Nell’intervista di Federica Manzon uscita il 5 gennaio su La Lettura, Aleksandar Hemon – romanziere balcanico famoso per il suo Spie di Dio (2000) – ha dichiarato: “Qui negli Stati Uniti la narrativa ha fallito”.
Un’affermazione forte che demonizza un’enorme e sostanziosa parte della cultura occidentale. Lo scrittore, infatti, sostiene che la letteratura mitteleuropea è ferma a centocinquant’anni fa e che l’accademia svedese si interessa solo ad autori che “scrivono separati dal mondo”, mentre l’obiettivo della letteratura dovrebbe essere un altro: 

I confini sono concetti immaginari, qualcosa che i lettori hanno nella testa. Espandere questi confini per me significa che la lettura di un libro trasforma la tua esperienza di mondo. Io amo leggere qualsiasi tipo di libro, ma i miei preferiti, e sono i più rari, sono quei libri che ti costringono a rivedere la tua conoscenza del mondo e della letteratura.

Ciò che probabilmente Hemon sta trascurando è che vi è un’enorme filone della letteratura nordamericana che mira proprio all’espansione di questi confini: il Climate Fiction. Probabilmente è vero che parte della critica letteraria è ferma a una questione estetica (sempre secondo Hemon) ma è anche vero che negli ultimi anni vengono sempre più spesso pubblicate storie in grado di allargare gli orizzonti, spronando a i lettori a farsi delle domande.

Nel 2016, infatti, l’Imagination and Climate Futures Initiative (ICF), un’iniziativa culturale dell’Arizona State University che mira a ricercare gli effetti dei cambiamenti climatici nelle sfere politiche, culturali, letterarie, artistiche, civili, decisionali, ha pubblicato la prima antologia del Climate Fiction: Everything Change Volume I, edito da Milkoreit, Martinez ed Eschrich. Il titolo del libro richiama la famosa frase di Margaret Atwood, scrittrice canadese fortemente convinta dell’influenza del cambiamento climatico su ogni aspetto della vita reale.

L’antologia, commentata anche da Kim Stanley Robinson, famosissimo scrittore statunitense, è un importante traguardo per un genere ancora poco conosciuto. L’idea nasce dal Climate Fiction Short Story Contest 2016, una delle attività dell’ICF. L’obiettivo è cercare di attirare quante più persone possibili nella conversazione sui cambiamenti climatici e sul futuro. Sono stati invitati scrittori di tutto il mondo a immaginare come si svolgerà il cambiamento climatico, a raccontare una storia avvincente su quel futuro e a condividerlo con il progetto. I curatori sperano che questa raccolta aiuti i lettori a dare un senso ai cambiamenti climatici, a confrontarsi con tutte le emozioni sconcertanti associate allo scenario attuale e prossimo legato al destino del pianeta, soprattutto, a facilitare le conversazioni sul futuro che vogliamo, ponendo le basi su come raggiungerlo.
Come scrive Stanley Robinson nella prefazione dell’antologia: 

We decide what to do based on the stories we tell ourselves, so we very much need to be telling stories about our responses to climate change and the associated massive problems bearing down on us and our descendants. (Stanley Robinson, 2016: IX)


È evidente, quindi, un’idea di letteratura che non si allontana affatto dalle parole di Hemon e che dimostra, però, che la letteratura statunitense non ha del tutto fallito.

La call per gli artisti comprendeva tre criteri che riflettevano le loro stesse ipotesi sul potenziale potere del Climate Fiction di aiutare le società a gestire i cambiamenti climatici. L’ICF ha chiesto storie che mettessero in scena il futuro della terra e dell’umanità a fronte del cambiamento climatico. Non solo: i racconti dovevano essere in grado di rispecchiare le attuali conoscenze scientifiche sui futuri cambiamenti climatici invitando e spronando gli individui, le comunità, le organizzazioni o le società a prendere sul serio le sfide ambientali di oggi, con decisioni, politiche e focus su una nuova responsabilità morale verso l’ambiente e il futuro. Tutto ciò doveva essere raggiunto mediante la scrittura e lo storytelling di alta qualità
Questi criteri sono serviti da guida per il processo di valutazione che consisteva in quattro fasi: le prime tre di valutazione per restringere il campo da 743 proposte a 12 finalisti, e un selezione finale delle cinque storie vincitrici (un vincitore del primo premio e quattro secondi classificati) operata proprio dalla leggenda della fantascienza Kim Stanley Robinson. Il team di giudici ha apportato una vasta gamma di competenze, riflettendo la diversità delle prospettive necessarie per comprendere e affrontare il cambiamento climatico stesso. 
L’argomento delle storie che sono state ricevute è stato enormemente diversificato, spaziando dall’intelligenza artificiale agli alberi di nanotecnologia carnivora, passando poi per comunità indigene, spionaggio aziendale, rifugiati climatici e intrighi politici. Non sono mancate, inoltre, storie fantastiche alimentate da magia, misticismo e storie di futuri lontani, di alieni e altri mondi.
Nonostante questa straordinaria diversità, una serie di temi comuni sono emersi da storie realizzate in cinque diversi continenti. Innanzitutto, gli autori affrontano il cambiamento climatico come un’esperienza completamente umana e spesso individuale. In secondo luogo, simile alla pluripremiata narrativa Cli-Fi in vendita in qualsiasi libreria, la maggior parte delle storie dell’ICF immagina mondi cupi e distopici in cui perderemo gran parte di ciò che amiamo – e diamo per scontato – delle nostre realtà attuali.
Questo pessimismo sembra riflettere non solo un umore sociale nel mondo industrializzato, ma anche l’umore dell’umanità. La storia distopica porta con sé una serie di motivi che sono già a rischio di diventare cliché del Cli-Fi: la semplificazione della vita della comunità; la ricerca; la scomparsa delle isole e la riduzione della mobilità in un mondo non globalizzato e disconnesso. Ciò che sembra pesare molto sulle menti degli scrittori sono lo sfilacciarsi e il cambiare delle relazioni familiari, le preoccupazioni circa la disponibilità di cibo e la perdita di luoghi e case, ma meno frequentemente di specie o ecosistemi non umani.
Diversi autori hanno esplorato l’attribuzione della responsabilità per i cambiamenti climatici raccogliendo le loro storie con personaggi attraverso le diverse generazioni. Hanno utilizzato spesso la relazione nonno-nipote per esplorare le connessioni tra il passato (cioè il presente dei lettori, in cui questo mondo è ancora intatto) e il futuro (cioè il presente dei protagonisti, che di solito presenta sfide radicalmente diverse). Concentrarsi su nonni e nipoti evita alla generazione di genitori – a cui l’antologia si rivolge – che presumibilmente è responsabile della creazione, o almeno della non-correzione, del disordine climatico. Attraverso i pensieri e le esperienze delle generazioni più vecchie e più giovani, gli argomenti e le emozioni difficili trovano espressione: spesso un accenno di colpa e un pizzico di rabbia, una richiesta di giustizia (probabilmente non forte come dovrebbe essere), ma raramente il bisogno di vendetta.
Molte delle storie presentate al concorso hanno sollevato problematiche emotive che i giovani affrontano all’alba di una trasformazione climatica: cosa significa avere figli? È necessario averne? Cosa si può fare quando ci si sente impotenti di fronte a un cambiamento sconvolgente? Con chi arrabbiarsi e qual è il modo migliore per esprimere questa rabbia? Come gestire la perdita di persone, idee e aspettative, luoghi ed esperienze, specie, normalità e talvolta persino speranza? Quali saranno le fonti di eccitazione, gioia e felicità in un futuro che incombe oscuro e incerto?

Ecco, lo scopo di Everything Change Volume I è di rispondere a queste domande, e di farlo dando voce ad autori sconosciuti ai più. 

Negli Stati Uniti sono stati scritti grandi libri e girati grandi film, ma credo che la letteratura, come sforzo collettivo, abbia fallito da tempo. Le è mancata la capacità di vedere e affrontare il marcio nel cuore del progetto americano.

Sono queste le parole di Aleksandr Hemon, parole che, però, probabilmente ignorano tutta questa parte della letteratura statunitense, occidentale e mondiale. La nuova letteratura sta affrontando il marcio che c’è nel mondo, c’è però bisogno di diffonderla e, proprio per questo, nascono le antologie.

 

Bibliografia

Manzon Federica, “Hemon su Peter Handke « Nobel  disprezzabile»”, La lettura, 5/01/20
Milkoreit, Manjana, Meredith Martinez, and Joesy Eschrich. “Everything Change: An Anthology of Climate Fiction.” Tempe: Arizona State University Center for Science and the Imagination(2016).
Immagine da Asu Now