Asimov, Wiener, Pynchon: Il concetto di entropia come metafora9 min read

Nella fantascienza americana del secondo dopoguerra, il concetto di entropia viene utilizzato da diversi autori come metafora. Qui Roberto Andrés Lantadilla ne analizza l’uso fatto da due dei più importanti autori di fantascienza americani, Isaac Asimov e Thomas Pynchon.

1. Isaac Asimov e la seconda legge della termodinamica

2. Thomas Pynchon, gli anni ’50 e la wärmetod

3. The Crying of Lot 49: due tipi di entropia

1. Isaac Asimov e la seconda legge della termodinamica

How can the net amount of entropy of the universe be reversed?

(Isaac Asimov, The last Question)

The Last Question di Isaac Asimov venne pubblicato per la prima volta sul Science Fiction Quarterly, l’ultima pulp magazine americana dedita alla fantascienza. Era il 1956. La Golden Age campbelliana era al suo tramonto e il genere si impregnava dei temi dell’epoca: l’esaurimento delle risorse energetiche e, soprattutto, il terrore nucleare (Ashley 2008, pp. 68-70).

Questo racconto di Asimov – che lui stesso reputò essere il suo migliore – racchiude bene lo spirito dell’epoca attraverso quella tecnica cara alla divulgazione scientifica dai tempi di Galileo, ovvero il dialogo. Tutto il racconto ruota intorno a dialoghi tra poli opposti, ed esemplare è quello della prima scena, che si svolge tra due scienziati, Adell e Lupov: i due rappresentano i poli della visione scientifica, il primo l’ottimismo e il secondo il pessimismo. Il tema del dialogo riguarda il fatto che, grazie all’aiuto di un super computer (Multivac), l’umanità era appena riuscita a sfruttare l’energia del sole. Adell è entusiasta della scoperta, glorificando la tecnica che è riuscita a scoprire un’energia inesauribile. Proprio quest’ultima parola attiva le critiche di Lupov, che fa presente il fatto che in un sistema chiuso l’entropia deve incrementare fino al suo massimo e perciò tutto, compreso il sole, si esaurirà un giorno. In pratica, risponde con l’esatta formulazione di Rudolf Clausius della seconda legge della termodinamica. Il climax del dialogo è chiedere a Multivac l’ultima domanda: come si può invertire l’effetto dell’entropia? All’interno del racconto questa domanda viene ripetuta altre cinque volte, e il computer elaborerà la risposta soltanto quando ormai sarà troppo tardi.

Solo sei anni prima, nel 1950, Norbert Wiener – il padre fondatore della cibernetica – pubblicava The Human Use of Human Beings, una riscrittura per lettori non specializzati del suo Cybernetics del 1948: l’importanza di questo libro giace nelle sue riflessioni a carattere etico-sociale sulla scienza nell’epoca a lui contemporanea. Di particolare interesse è il secondo capitolo, Progresso ed entropia, che tocca tutti i temi forti dell’epoca, rielaborati poi da Asimov nel suo racconto. Il dialogo di cui ho fatto menzione sopra, infatti, sembra quasi avere la sua formulazione teorica nelle parole di Wiener:

La discussione tra ottimismo e pessimismo è antica quanto la civiltà. […] Oggi la disputa fra pessimisti e ottimisti si è acuita particolarmente e ambedue hanno preteso di fondarsi sul pensiero scientifico contemporaneo.  

(Wiener 1950, pp. 34)        

Non ci sono fonti dirette che testimonino il fatto che Asimov abbia effettivamente preso spunto da questo scritto per il racconto, ma un’influenza indiretta c’è sicuramente stata: John W. Campbell, mentore di Asimov e fondatore della Astounding Science Fiction, era uno degli allievi di Wiener al MIT di Boston. (Warrick 1980, pp. 54).

 

2. Thomas Pynchon, gli anni ’50 e la wärmetod

Nel 1960, un giovane neo-laureato alla Cornell University pubblica sul Kenyon Review un racconto dal titolo Entropy: l’autore è Thomas Pynchon, uno dei più misteriosi e, allo stesso tempo, più acclamati scrittori dell’epoca contemporanea. Benché in certi casi sia meglio evitare paralleli tra la vita e le opere di un autore, nel caso di Pynchon questo è ormai del tutto impossibile: ciò che più risalta dalla sua biografia è ciò che non si sa di lui, quegli spazi vuoti che danno continuamente vita ad astruse teorie di complotto, che sono poi la base delle sue complicate trame. La paranoia è la costante che accomuna tutte le sue opere, e riflette le preoccupazioni della sua epoca: Pynchon è un vero e proprio figlio dei tranquillized fifties, di quel dopoguerra ambiguo in cui alla ripresa economica faceva da contraltare il terrore nucleare della guerra fredda. In questo clima, in cui il senatore Joseph McCarthy seminava l’isteria anti-comunista, ogni cosa poteva significare qualcos’altro: questo è il vero cuore delle sue storie, questa ricerca infinita di un significato ulteriore nelle cose. Come scrive Guido Almansi, Pynchon è

il grande scrittore apocalittico dell’epoca moderna (. . .) Gli eroi dei suoi libri cercano faticosamente di raccogliere assieme le rovine del mondo per dare sostanza all’idea, insensata, che il mondo continui a essere sensato.

                                                                                                           (Almansi 2001, p. 9)

 

In altri termini, si potrebbe dire che i suoi personaggi, come quelli di The Last Question, non fanno altro che cercare incessantemente di contrastare l’azione dell’entropia.

Tornando al testo di Wiener sopracitato, il concetto di entropia viene qui associato alla visione pessimistica del progresso, in quanto se si considera l’universo come un sistema isolato, questo “tenderà a uno stato di disordine massimo”, in cui tutta l’energia “si esaurirà in ciò che Boltzman ha chiamato la Wärmetod, e cioè la distruzione termica della vita nell’universo” (Wiener 1950, pp.34-36). Questa era la visione di Lupov nel racconto di Asimov (e data la somiglianza etimologica, si intuisce che sia anche quella dello stesso scrittore). Non sorprende allora che uno scrittore apocalittico come Pynchon si sia appropriato di questo concetto.

Nel suo racconto giovanile Entropy, scritto tra il ’58 e il ’59, sono raccontate due scene che si svolgono all’unisono: protagonista della prima è una festa di beatniks che va avanti da due giorni, in cui il caos cresce esponenzialmente; nella seconda si racconta di Callisto, personaggio che vive in una specie di serra “sigillata ermeticamente”, descritta come “una piccola enclave di regolarità nel caos cittadino”. Al momento della narrazione, la sua paura più grande di si sta avverando: “malgrado la variabilità atmosferica, il mercurio era fermo sui 37° Fahrenheit” (Pynchon 1984, pp. 68-70).  Callisto, come ci dice lui stesso narrandosi in terza persona, “conosceva il teorema di Clausius, secondo cui l’entropia di un sistema isolato aumenta continuamente”. (Pynchon 1984, p. 70)

Questo racconto dal 1960 è rimasto inedito fino al 1984, momento nel quale è stato antologizzato nella raccolta Slow Learner insieme ad altri racconti giovanili. Particolarmente rivelante per la comprensione del racconto è l’introduzione che accompagna questa raccolta, che costituisce un raro esempio in cui Pynchon parla di sé stesso e della sua opera. Riguardo Entropy, l’autore svela le proprie fonti, spiegando che al tempo della stesura del racconto, tra il ’58 e il ’59, gli capitò di “leggere The Human Use of Human Beings di Norbert Wiener (. . .) più o meno nello stesso periodo di L’educazione di Henry Adams” (Pynchon 1984, pp. XVII). Su quest’ultimo non è sede qui per discuterne, ma basta dire che Henry Adams, storiografo americano del XIX secolo, spiegava l’aumento del caos con l’avvento del moderno capitalismo attraverso la seconda legge della termodinamica (Bruni 2011, p. 226). Riguardo a Wiener, vediamo come le sue idee abbiano avuto una notevole influenza su scrittori diversi come Asimov e Pynchon.  

3. The Crying of Lot 49: due tipi di entropia

Nel 1966 esce The Crying of Lot 49, l’acclamato secondo romanzo di Thomas Pynchon. L’eroina del romanzo è Oedipa Mass, giovane casalinga che all’inizio del romanzo viene sommersa da un gigantesco patrimonio, trovandosi nel centro di una rete di informazioni disparatamente collegate fra loro. Anche in questo caso, come il sopracitato Almansi ci ricorda, la sua avventura è quella di trovare un senso nel caos che la circonda.

Con questo romanzo, Pynchon torna ad usare il concetto di entropia come metafora, ma questa volta con implicazioni diverse. Come ci dice lo stesso autore nella sopracitata introduzione:

dopo aver avuto nei successivi settanta o ottant’anni un’utilizzazione settoriale, ‘entropia’ fu adottato da qualche teorico della comunicazione, il quale le diede quell’accezione cosmica e morale che conserva nell’uso corrente.

(Pynchon 1984, pp. XVII)

Nello specifico, Pynchon sta parlando di Claude E. Shannon, il quale nel 1948 pubblicò A Mathematical Theory of Communication. L’appropriazione del termine è giustificato dal fatto che la definizione matematica di informazione per Shannon, per pura coincidenza, fosse identica a quella di entropia teorizzata da Ludwig Boltzmnn. Ne deriva quindi che nella teoria dell’informazione l’entropia è una misura di disordine, che sta ad indicare il tasso di informatività di un messaggio: più quest’ultimo è imprevedibile e più sarà dotato di informazione. (Schweighauser 2011, pp. 145-148).

Una delle possibili chiavi di volta per la protagonista si trova proprio nell’anello mancante fra queste due discipline, fra questi due diversi tipi di entropia: un ingegnere nel quale Oedipa si imbatte all’interno del romanzo, sostiene di aver inventato una macchina che contiene “un autentico Diavoletto di Maxwell” (Pynchon 1966, pp. 80).

L’esperimento mentale, proposto da James Clerk Maxwell nel 1871, sostiene che un essere con la capacità di ripartire le molecole fra quelle calde e quelle fredde potrebbe violare la seconda legge della termodinamica. Come spiega Charles H. Bennett, con il tempo, quello che per Maxwell era solo un essere viene interpretato come un’intelligenza, in quanto capace di assorbire informazioni riguardo alle molecole (Bennett 1987, pp. 112). Ed è qui che il Diavoletto diventa la spiegazione dell’ipotetica coincidenza tra l’entropia di Boltzmann e quella di Shannon: “I due campi non avevano alcun nesso, salvo che per un punto: il Diavoletto di Maxwell” (Pynchon 1966, pp. 97).

La macchina che ci viene presentata nel romanzo, la Macchina Nefastis, non è altro che una variazione della macchina di Szilard, postulata da Leon Szilard nel 1929: quest’ultima smentiva in modo definitivo il postulato di Maxwell, in quanto la misurazione delle molecole da parte di un’intelligenza comporterebbe comunque un lavoro e perciò un aumento dell’entropia. Nella macchina del romanzo di Pynchon, invece, il lavoro avverrebbe solamente a livello mentale, in uno scambio di informazioni tra un sensitivo che osserva la macchina e il diavoletto di Maxwell che sta all’interno:

La comunicazione è la chiave – gridò Nefastis – Il Diavoletto trasmette i dati al sensitivo, e il sensitivo deve rispondere nella stessa chiave. (Pynchon, pp. 98)

Inutile dire che quando Oedipa si sottopone al test, mettendosi nel ruolo del sensitivo, nulla accade: la seconda legge della termodinamica rimane inviolata, così come la rete indecifrata di informazioni intorno a lei.

 

Bibliografia:

Almansi Guido (2001), Prefazione, in Thomas Pynchon (1966), , Milano, Rizzoli, pp. 5-18

Ashley Mike (2008), Science fiction magazines, in David Seed (edited by), A companion to science fiction, Oxford, Wiley-Blackwell, pp. 60-75

Asimov Isaac (1956), The Last Question, apparso originalmente in Science Fiction Quarterly”, vol. 4, no. 5, consultato online in MultiVAX (http://multivax.com/last_question.html)

Bennett, C. H. (1987), Demons, engines and the second law, Scientific American, 257(5), pp. 108-116.

Bruni John (2011), Thermodynamics, in Bruce Clarke e Manuela Rossini (edited by), The routledge companion to literature and science, Oxon, Routledge, pp. 226-237.

Clarke Bruce (2011), System Theory, in Bruce Clarke e Manuela Rossini (edited by), The routledge companion to literature and science, Oxon, Routledge, pp. 214-224

Pynchon Thomas (2005), L’Incanto del lotto 49 (1966), traduzione di Massimo Bocchiola, Torino, Einaudi.

– (2007), Un lento apprendistato (1984), traduzione di Massimo Bocchiola, Torino, Einaudi.

Schweighauser Philipp (2011), Information Theory, in Bruce Clarke e Manuela Rossini (edited by), The routledge companion to literature and science, Oxon, Routledge, pp. 145-156

Warrick, Patricia S. (1980), Science fiction images of computer and robots, in id., The Cybernetic imagination in science fiction, Cambridge, MIT Press, pp. 53-80

Wiener Norbert (1966), Progresso e entropia, (1950), in Introduzione alla cibernetica. L’uso umano degli esseri umani, traduzione di Dario Persiani, Torino, Bollati Boringhieri, pp. 34-73

 

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By | 2017-11-29T14:51:16+00:00 novembre 29th, 2017|Saggi|0 Comments

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