in inglese, inizia con una partenza, con una nave  che arriva in un porto e con un uomo, Almustafa, the chosen and the beloved (G.K.Gibran, The Prophet, London, Vintage Books, 2013, p.3), che si deve congedare dagli abitanti di quella città che lo aveva accolto calorosamente dodici anni prima. E lo fa not without a wound in the spirit (Ibidem, p.4), perché si rende conto di aver disseminato fra quelle strade e fra quella gente too many fragments of the spirit (Ibidem). Ma la nave è ormai in porto, e i marinai sulla prua sono pronti a sbarcare e Almustafa sente che

the sea that calls all things unto her calls me, and I must embark.

For to stay, though the hours burn in the night, is to freeze and crystallize and be bound in a mould.

(Ibidem, p.5)

Prima di partire, però, dona a coloro che sono venuti a salutarlo le sue istruzioni e i suoi pensieri, formulati nel corso dei lunghi anni passati fra le mura di quella città. I suoi ammonimenti si articolano nei ventisette capitoli in cui è suddivisa l’opera. Ad una ad una vengono toccate tutte le grandi problematiche che da sempre sono al centro della vita di ogni uomo, dal piacere ai figli, dalla libertà alle leggi, dall’amore e dall’amicizia fino alla religione, alle preghiere, al tempo e infine alla morte.

Anche se nato da una famiglia cristiano maronita, Gibran entrò fin da piccolo in contatto con la religione islamica e in particolare con il sufismo, quella corrente da sempre perseguitata dagli integralisti che pone alla base dell’esperienza religiosa la spiritualità, lo sforzo personale e costante di rivivere l’esperienza della predicazione del Profeta attraverso l’introspezione. E infatti alla religione Gibran dedica un’intera sezione di The Prophet; una religione la sua che è prima di tutto dubbio. Scrive Gibran:

And I the believer was also the doubter;

For often have I put my finger in my own wound

(Ibidem, p. 110)

Una religione che è come quella dei trascendentalisti che non può essere incastrata nei solchi della pura ortodossia, ma che deve essere vissuta intimamente, in un rapporto diretto fra uomo e Dio, e che si esprime nella e attraverso la natura. Una religione, infine, il cui scopo non è dividere, bensì unire, spingere popoli diversi a conoscersi, in una comune aspirazione alla pace e alla felicità; perchè come scrive Whitman:

I know that the hand of God is the promise of my own

and I know that the spirit of God is the brother of my own,

and that all the men ever born are also my brothers.

(W. Whitman, Foglie d’Erba, Milano, Oscar Mondadori, 1977, p. 75)

E così come Whitman si autoproclama the poet of the woman the same as the man (Ibidem, p.75), in un canto da cui neppure i ladri, le prostitute e i parassiti sociali, devono essere esclusi, allo stesso modo per Gibran la preghiera è quel mezzo che permette all’uomo di innalzarsi:

to meet in the air those who are praying at that very hour.

(The Prophet, p.83)

Dio, infine, può essere trovato ovunque, sia fra i bambini che giocano nel parco sia nel vasto spazio che ci circonda, dove lo si può vedere walking in the cloud, outstretching His arms in the lightning and descending in rain (Ibidem, p.96).

Dio quindi è nella Natura e, infatti, sia nelle parole di Almustafa che nelle poesie di Whitman e di Gibran, ricorrono spesso metafore naturali, quasi come se l’universo della Natura, con le sue piante, i suoi venti, i suoi uccelli, la terra e gli alberi fosse lo sfondo su cui proiettare il proprio presente, o meglio uno strumento attraverso cui esorcizzare le ansie e le angosce della vita.

E così, ne Il Profeta, coloro che offrono i loro beni e il loro aiuto agli altri senza rimpianto vengono paragonati al mirto, quel mirto che nella valle breathes its fragrance into space (Ibidem, p.23). E ancora, riguardo alle pratiche del bere e del mangiare, Gibran si augura che gli uomini possano vivere della fragrance of the earth, and like an air plant be sustained by the light (Ibidem, p.26) e anche in inverno, quando al caldo versiamo il vino nelle coppe, ci invita a ricordarci dei giorni d’autunno della vendemmia:

let there be in your heart a song for each cup;

and let there be in the song a remembrance for the autumn days, and for the vineyard, and for the winepress.

(Ibidem, p. 28)

Così anche la morte, per essere spiegata, necessita della natura e diventa come un gufo, i cui occhi notturni non possono svelare the mystery of light (Ibidem, p.97): morire, scrive Gibran, non è altro che stare naked in the wind (Ibidem, p.98). Nelle parole di Gibran risuonano gli stessi inviti ad un’unione mistica con la natura che percorrono tutta l’opera di Walt Whitman, che scrive in Song of Myself, il canto che apre la raccolta Foglie d’erba:

I am he that walks with the tender and growing night

I call the earth and sea half-held by the night

(Foglie d’Erba, p.75)

Il vento, come il vento di Shelley, sembra soffiare attraverso le pagine di tutta l’opera di Whitman e toccare, ad una ad una, ciascun canto in cui essa è divisa. A partire proprio da Song of Myself in cui il poeta invoca la night of south winds-night of the large few stars! Still nodding night-mad naked summer nights (Ibidem, p.75),  fino al famoso inno in memoria del Presidente Lincoln, in cui il poeta, vagando in silence the transparent shadowy night (Ibidem, p. 197), cerca disperatamente le parole per intonare un canto al Presidente Lincoln, assassinato nel 1865. E per farlo si rivolge proprio al vento:

Sea-winds blown from east and west,

blown from the Eastern sea and blown from the Western sea, till there on the prairies meeting,

These and with these and the breath of my chant,

I’ll perfume the grave of him I love

(Ibidem, p. 199)

Così anche Whitman si appella alla natura e diventa un tutt’uno con essa, affinché lo possa aiutare nel cantare la morte del Presidente Lincoln, nel cantare, paradossalmente, una morte che è stata tutt’altro che naturale. I go with wind, dice Almustafa accomiatandosi dalla gente di Orfalese, the wind bids me leave you (The Prophet, pp. 101-2)

All’esaltazione della natura si lega l’esaltazione del lavoro, in particolare di quello manuale, visto come vera forma di libertà e di realizzazione dell’uomo, e i cui rumori, prodotti dal mazzuolo e dal martello, dall’ascia e dalla cazzuola, sembrano fondersi con quelli della natural life of the woods (Foglie d’Erba, p. 122). Nel descrivere il lavoro come l’atto grazie al quale si realizza apart of earth’s furthest dream (The Prophet, p.30) e nel sostenere che l’uomo, lavorando, può inserirsi nel ritmo naturale della terra, Gibran sembra avere davanti agli occhi la fotografia di Whitman apparsa sulla prima edizione di Foglie d’Erba: fotografia in cui il poeta è ritratto con la camicia dei lavoratori manuali aperta sul davanti, una mano in tasca e in testa un cappello a larghe tese.

 

Nel suo elogio al lavoro che è il Canto della scure, Whitman, che aveva lavorato come falegname insieme al padre e ai fratelli presenta, come in un quadro, gli house-builder at work in cities or anywhere, i muratori with trowels in their right hands, i pavimentatori forcing the planks closet o be nail’d, il pompiere alle prese con l’incendio that suddenly bursts forth in the close-pack’d square e il fabbro ritto davanti alla fornace, una processione di uomini che hanno i loro antenati comuni nei primi pazienti lavoratori, coloro che costruirono the far-off Assyrian edifice and Mizra edifice (Foglie d’Erba, pp.122-4). Assiri e americani, tutti uniti in quello che per i trascendentalisti americani costituiva il fondamento di un nuovo modo di vivere la propria vita: il lavoro in comunità e a contatto con la natura. La sezione intitolata The Sleepers è forse l’emblema di quel sentimento di fratellanza, che ricorre, canto dopo canto, in tutta l’opera di Whitman. The diverse shall be no less diverse, but they shall flow and unite (Ibidem, p. 244), scrive il bardo d’America, il quale, sognando, sostiene di essere in grado di sognare

all the dreams of the other dreamers,

And I become the other dreamers

(Ibidem, p.230)

Allo stesso modo Gibran ricorre all’attività onirica quando alla fine de Il Profeta scrive che in your sleep your dreams were my dreams (The Prophet, p.103).

Outsiders: la nostalgia del proprio paese, la loneliness americana

Nonostante a New York e a Boston fosse attiva una solida comunità di siriani e libanesi e sebbene il logo della Associazione della Penna rechi, oltre alla scritta in arabo, anche la denominazione del luogo in cui i suoi membri si riunivano, ossia lo studio-appartamento di Gibran al 51 West 10th Street di New York, la nostalgia verso il proprio paese di origine è come un fiume sotterraneo che affiora continuamente fra i versi dei poeti arabi della diaspora.

In una sua celebre poesia, per esempio, l’altro grande muhāğirūn Ameen Rihani scrive di aver sognato di poter tornare asinaio / per le strade soleggiate di Baalbek ; ma quando il sogno si interrompe egli deve prendere atto di essere in un parco pubblico della lontana New York ((Poeti arabi della diaspora, p.58). Così anche in Gibran, nei momenti in cui il paesaggio americano e le grandi città sembrano essere i veri protagonisti dei suo versi, la nostalgia per il Libano permea ogni parola, aprendo nuovi e improvvisi squarci che rivelano ancora una volta la sua anima divisa.

Sono uno straniero che ha attraversato la terra da Oriente a Occidente

ma non ho trovato un luogo ove posare il capo, né qualcuno che mi conoscesse e mi prestasse ascolto

(The Prophet, p. 1039)

Il poeta dunque come outsider, come a word in a foreign language (M.Atwood, The Journals of Susanna Moodie, Ontario, Oxford University Press, 2016, p. 11), uno straniero sia fra gli americani che fra la sua gente, come un ragazzo steso sul fondo della sua zattera – zattera che come scrive Alessandro Portelli può solo seguire una corrente che scorre in una direzione sola (Canoni americani, Oralità, letteratura, cinema, musica, a cura di Alessandro Portelli, Roma, Donzelli Editore, 2004, p. 171)- e ascolta in silenzio e senza intervenire le voci della gente talking at the ferry landing (M. Twain, The Adventures of Huckleberry Finn, London, Harper Collins, 2013, p. 36), e poi, via via che la sua zattera si allontana, anche le voci si fanno più fioche e meno comprensibili e alla fine non rimane che un mormorio and now and then a laugh, too, but it seemed a long ways off (Ibidem, p.37). Huckleberry Finn fugge da un adulto all’altro, da una restrizione all’altra, con in tasca il sogno di raggiungere il Territorio Indiano dopo aver vagato per giorni e giorni lungo il corso fangoso del Mississippi insieme ad uno schiavo fuggiasco, immerso nella natura del Missouri, libero, ma anche solo: allo stesso modo Khalil Gibran vaga fra Occidente e Oriente, fra Parigi e New York, fra Beirut e Boston, alla ricerca di una vera identità in cui rispecchiarsi. Ma alla fine si ritrova comunque solo, straniero a se stesso, avvolto dalla nebbia e dal silenzio (Poeti dell diaspora, p.84). E come scrive Emilio Varrà, la sua è la

loneliness di tanti disperati del western o dei film on the road; è la malinconia notturna di Philip Marlowe, è la cupa disperazione di tanti blues, è la coscienza di essere solo e diverso di Travis Bickle in “Taxi Driver.

(E. Varrà, La zattera dell’immaginario, Cesena, Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, 1999, p. 84)

Egli è un vagabondo, un girovago, che fa parte di quella schiera di wanderers, ever seeking the lonelier way, begin no day where we have ended another day; and no sunrise finds us where sunset left us (The Prophet, p.101). Anche quando la terra dorme, i vagabondi viaggiano, scrive Gibran; allo stesso modo la vita sulla zattera di Huckleberry Finn è segnata dal levarsi e dal calar del sole, e la notte non è meno amica del giorno.

Il poeta come profeta e veggente: separazione fra due mondi diversi.

In arabo ‘poeta’ si dice شاعر , shāir, che alla lettera significa colui che sente più degli altri e con maggiore profondità. Nelle poesie di Gibran il poeta è sempre un profeta, un veggente, colui che, in mezzo alla folla, o in disparte, drunk with my own aloneness (Ibidem, p.108), è in grado di penetrare la vera essenza delle cose, sia essa positiva o negativa, fonte di gioia o di sofferenza.

Il poeta di Gibran è un nuovo tipo di intellettuale, non dissimile da quello auspicato da Emerson nel suo discorso tenuto nel 1873 intitolato The American Scholar: un Uomo nuovo, che riesce a far convivere pensiero e azione, riflessione e movimento, un sacerdote pronto a vivere nella comunità – che sia quella di Brooke Farm o quella della città di Orfalese – ma al tempo stesso anche pronto a salpare verso una vita di solitudine e di riflessione; colui che fra gli olivi del suo Libano riesce a vivere la vita nella sua semplicità originaria al punto da arrivare ad immedesimarsi con la Natura e poter dire I am nothing. I see all, come scrive Emerson in Nature, il saggio e manifesto del trascendentalismo. In parte dunque il poeta per Gibran è ciò che effettivamente fu Thoreau: insegnante pronto a dispensare la sua saggezza, eremita in una capanna edificata su un terreno di proprietà di Emerson, ma anche uomo pragmatico e individualista, e infine attivista politico che ritiene giusto non rispettare le leggi se sono ingiuste.

Ma per Gibran essere poeta e artista significa anche e soprattutto essere uno straniero in questo mondo, un folle che ha perduto il senno nel regno dei ğinn (Poeti arabi della diaspora, p.129), perso quindi fra quelli che la cultura islamica considera esseri intermedi tra uomini e angeli, spiriti che popolano la natura, in alcuni casi buoni, in altri cattivi. Sono un poeta che mette in versi ciò che la vita mette in prosa e mette in prosa ciò che la vita mette in versi. E perciò sono uno straniero scrive Gibran, in quella che, almeno in una prima fase della sua vita, è una radicale separazione dal mondo, un’alienazione totale.

Un’alienazione simile a quella dell’uomo che di sera, sul viale Karl Johan, va controcorrente nel famoso quadro di Munch, e simile a quella di Martin Eden, preso fra due mondi proprio come Gibran era preso fra Occidente e Oriente. Fin dalle prime pagine del romanzo di Jack London vediamo come la vita di Martin Eden sia movimento, un continuo e instancabile movimento che lo porta prima ad affermarsi all’interno della sua bassa classe sociale, come uomo forte e capace di affrontare e uscire vincitore dalle risse di strada, e poi, grazie al duro lavoro e allo studio costante e sfibrante, ad elevarsi al di sopra della massa proletaria di San Francisco, al di sopra del massacrante lavoro in lavanderia e delle sbronze del sabato sera, per arrivare finalmente a mettere su carta ciò che sente dentro.

Finalmente, dopo innumerevoli rifiuti, viene accettato e addirittura celebrato da quella società che per mesi e mesi non aveva fatto altro che rifiutarlo. Il successo arriva però troppo tardi per Martin Eden e la disillusione e la depressione lo riportano infine all’Oceano, all’acqua, ai pesci che sfiorano il suo corpo bianco mentre egli sta cercando di sopprimere la sua fortissima volontà e morire. Il successo giunge così come una beffa, e non riesce a lenire il sentimento provato da Martin Eden di trovarsi veramente al di là di una barriera, di essere infine un outsider sia fra la sua gente che non ha mai smesso di amarlo, sia fra quella classe alta che ora lo desidera a tutti i costi. Un outsider preso fra due mondi, che sceglie infine una morte per acqua saltando giù dalla nave Mariposa e annegandosi.

He was too deep down. They could never bring him to the surface

(J. London, Martin Eden, Leipzig, Amazon Distribution, 2016, p. 133)

leggiamo mentre le luci della nave si allontanano sempre di più, mentre Martin Eden sempre più affonda nelle acque dell’Oceano separandosi dalla vita e mentre il continuo movimento che era stato la sua vita si arresta. Come Martin Eden, grazie alla sua enorme forza di volontà, riesce diventare da semplice e rozzo marinaio a scrittore di successo, anche Gibran compie un’evoluzione: da povero immigrato libanese diventa un intellettuale, un poeta, un pittore a infine l’animatore di un vivace circolo letterario a New York. E proprio come gli scritti di Martin Eden vengono per mesi e mesi rifiutati dalle riviste, così la critica angloamericana raramente ha visto di buon occhio le opere di Gibran e degli altri muhāğirūn, considerandole prolisse e prive di grazia. (Poeti arabi della diaspora, p. 133)

Un rapporto con la società circostante che è conflittuale e problematico, e che portò Gibran a scrivere nel 1923 una famosa poesia dall’emblematico titolo Voi avete il vostro Libano e io ho il mio. Il Libano dei burocrati e dei politici è un rompicapo politico senza soluzione, un governo con infinite teste, una partita a scacchi tra un capo religioso e un comandante dell’esercito: a tutto questo Gibran oppone il suo Libano, i cui figli emigrano ma poi tornano, il Libano dei lavoratori e dei poeti, ma soprattutto un paese dalla natura imponente, in cui l’albero di olivo che il contadino pianta su uno dei pendii del Libano durerà più a lungo di tutte le vostre azioni e di tutte le cerimonie funebri. Ancora una volta la Natura è un rifugio rassicurante (Antologia della letteratura araba contemporanea, a cura di M. Avino, I. Camera d’Afflitto, A.Salem, Roma, Carocci Editore, 2015 p. 65-69); quella stessa natura che avvolge Huckleberry Finn mentre è sulla sua zattera con il fuggiasco Jim, che avvolge Martin Eden mentre sta morendo, e che avvolge Whitman mentre legge i grandi poeti del passato in riva all’oceano.

 

 

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By | 2017-10-31T17:50:21+00:00 maggio 8th, 2017|Best Essay Award|0 Comments

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