Evergreen Frankenstein5 min read

Il 14 Luglio è stata presentata a Bologna alla rassegna cinematografica estiva in Piazza Maggiore “Sotto le Stelle del Cinema“, la versione restaurata di “Young Frankenstein” di Mel Brooks del 1974, di seguito recensita da Alberto Militello.

“Frau Blücher!”

Se avete appena sentito un tuono e un nitrito o se guardando questo brevissimo video sapreste subito canticchiare le tre note che la rendono così drammatica, è tutta colpa di Mel Brooks e Gene Wilder.

Young Frankenstein (Frankenstein jr., Brooks, 1974) è un prodotto attualissimo, una pietra miliare della cultura di Internet. Ma nonostante i memes e le battute riproposte in infiniti modi, conosciute da tutti, il pubblico di Piazza Maggiore rideva a crepapelle, che fossero primi spettatori o affezionati ammiratori di Mel Brooks poco importava: questo film fa ridere ora come faceva ridere quarantatré anni fa.

A introdurre il film Claudio Bisoni, docente di storia del cinema all’Università di Bologna, entusiasta della grande partecipazione a questo evento che, come ha ben notato non ha bisogno di presentazioni. Da buon cineasta, Bisoni non si dilunga sui dettagli della trama, ma invita a godersi la proiezione in lingua originale con sottotitoli. L’umorismo di Brooks è molto legato ai giochi di parole, agli equivoci linguistici, il già citato “A.B. Normal”, reso semplicemente con “A. Normal” in italiano o lo scambio “Werewolves!? -There wolves, there castle” tra Igor e il dottore che ci ritorna impoverito come “ulu lì, ulu là”. L’idea del film, continua Bisoni, nasce negli anni ‘70, in pieno revival della Hollywood classica, in cui, solo per fare un esempio, un giovane Woody Allen, capo di quella scuola di comicità ebraica a cui lo stesso Brooks appartiene, ci regala un film come Play it again, Sam (Provaci ancora Sam, 1972), omaggio a Casablanca (Curtiz, 1942). Sarà dopo il successo ritrovato recitando in un film di Allen (Everything You Always Wanted to Know About Sex, But Were Afraid to Ask, 1972) che Gene Wilder, ideerà il soggetto per Young Frankenstein, con un’idea tanto semplice quanto geniale.

Nel ‘74, del mostro partorito dalla mente di Mary Shelley (Frankenstein, or the modern Prometheus, 1818) e del suo immaginario creatore si potevano contare almeno una dozzina di adattamenti tra opere teatrali e pellicole per il grande schermo, più o meno vicine alla visione dell’autrice. Queste andavano ad ampliare l’universo del moderno Prometeo ma in ogni caso hanno dato al personaggio una popolarità tale da trascendere il romanzo della Shelley e diventare una figura tra le più celebri della cultura popolare. Tra i vari titoli troviamo The Bride of Frankenstein (Whale, 1935), Frankenstein meets the Wolf Man (Neill, 1943), fino a The Ghost of Frankenstein (Kenton, 1942).

Brooks racconta in un numero del Los Angeles Times del 2010 che Wilder immaginò il nipote del celebre Dottor Frankenstein, che non voleva avere niente a che fare con la fama del nonno, ma che, anzi, se ne vergognava. L’amico racconta che, dopo una iniziale perplessità dovuta appunto alla così nutrita schiera dei precedenti, constatò: “That’s funny!”. Il risultato di questa collaborazione si racconta da solo: un film incastonato nella storia del cinema che rappresenta al meglio lo stile parodico di Brooks, nonostante manchi proprio la presenza fisica dell’autore per volere di Wilder, che (come racconta lo stesso Brooks intervistato da Conan O’Brien) non voleva per questo film le caratteristiche rotture della quarta parete tanto amate dal regista/attore e presenti in tutte le sue produzioni.

Un film esilarante, ma che dietro la maschera comica nasconde uno studio meticoloso dei precedenti cinematografici, “un omaggio al cinema” sostiene Bisoni. L’omaggio va in particolar modo a James Whale, attore e regista, pioniere del cinema dell’orrore. Durante il suo periodo di lavoro presso la Universal sarà autore di titoli come Bride of Frankenstein (1935), The invisible man (1933) e, ancor prima, proprio di Frankenstein (1931). Regista lodevole, ma allontanato dal mondo del cinema a seguito del suo coming out. Per questo film Brooks cerca di ricostruirne l’ambientazione e di ricreare i set della Universal, scegliendo nel pieno degli anni ‘70 di girare un film in bianco e nero, scatenando il panico tra i produttori.

Il punto di forza del film resta comunque il sistema attoriale, con comici di primo ordine, che arricchiscono la storia, rendendola unica. Di invenzione dello stesso Marty Feldman (Igor, o meglio Aigor) è, per esempio, l’espediente della gobba che cambia lato, con il quale si divertiva sul set fino a portare il regista a inserire lo sketch nel film. Ma, aneddoti a parte, Brooks omaggia, nella sua maniera personalissima, quella grande stagione del cinema americano rappresentato dalla Hollywood degli anni ‘30 e ‘40: il contrasto tra perfette inquadrature spettrali (tipiche di Whale, ma che strizzano un occhio anche all’espressionismo tedesco) e i folli personaggi, le parodia delle tecniche di suspence del cinema dell’orrore, la splendida fotografia di Hirschfeld con quegli aloni così retrò e con quello che forse è uno dei momenti più divertenti del film, Frankenstein e il suo mostro che ballano e “cantano” Puttin’on the Ritz, con l’immancabile scena di tip tap che guarda ai grandi musical del passato.

In ambito cinematografico i personaggi di Shelley non hanno mai smesso di suscitare l’interesse di autori e registi. Mi sento di ricordare, a tal proposito, due esempi recentissimi a riprova della completa indipendenza ottenuta dal personaggio del mostro di Frankenstein rispetto al suo originale contesto. Da un lato abbiamo l’imbarazzante I, Frankenstein (Beattie, 2014) in cui il mostro si trova nel mezzo di una millenaria lotta tra due clan di immortali e il singolare Frankeewinie (2012), menzionato anche da Bisoni, diretto da Tim Burton, film in stop motion in cui un giovane scienziato riporta in vita dai morti l’amato cagnolino.

Print Friendly, PDF & Email
By | 2017-07-17T13:17:53+00:00 luglio 16th, 2017|Recensioni|0 Comments

About the Author:

Leave A Comment