Get Out: il Male sotto gli occhi dell’America6 min read

Jacopo Norcini Pala recensisce Get Out, uno dei candidati agli Oscar 2018 più inaspettati e sorprendenti per il delicato tema che il film tratta, sul ruolo dello stereotipo e del pregiudizio nell’America rurale.

Con l’avvicinarsi della breve stagione degli Oscar, è già iniziata anche qui in Italia l’imponente maratona di cinefili alla caccia del film più trendy dell’anno: ma tra il viaggio emozionale di Call Me By Your Name e la fantasia eterofila di The Shape of Water, la sobrietà maliziosa di The Phantom Thread e la grandeur di Dunkirk, fino ad arrivare alla nera ironia punk di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, il candidato outsider per eccellenza di questa edizione degli Academy Awards sembra essere Get Out di Jordan Peele. La nomination di questo horror rappresenta, almeno agli occhi di chi scrive, un punto importante nella recente storia hollywoodiana: da una parte perché simbolizza la fine del colossale stigma inflitto al genere horror dagli alti papaveri dell’industria; dall’altra, perché prosegue una fin troppo bistrattata linea di pensiero secondo la quale film intelligenti non possono sfondare ad Hollywood. Se infatti la gran parte dei film citati in precedenza risultano visivamente e tematicamente splendidi, Get Out risponde a questo generale sfavillio con una pienezza di contenuti e sottigliezze quasi maniacale a fronte di una regia molto più sporca e amatoriale: un risultato antitetico e praticamente impossibile da eguagliare per gli altri candidati.

Probabilmente il più grosso punto a favore del film di Peele è la voglia di far equivocare ad ogni costo il senso della storia. Il regista in più interviste ha definito Get Out come un film per due tipologie di pubblico, bianchi e neri, che devono rimanere in ogni caso terrorizzati alla fine del film, sebbene per motivi differenti. A dispetto di tutto ciò, il giovane autore gioca di continuo con toni da black comedy attraverso tutta la vicenda della propria opera, creando un accattivante parallelismo satirico sui temi della discriminazione, del razzismo e dell’inconscio.Slavery

La trama di Get Out si contorce su se stessa, si contraddice e dialoga costantemente tra sé e sé: così, la visita controvoglia del fotografo di colore Chris (intepretato da un Daniel Kaluuya in stato di grazia) ai genitori della sua fidanzata Rose (Allison Williams) si trasforma prima in una paranoia razzista e poi esplode in un tripudio di body horror, fantascienza dell’incubo e sanguinolenta vendetta. Evitando troppi spoiler, alcuni degli elementi più incredibilmente accurati e minuziosi vengono alla luce in continuazione e dopo ripetute visioni del film: lo scontro con un cervo sulla strada assume un significato profondamente diverso quando si scoprono i disturbi psicologici di Chris; allo stesso modo, l’insistenza di Rose nel non lasciar schedare il proprio ragazzo da un poliziotto viene totalmente capovolta nel finale; alcune battute dei personaggi possono essere rilette sotto altri, e ben più inquietanti punti di vista; e pare ironico che sia del cotone, simbolo per eccellenza della storia della schiavitù nera, a permettere a Chris di salvarsi dalla morte certa.Poster

Get Out insiste su alcuni dei più gratuiti stereotipi del genere e li rivolta totalmente: basti pensare ad uno dei tropi horror per eccellenza, il celebre Black Dude Dies First, che è qui capovolto in modo che alla fine della fiera siano soltanto i personaggi di colore ad essere salvati; uno degli amici di Chris continua instancabilmente a sostenere, in un ironico sforzo meta-cinematografico, che il protagonista sia finito all’interno di un film horror ogni volta che vengono alla luce dettagli inquietanti. Lo stravolgimento è ancora più ironico in quanto in un primo momento il personaggio interpretato da Kaluuya prova in ogni modo a negare che ciò che vede sia quello che l’apparenza lascia trasparire, rifiutandosi di trovarsi a tu per tu con l’orrore.

Orrore che non è, come sarà rivelato nel film, una fantasia schiavista, ma che comunque gioca attorno al concetto per tutta la durata del film: lo spettro del razzismo è più che mai presente e disturbante, in quanto subdolo e sabotato all’interno del film stesso. La famiglia di Rose è di buona estrazione sociale e culturale, possiede una bella casa in campagna e partecipa con gioia ai riti dell’alta borghesia bianca americana: ogni atteggiamento nei confronti di Chris è al limite dell’amorevole e del politically correct, eppure non si riesce a non leggere quella che appare come una pesante ed accomodante forzatura nei confronti della “vittima sacrificale” del momento. O almeno, questo è quello che appare allo spettatore: con un protagonista che è per più di una buona metà del film l’unica persona di colore in un mare di figure di etnia diversa, Get Out si diverte a giocare con il pregiudizio e fa credere agli spettatori che il colore sia l’elemento scatenante dell’incubo; un pregiudizio che colpisce anche Chris, che si ritrova attirato in questa sofisticata trappola dialogando con un mercante d’arte (bianco) cieco. L’impossibilità del vedere funziona come apparente schermo dal cripto-razzismo e ciò riesce a confortare il protagonista quel tanto che basta per spingerlo ancora più profondamente verso il fondo del suo personale inferno.

Il singolo momento in cui ci si rende conto del ruolo fondamentale della decostruzione del pregiudizio è la singola sequenza antecedente al finale: dopo una spericolata e fortunosa fuga, Chris, armato di fucile, si trova a confrontarsi per l’ultima volta con Rose. Improvvisamente l’ambientazione notturna viene rischiarata dalle luci rosse e blu delle sirene di una volante: e nonostante tutto quanto quello che lo spettatore ha osservato e che i protagonisti hanno vissuto, è Rose (essenzialmente la villain dell’intera vicenda) a sorridere mentre Chris lascia cadere l’arma e appoggia le mani dietro la testa. La realizzazione di ciò che stia accadendo è immediata: uomo armato di colore assalta ragazza bianca indifesa sotto gli occhi della polizia. Alla luce dell’attuale situazione socio-politica statunitense, quest’ultimo momento ribadisce ancora una volta eloquentemente come il pregiudizio e il razzismo insito in ognuno di noi distorcano la realtà, creando a loro volta nuovo orrore e nuova ingiustizia. Tanto più che Jordan Peele aveva inizialmente pensato di non stravolgere la scena, che diviene nella versione finale uno dei momenti più anarchici, ilari ed empowering dell’intero film, ma di fare arrestare Chris e ribadire come il problema sia ancora lontano dalla soluzione. Solamente l’ennesima triste ondata di police brutality operata nei confronti di afroamericani nei mesi precedenti all’uscita del film ha convinto il regista a cambiare il finale, rendendolo un glorioso trionfo della vera giustizia nei confronti dello Stato.BLM

Alla luce di questa breve riflessione, è difficile immaginare quale possa essere il risultato agli Oscar di un film come Get Out, ma è indubbio che portare un film del genere fino alla serata di gala del 4 marzo sia già un trionfo e un riconoscimento dell’indubbia abilità di Peele nell’aver confezionato uno dei film più taglienti degli ultimi anni senza rinunciare alle velleità del cinema mainstream: gli incassi al botteghino sono, inoltre, segnali di un’augurabile presa di coscienza del pubblico americano di fronte ad un problema così complicato. Get Out è, insomma, un film scomodo e divertente, e probabilmente la pellicola più rappresentativa del 2017 su quello che ha da dire. Inutile dire che chi scrive terrà le dita incrociate quella notte, sperando che anche il resto dell’industria cinematografica se ne renda conto.

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By | 2018-02-02T14:20:30+00:00 febbraio 2nd, 2018|Recensioni|0 Comments

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Musicofilo in erba, amante del surreale, dell'inconscio e dell'alternativo, curioso per natura.

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