“Quando scriverai il mio epitaffio, dì che sono stata la persona più sola al mondo” (Fusini, 2006). Così la poetessa, saggista e pittrice Elizabeth Bishop si rivolse al suo amico e poeta Robert Lowell.

Meticolosa nel suo lavoro di scrittura e costante nella revisione dei suoi componimenti, Elizabeth Bishop è considerata a tutti gli effetti nel canone americano come poetessa postmodernista. Un canone che ha santificato nell’olimpo degli scrittori americani il suo stile nato da un’attenta osservazione di quello che la circonda. Uno sguardo vigile, accorto, in grado di cogliere l’essenza oggettiva della realtà, senza scoprire il fianco all’esperienza personale.

Un tocco che lascia intatta la natura, gli oggetti e i soggetti descritti, pur cogliendone l’essenza profonda. In calce a ogni sua poesia, c’è una scritta invisibile: «Io l’ho visto».

1. “Io l’ho visto”

2. La geografia di Elizabeth Bishop

3. La produzione

4. Sitografia

 

1. “Io l’ho visto”

Quello di Elizabeth Bishop è un voler essere presente sulla scena come una telecamera che mette a fuoco i soggetti, senza però essere mai inquadrata mettendo a nudo le sue emozioni e il suo vissuto.

Dalla sua non-appartenenza a luoghi e fatti nasce la sua poesia «di immensa discrezione e di immensità discreta» secondo Seamus Heaney. Con concentrazione, dimentica di sé e assorta, è in grado di gettare luce su quello che la circonda, mostrando il quotidiano da una prospettiva da cui tutto sembra quasi surreale, con una precisione consapevole soprattutto dell’ineluttabilità della vita.

Questo suo distacco oggettivo è sintomatico del suo approccio di donna attenta a guardarsi attorno, di chi sa cosa significhi trovarsi in un luogo ma non esserne davvero parte, di chi vive in un contesto senza esperirlo a pieno. In questo, furono complici la sua difficile infanzia e la prima giovinezza.

Elizabeth Bishop nasce nel 1911 a Worcester, nel Massachussetts. Orfana di padre già a pochi mesi, venne cresciuta dai nonni materni presso il Great Village, in Nuova Scozia, che sopperirono alla mancanza della madre, nel frattempo ricoverata per sempre in un forte stato depressivo per la perdita del marito.

I suoi approcci alla scrittura risalgono a poco prima che cominciasse a frequentare il Vassar College nello stato di New York, nel 1929. Si consolida qui la sua esperienza da scrittrice matura, soprattutto grazie alla conoscenza di altre figure del College che resteranno per sempre tra alcune delle sue amicizie e influenze maggiori nella sua carriera. Tra queste, Mary McCarthy, Eleanor Clark e Muriel Rukeyser. Con loro diede avvio a Con Spirito, una rivista letteraria.

Durante questo periodo incontrò anche Marianne Moore. La poetessa ebbe un grande influsso su di lei e la convinse a dedicarsi alla scrittura, trasferendosi a New York, dimenticandosi della carriera da medico verso cui inizialmente era orientata.

Fu grazie alla Moore che Elizabeth Bishop riuscì a pubblicare ai suoi esordi alcune delle sue poesie in Trial Balances un’antologia di componimenti di autori emergenti come lei, commentate e presentate da autori più in vista e più adulti. Cominciò a scrivere e pubblicare in modo più continuativo, in molti periodici del tempo, a partire dal 1934, una volta trasferitasi nel Greenwich Village grazie all’aiuto dell’amica McCarthy.

Con Marianne Moore (di cui è considerata degna erede) ebbe un intenso scambio di lettere, dato alle stampe con il titolo One Art (1994). Questo epistolario è considerato da molti un esempio di rapporto fedele tra donne e letterate di rara misura, intensità e integrità. Fu di Marianne Moore la definizione a oggi più significativa e rappresentativa di Elizabeth Bishop, la cui poesia definì “arcaicamente nuova”.

Dalle loro lettere, si desume l’approccio di Elizabeth Bishop verso una ricerca attenta del suo stile, che parte dall’osservazione dei suoi modelli facendo attenzione a non scendere mai nell’imitazione. La Bishop accettò sempre volentieri i suggerimenti e le revisioni della collega e della madre di questa ma, quando le proposero una pesante riscrittura del suo componimento Roosters, decise che era ora di interrompere quel genere di confronto, ponendo alla loro attenzione i suoi pezzi solo una volta pubblicati.

Questo non significò omettere meticolosità o attenzione in fase di stesura del componimento. Il suo sguardo oggettivo sulla realtà, il distacco emotivo verso il soggetto, lo studio della metrica in ogni dettaglio, furono oggetto di un costante esercizio poetico, in ogni momento della sua vita da cosmopolita.

 

2. La geografia di Elizabeth Bishop

Elizabeth Bishop visse apertamente la sua vita fuori dai canoni. Pur appartata nel suo distacco, viaggiò molto anche grazie all’eredità lasciata dal padre dopo la morte, seguì le correnti letterarie del tempo, tenne i contatti con alcune delle personalità a lei contemporanee, e insegnò presso molti college soprattutto quando l’eredità del padre cominciò a esaurirsi.

Nel 1935 partì alla volta di Europa, Africa, Nord e Sud America. I toponimi interessati dal suo cosmopolitismo – davvero tanti –  influenzarono la sua vita e la sua produzione artistica, tanto per la scrittura quanto per la pittura.

Tutti questi viaggi contribuirono a infondere in molte sue opere un connotato ambientale e geografico che la caratterizzano ed evocano già nei titoli: Nord e Sud, Interrogativi di viaggio e Geografia III, per citarne alcuni.

Nei suoi spostamenti, finì per fermarsi più a lungo del previsto in Brasile. Giunta a Rio de Janeiro con l’intenzione di restarci solo per alcuni giorni, conobbe Maria Carlota Costallat de Macedo Soares (detta Lota), architetta paesaggista autodidatta, proveniente da un’importante e ricca famiglia della città. Tra le due iniziò una lunga e tormentata relazione sentimentale. Vissero insieme per quasi vent’anni. Lota si suicidò nel 1967. La loro storia è raccontata nel libro Flores Raras e Banalíssimas della scrittrice Carmen Lucia de Oliveira, pubblicato nel 1995, seguito da una trasposizione cinematografica del 2013 intitolata Reaching for the Moon, del regista Bruno Barreto.

Quella della Bishop è una geografia complessa, fatta non solo di luoghi fisici ma anche di luoghi dell’anima, attraversati da ricordi, spettri, luci e ombre.

La depressione e l’alcolismo furono un tormento costante, influenzati forse dalla pazzia della madre che morì in manicomio e che la costrinse a ricevere degli affetti discontinui affidata prima ai nonni materni, poi ai paterni e, per ultima, a una zia. Eventi che tracciarono solchi profondi nella geografia dell’animo della Bishop e che forse spiegano quella sua abilità nel sapersi immergere senza toccare, senza possedere, in ogni contesto.

Una geografia dell’animo che riguardò anche la sua produzione poetica, con viaggi fatti di andate e ritorni incessanti lungo la stessa tratta: Elizabeth Bishop scriveva e rivedeva costantemente i suoi componimenti. Instancabile e perfezionista, pubblicò solamente 101 poesie. Due sono i fili rossi principali che attraversano la sua opera: da una parte, lo sforzo di trovare un senso di appartenenza nel mondo e, dall’altra, le esperienze umane di pena e desiderio.

 

3. La produzione

Per la stampa della sua prima raccolta di poesie si dovette attendere North and South pubblicata nel 1946. L’anno seguente, questa valse a Elizabeth Bishop il premio Guggenheim Fellowship, ricevuto nuovamente anche nel 1978.

Al 1955 risale invece la seconda raccolta di poesie, Poems: North & South. A Cold Spring,  comprensiva di componimenti della prima raccolta e altri diciotto inediti. Questa raccolta le valse il Premio Pulitzer per la poesia nel 1956.

Dieci anni dopo, nel 1965, pubblicò una nuova raccolta, Questions of Travel, contenente venti poesie. Molto apprezzata dalla critica, venne inclusa nella rosa dei candidati al National Book Award di quello stesso anno. Per quanto non vinse il riconoscimento in quell’occasione, se lo aggiudicò nel 1970 con The Complete Poems (1969).

Nelle sue opere giovanili, definite più tardo moderne che postmoderniste, si sente per di più l’influenza dello stile di T.S.Eliot, che conobbe di persona al Vassar College, e di W. H. Auden.

Marianne Moore

Più in generale, il suo stile nel corso del tempo venne influenzato anche da altri poeti con cui ebbe modo di incrociare il suo percorso professionale e la sua vita affettiva: Marianne Moore, Robert Lowell ed Ezra Pound furono solo alcuni di quelli le cui opere sono ravvisabili in molti dettagli dei suoi componimenti.

Nonostante le varie ispirazioni, nella sua produzione, il focus è sempre la poesia, insieme al soggetto della narrazione, mai lei stessa in prima persona. Elizabeth Bishop volle essere considerata sempre e solo per la qualità della sua produzione letteraria, separandola e tenendola ben lontana dal suo fervore femminista e dal suo orientamento sessuale.

Sulla scia di questa sua posizione, non volle mai essere inclusa in antologie femministe, scatenando l’ira delle altre poetesse a lei contemporanee. In molti, anche vicini alla poetessa, abbiano indicato come fosse dura nei confronti del movimento femminista, condusse da sola la sua battaglia identitaria e di genere, come quando nel 1933 scrisse a Donald Stanford, studente di Harvard: “Cosa mai intendi quando dici che le mie percezioni sono quasi impossibili per una donna? C’è qualche ragione ghiandolare che impedisce a una donna di avere delle buone percezioni, o che cosa?“ (Bishop,1994).

Nel 1976 esce la sua ultima opera, Geography III, che le valse il Neustadt International Prize for Literature nello stesso anno.

Negli ultimi anni della sua carriera, Elizabeth Bishop continuò a insegnare nelle più prestigiose università americane. Ad Harvard conobbe la ventisettenne Alice Methfessel, con la quale iniziò una relazione durata fino alla sua morte. L’ultima tappa di un viaggio lungo una vita, il 6 ottobre 1979, fu segnata da un aneurisma cerebrale.

Sulla sua tomba, gli ultimi due versi della sua poesia The Bight:

«All the untidy activity continues, / awful but cheerful»

4. Sitografia

Adelphi, Miracolo a Colazione https://www.adelphi.it/libro/9788845920295

Il mondo di Elizabeth Bishop https://www.nazioneindiana.com/2008/04/08/il-mondo-di-elizabeth-bishop/#testo21

Nadia Fusini, “Unica e sola”, La Repubblica 15 marzo 2006

Voices & Visions  http://www.learner.org/resources/series57.html?pop=yes&pid=590

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