Premessa
Stati Uniti: tra libertà e uguaglianza
Tra schiavitù e libertà
Un confronto tra Huck e Jim e l’esempio dello schiavo Tom
Una libertà senza confini
Libertà e identità: il melting pot statunitense e il multiculturalismo canadese
Conclusione

 

Premessa

Libertà… Un concetto talmente esteso e controverso, difficile da analizzare in poche pagine, eppure così fondamentale nella definizione dell’identità e della cultura americana. Cercherò di avvicinarmi, in questo saggio, all’analisi di questa tematica così complessa e allo stesso tempo imperante, spostandomi da un piano ideale e astratto ad un piano prettamente concreto nell’ambito politico-sociale degli Stati Uniti d’America tra Settecento e Ottocento e del Canada del XX secolo. Tutto ciò, nell’ambito statunitense, parte proprio dalla dicotomia tra il concetto americano del Self e la democrazia, tra individualismo e uguaglianza sociale: la plurisecolare contraddizione tra gli ideali di libertà americana contenuti nella Dichiarazione d’Indipendenza e la pratica della schiavitù e poi della segregazione degli afroamericani. Ma non solo: l’ideale di libertà americana si esplica anche attraverso l’immensità del territorio americano che fornisce i miti della libertà, come il mito della strada, il mito della grande avventura alla ricerca della felicità e dell’autorealizzazione personale, in sintesi il mito della frontiera. Tuttavia, portata all’estremo questa idea di libertà si trasforma in dominio e sfruttamento sfrenato del territorio e dei suoi abitanti. Il riferimento alle popolazioni native e ad un passato doloroso di distruzione che il popolo americano sembra volere a tutti i costi dimenticare, è esplicito. Ma un aiuto a mantenere viva la memoria arriverà dal Canada. Attraverso le parole di Susanna Moodie, in “Roughing it in the Bush”, e di Emily Carr, in “Klee Wyck”, sarà possibile ricostruire un legame con la cultura indigena e ritrovare così le radici dell’identità canadese. Anche qui, l’ideale di libertà si esplica attraverso un territorio infinito, in cui, a differenza degli Stati Uniti, ogni tipo di barriera culturale sembra neutralizzarsi, costituendo la base del “multiculturalismo sociale” in campo politico e istituzionale. In concreto, tuttavia, sono ancora forti le critiche al multiculturalismo tra gli immigrati e ancora più incisive le rivendicazioni dei popoli aborigeni nei confronti del governo. Ancora lungo è il cammino verso il pieno riconoscimento dei diritti e della libertà delle minoranze: un riconoscimento fondamentale per la costruzione di un’identità culturale veramente libera e proiettata verso un futuro di maggiore integrazione culturale.

Stati Uniti: tra libertà e uguaglianza

Il concetto di libertà, così complesso e per molti aspetti contraddittorio, è certamente l’ideale fondante della cultura americana in tutti i suoi ambiti. L’America, il paese libero, “il grande esperimento del genere umano nella Libertà” (Cit. S. Anderson, Riso nero, Milano, Bompiani 1976, p.197, in E. Varrà, La zattera dell’immaginario. Mito simbolo e racconto in Mark Twain, Bologna, Il Ponte Vecchio, p.14), eleva l’ideale di libertà a pilastro della definizione dell’identità americana: lo ritroviamo non solo nella retorica dei discorsi politici dai tempi dell’epoca coloniale, ma soprattutto come diritto inalienabile nell’atto di nascita degli Stati Uniti. Leggiamo, infatti, nella Dichiarazione d’Indipendenza di Jefferson: “

[…] che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità …”.
A un livello astratto, ideale, “formale”, la libertà si lega in modo imprescindibile con il concetto di uguaglianza, diventando quindi un valore universale: “[…]la fede nella dignità fondamentale di tutti gli esseri umani e del loro inalienabile diritto alla democrazia, alla libertà e alle medesime opportunità” (E. Foner, Storia della libertà americana, Roma, Donzelli Editore, 2009, p.11).Tuttavia nella realtà dei fatti: “[…]la totalità della nostra comune cultura è stata costruita sulla base della discriminazione e dell’esclusione di un numero enorme di americani dai suoi benefici”(Ivi, p.11). Si intravvedono così, le due facce dell’ideale americano di libertà: da una parte la libertà come diritto innato di ciascun individuo e come possibilità di autorealizzazione o ricerca della felicità, che contribuisce a creare il mito dell’America come paese difensore della libertà nel mondo, dall’altra il fallimento delle aspettative universalistiche con la vittoria dell’individualismo americano che sfocia per lunghi secoli nella discriminazione razziale e sessuale. Prevale l’idea secondo cui: “[…]la libertà non pertiene ai rapporti fra le persone nella società ma è attributo e pertinenza esclusiva del singolo, e consiste in un’illimitata possibilità di scelta e di movimento individuale” (Prefazione di A. Portelli a Storia della libertà americana di E. Foner, p.IX). Si spiega in un certo senso il concetto del Self made men che si svilupperà soprattutto nel secondo Ottocento. Così, secondo questa concezione individualistica di libertà, quando un “Self” dominante, in quanto detentore del potere politico ed economico, si scontra con un altro “Self” considerato inferiore, quest’ultimo viene sottomesso: è il processo di qualsiasi forma di discriminazione, è lo stesso processo che avviene nel sistema istituzionalizzato della schiavitù e poi della segregazione degli afroamericani.

Tra schiavitù e libertà

Come è noto, l’istituzione della schiavitù era molto radicata negli Stati Uniti ancor prima della Rivoluzione d’Indipendenza del 1776: era presente in tutti gli Stati e, in particolare, rappresentava la base socio-economica del Sud. La ricchezza delle colonie britanniche si basava quasi interamente sulla schiavitù degli afroamericani. Lo stesso T. Jefferson possedeva schiavi, quando scrisse le famose parole sull’universale diritto alla libertà. Non va certo dimenticato che anche le principali potenze commerciali europee, Gran Bretagna, Francia e Olanda erano coinvolte nel commercio atlantico degli schiavi. Tuttavia, fu proprio la rivoluzione americana, assegnando un valore così assoluto e universale alla libertà, a sollevare la questione sociale della schiavitù negli Stati Uniti. Mentre nella retorica politica dell’epoca si andava diffondendo tra i coloni l’utilizzo della metafora dell’America come paese “schiavo” della madre patria inglese, i veri schiavi reclamavano il diritto alla libertà, soprattutto dopo la Guerra d’Indipendenza. Infatti: “[…] i neri sostenevano con forza che lo schiavo, non il padrone, bramava veramente la libertà” (E. Foner, Storia della libertà americana, Roma, Donzelli Editore, 2009, p.58). Per gli afroamericani, la schiavitù non significava soltanto perdere l’autonomia personale e politica, ma anche essere espropriati della propria dignità e della possibilità di costruirsi una famiglia e una vita liberamente scelta. Se la rivoluzione aveva dato alcune speranze al processo di emancipazione e di abolizione della schiavitù, queste furono presto smentite, al contrario, da un incremento degli schiavi in seguito al ripristino del commercio atlantico. Si trattava di un processo lento e pieno di ostacoli che avrebbe richiesto lo scoppio di una sanguinosa Guerra Civile nella seconda metà dell’Ottocento, la quale avrebbe diviso geograficamente il paese in Nord, abolizionista, e Sud, schiavista. Se per i bianchi il diritto alla libertà era considerato come un dono e un diritto naturale, per gli afroamericani rappresentò una lunga e difficile conquista che cominciò a delinearsi solo nel periodo della Ricostruzione dopo la Guerra Civile, con la stesura del XIV e XV emendamento, e che tuttavia si sarebbe protratta in modi diversi, ma ancora più subdoli durante tutto il Novecento.

Un confronto tra Huck e Jim e l’esempio dello schiavo Tom

Due opere ambientate durante l’epoca precedente e seguente la Guerra Civile sono: The Adventures of Huckleberry Finn di Mark Twain (1885) e Uncle Tom’s Cabin di Harriet Beecher Stowe (1852). Nel celebre romanzo di Twain, in particolare, viene presentato il personaggio dello schiavo afroamericano Jim, il quale fuggito dalla padrona Miss Watson, si aggrega al giovane protagonista Huck, anch’egli scappato, dopo aver inscenato un finto omicidio, dalle grinfie del padre Pap Finn. È interessante fare un confronto tra i due personaggi in rapporto al tema della libertà: entrambi desiderano la libertà, ma in modo diverso. Da un lato il desiderio di libertà di Huck si potrebbe avvicinare al mitico sogno americano di libertà di On the road, una libertà in un territorio sconfinato e desolato che sfocia in una profonda solitudine:

“È la loneliness di tanti disperati del western o dei film on the road […] la medesima insoddisfazione, la stessa aspirazione all’erranza […] ma anche lo stesso vuoto incolmabile, la stessa radicale estraneità[…]”
(“Huckleberry Finn”, in E. Varrà, La zattera dell’immaginario. Mito, simbolo e racconto in Mark Twain, Bologna, Il Ponte Vecchio, p. 84)

Huck è un vero e proprio outcast dalla profonda lucidità di sguardo, che non sa adattarsi a nessun tipo di codice e di restrizione. Jim, d’altro canto, è alla ricerca di un altro tipo di libertà, che non è una fuga assoluta dalla società, ma si trova all’interno della stessa:

“[…] he would go to saving up money and never spend a single cent, and when he got enough he would buy his wife […] and then they would both work to buy the two children[…]”
(M. Twain (1885), The Adventures of Huckleberry Finn, The Project Gutenberg EBook by David Widger, 2006, p. 206)

In ogni caso, per entrambi la fuga è un atto obbligato. Tra i due si instaura un bel rapporto di amicizia che va al di là di ogni barriera razzista. Per Huck, Jim rappresenta una sicurezza e una protezione dal rischio e dalla paura della solitudine: “[…] by and by it got sort of lonesome […]”(Ivi, p. 109). Anche se Huck continuerà a mantenere le distanze non volendosi, per sua natura, legare troppo all’amico.
Nell’altro grande romanzo della letteratura anglo-americana, Uncle Tom’s Cabin di Harriet Beecher Stowe, il tema della libertà è affrontato attraverso la contrapposizione diretta con il suo opposto: la schiavitù dei neri. L’autrice lancia un vero e proprio attacco alla società statunitense dell’epoca riguardo al razzismo e all’istituzione della schiavitù, intollerabili in una società civile. “It’s a free country, sir; the man’s mine, and I do what I please with him”(H. B. Stowe (1852), Uncle Tom’s Cabin, The Project Gutemberg EBook by J. Boss, and Anonymous and D. Widger, 2006, p.26), afferma un padrone di schiavi all’inizio del romanzo, evidenziando l’enorme, presunta contraddizione tra libertà e uguaglianza. Lungo l’intero romanzo l’autrice rivela, inoltre, l’inconciliabilità dei valori cristiani, incarnati soprattutto dallo schiavo protagonista Tom, con la pratica della schiavitù. La Stowe non risparmia neppure quei personaggi, come i primi padroni di Tom, Mr. Shelby e la moglie che trattano con indulgenza e magnanimità i loro schiavi, per il fatto di tollerare e perpetrare la schiavitù non concedendo loro la libertà assoluta. Alla fine prevarranno i valori della Cristianità: il fedele e generoso schiavo Tom, sacrificatosi per la propria comunità, viene venduto da Mr. Shelby a un commerciante di schiavi e dopo continui abusi e violenze, muore per salvare la vita di altre due schiave, Emmeline e Cassy, fuggite dal perfido padrone Mr. Legree. Il martirio di Tom decreta la liberazione della sua famiglia e della sua comunità da parte del figlio di Mr. Shelby:

“You are now free men and free women[…] look up, and thank God for the blessing of freedom”(Ivi, p. 696).

E la capanna dello zio Tom diventa il simbolo di questa libertà e dei valori cristiani associati ad essa:

“Think of your freedom, every time you see UNCLE TOM’S CABIN; and let it be a memorial to put you all in mind to follow in his steps, and be honest and faithful and Christian as he was” (Ivi, p.697).

 

Una libertà senza confini

Il sogno americano di libertà è spesso associato, nell’immaginario comune, alle grandi distese di terra, agli affascinanti miti della strada, del deserto, delle immense praterie americane. Una libertà che è continua autorealizzazione, ricerca della Felicità e di sempre nuove possibilità, costante mobilità in un territorio che sembra non avere confini. Una libertà quindi tutta individuale e individualistica che non tiene conto di quei confini che invece esistono e che spesso costituiscono una minaccia: “Il topos della frontiera incarna perfettamente tali paure […] poiché si fa contemporaneamente confine, linea di separazione tra wilderness civilization, e negazione di confine a causa della propria perpetua mobilità”. (E. Varrà, La zattera dell’immaginario. Mito, simbolo e racconto in Mark Twain, Bologna, Il Ponte Vecchio, p.14). I confini sono rappresentati da una Natura così immensa che si fa cupa minaccia alla realizzazione della civilization e le popolazioni indigene che da secoli vivono in armonia con essa. Così che il sogno americano di costruzione di una nuova e nobile civiltà si trasforma in: “[…] lotta contro la wilderness, al fine di imbrigliarla nelle maglie della funzionalità e dello sfruttamento […]. Il diritto individuale e collettivo alla Libertà e all’Uguaglianza si è tradotto in una espansione territoriale fondata su sistematiche espropriazioni e sul massacro delle popolazioni native […]” (Ivi, p. 15). Da una parte, quindi, lo sfruttamento esasperato della natura soprattutto a partire dall’avvento del capitalismo industriale, come ci mostra M. Twain in un’immagine efficace in cui la zattera di Huck e Jim viene quasi completamente travolta da un enorme battello a vapore:

“She was a big one, and she was coming in a hurry, too, looking like a black cloud with rows of glow-worms around it; but all of a sudden she bulged out, big and scary, with a long row of wide open furnace doors shining like red-hot teeth, and her monstrous bows and guards hanging right over us”
(M. Twain, The Adventures of Huckleberry Finn, The Project  Gutemberg EBook by D. Widger, 2006, p. 216).

Dall’altra parte, la prevaricazione sulle popolazioni native e il fallimento della possibilità di condividere con loro un territorio immenso. Così che il mito della strada, del viaggio lungo paesaggi desolati, con la promessa di un continuo rinnovamento, diventa un modo per dimenticare un passato doloroso e infamante, un conto aperto con intere civiltà antiche difficile da saldare.

Libertà e identità: il melting pot statunitense e il multiculturalismo canadese

È proprio a partire da quel passato doloroso che si creano le basi per la costruzione di un’identità culturale e nazionale. Questo vale per qualsiasi nazione, ma ancora di più per Stati Uniti e Canada, paesi multietnici per eccellenza. Qui il tema della libertà si intreccia con il tema dell’identità, un’identità non così uniforme e semplice da definire, ma molto complessa poiché frutto dell’incontro e dell’interazione di diverse realtà culturali e sociali. Se da una parte, sul piano astratto della retorica sociale e politica, gli Stati Uniti hanno rappresentato per secoli il grande paese libero e pluralista, sogno di tanti immigrati, nella realtà il cosiddetto “crogiolo di razze” o melting pot si è rivelato essere, in sostanza, un atto di prevaricazione di una cultura dominante su minoranze etnico – sociali. Questo atteggiamento era molto forte soprattutto negli anni venti del Novecento, quando in seguito al patriottismo rafforzatosi con la Grande Guerra e alla nazionalizzazione della vita politica ed economica, si accese un forte processo di “americanizzazione” coercitiva della società che escludeva alcune minoranze, come afroamericani, asiatici e immigrati dal Sud e dall’Est dell’Europa (E. Foner, Storia della libertà americana, Roma, Donzelli ed., 2009, pp. 252:254).
La situazione si presenta sicuramente in modo diverso nel Canada del “mosaico culturale”, ma anch’essa non priva di problematiche. Scavare nelle radici della cultura americana e canadese per ricostruire un’identità significa riportare alla luce una cultura fin dall’inizio sottomessa ed espropriata del proprio territorio: la cultura indiana. Questa esigenza così sentita soprattutto dalla società canadese viene messa in pratica in campo letterario da due donne le cui voci hanno contribuito alla costruzione della letteratura canadese e non solo. Si tratta di Susanna Moodie e Emily Carr. Entrambe nei loro scritti parlano di incontri e scambi con ciò che rimane delle antiche popolazioni aborigene del Canada e a piccoli passi costruiscono un’identità canadese rivalutando anche il fondamentale apporto della tradizione indigena, la cui ricchezza di valori è stata spesso completamente dimenticata. Susanna Moodie, colona inglese del primo Ottocento, riscopre nei vicini nativi quei valori di solidarietà, generosità, rispetto e riconoscenza ormai così rari nelle moderne società occidentali:

“There never was a people more sensible of kindness, or more grateful for any little act of benevolence exercised towards them”.
(S. Moodie, Roughing it in the Bush, 1852, The Project Gutemberg EBook by A. Sly, 2001, p. 371).

Oltre ad imparare ad apprezzare alcuni aspetti della loro cultura come i canti, l’interesse per la pittura e le immagini, il gusto per il bello, le loro conoscenze in campo medico, l’importanza della famiglia e il rispetto verso gli anziani, comprende come siano legati al loro territorio e quanto ne siano esperti:

“With a large map of Canada, they were infinitely delighted. In a moment they recognised every bay and headland in Ontario, and almost screamed with delight when, following the course of the Trent with their fingers, they came to their own lake” (Ivi, 372).

È, tuttavia, anche consapevole della lenta, ma inesorabile espropriazione delle loro terre ad opera dei coloni e della loro sottomissione alla cultura dominante:

“Often have I greve that people with such generous impulses should be degraded and corrupted by the civilised men; that a mysterious destiny involves and hangs over them, ressing them back into the wilderness, and slowly and surely sweeping them from the earth” (Ivi, p. 398).

Una cultura definita “selvaggia”, caratterizzata invece dal rispetto per i grandi valori della famiglia, della vita sociale all’interno della comunità, della commemorazione dei defunti. Valori che emergono con dignità e fierezza nei tradizionali totem, dipinti da un’icona dell’arte canadese, Emily Carr:

“[…] the Haida poles never lost their dignity.[…] They were bleached to a pinkish silver colour and cracked by the sun, but nothing could make them mean or poor, because the Indians had pout strong though into them had believe sincerely in what they were trying to express”
(E. Carr, Klee Wyck, The Project Gutemberg EBooks).

Anche Emily Carr, all’epoca (1898) appena quindicenne, vivendo a stretto contatto con le First Nations della British Columbia si rende conto di quanto sia stato tolto loro dai coloni britannici e quanto si trovino in difficoltà, non solo nell’affrontare nuove malattie che decimano la popolazione, ma anche nell’adattarsi alle istituzioni scolastiche, religiose, sanitarie, introdotte dai missionari.
La condizione di subalternità dei nativi in Canada ha dato luogo, come negli Stati Uniti, alla nascita di movimenti di protesta e di rivendicazione dei diritti civili nei confronti di politiche governative, che nel corso del XX secolo hanno lentamente raggiunto il riconoscimento ufficiale della multiculturalità del Canada. Tuttavia, non solo i nativi, ma anche altre minoranze etniche, hanno presentato forti critiche al multiculturalismoCi spiega, infatti, Domenic Cusmano, figlio di immigrati italiani in Canada:

“Officially, however, Canada recognizes two cultures, two languages, two founding peoples (riferendosi ai due principali gruppi linguistici, inglese e francese, anche se la maggioranza della popolazione presenta origini differenti, ndr.) […] the fact remains that Canada’s political class sanctions a form of second-class status for a majority of Canada’s population who may not necessarily fit into the mold of a prefashioned, perdefined and generic form of Canadianness.” (D. Cusmano, “Whose Culture Is It Anyway? Towards a redefinition of Canadian Culture”, in Il Canada e le Culture della Globalizzazione, p. 552).

Una società che quindi, sulla carta si autoproclama multiculturale, ma che ancora non realizza a livello concreto questo suo carattere pluralista, da un lato ricercando vanamente un tipo di cultura, come la definisce Cusmano, “monolithic”, basata su un’unica lingua, un unico territorio, un’unica religione e un’unica interpretazione della storia, e dall’altro lato, lasciando che la cultura venga pervasa dal consumismo e scambiata con un prodotto di mercato. Cusmano, nel suo saggio, riafferma invece la libertà della cultura di un popolo, un concetto di cultura inclusivo e in continuo cambiamento:

“The challenge facing present and future generations of Canadians is […]to cease to define culture as a function of language and territory, but to conceive of culture as an inclusive and freely evolving concept” (ivi,556).

In definitiva, il Canada dovrebbe puntare maggiormente sul multiculturalismo e renderlo a tutti gli effetti una caratteristica peculiare della propria identità nazionale e una grande opportunità per renderlo un modello di sviluppo sociale realmente positivo per tutte le nazioni. Sempre secondo le parole di Cusmano:

“As a society, we must also make room for the so-called ethnic minorities, not for the fulfillment of their aspirations, but for their meaningful contribution, as equal partners, in shaping the nation’s cultural dynamic and fashioning an identity and culture that are truly universal” (ivi,556).

Conclusione

Come abbiamo visto, il concetto di libertà è davvero vastissimo e riguarda ogni aspetto della vita. In questa ultima accezione, che vede la cultura come un concetto dinamico e libero, possiamo ritrovare la concezione più ampia di libertà universale che significa anche possibilità di incontro, scambio, intreccio tra culture diverse e libere che insieme contribuiscono alla definizione dell’identità di un paese e non solo, collaborano alla costruzione di ponti tra zone lontanissime del mondo che si riconoscono in un’unica cultura universale: quella del rispetto dell’altro. Cultura, identità, libertà sono i grandi temi di un mondo che pur essendo sempre più globalizzato e all’apparenza privo di confini, presenta in realtà ancora molte barriere. Cultura, identità, libertà sono anche quei concetti, che se analizzati con particolare attenzione e sensibilità, possono offrirci gli ingredienti per abbattere quelle barriere e per renderci più consapevoli delle diverse sfaccettature della realtà che stiamo vivendo.