L’impegno di T.S. Eliot come poeta e critico letterario è celebre, mentre il suo contributo in campo sociale e politico è meno noto. Negli anni della maturità l’autore partecipò attivamente, attraverso scritti e dibattiti, al dialogo sui problemi affrontati dal Regno Unito e dai paesi europei nel periodo a cavallo tra le due guerre.

1. The Waste Land come simbolo di un’epoca

Nel 1922, a quattro anni dal primo conflitto mondiale, la poesia trovava il modo di rappresentare lo stato di confusione e smarrimento caratteristico dell’uomo Novecentesco, alle prese con le novità e gli aspetti più terrificanti del mondo contemporaneo. The Waste Land (1922), il poemetto di T.S. Eliot che lo porterà alla celebrità, ritrae infatti la “terra desolata” che corrisponde tanto al paesaggio sfigurato dell’Europa sotto ai bombardamenti quanto a una condizione mentale ed emotiva di vuoto e dolore condivisa a livello internazionale. 

Gli studenti e i giovani soldati di ritorno dalla guerra ammisero di ritrovare in quest’opera il riflesso della propria condizione esistenziale, mentre i critici più inflessibili e gli accademici erano incuriositi dal metodo di composizione e dallo stile frammentario, in opposizione a una forma più tradizionale. 

Eliot stesso affermò in seguito che il componimento era frutto di uno sforzo quasi inconscio, scaturito dall’elaborazione di traumi sia personali che legati alla condizione storica di quegli anni. La struttura sconnessa del poemetto, infatti, con la sovrapposizione nelle sue sezioni di passato e presente, mette a confronto valori antitetici nell’intento di trovare nel loro dialogo nuovi punti di riferimento, una sintesi ideologica che riempia il vuoto lasciato dalla perdita di valori tradizionali

The Waste Land

Questo intento, di conseguenza, rivela il senso di ansia e incertezza dell’artista e uomo modernista colto nel passaggio da un mondo legato al lavoro della terra e ai cicli stagionali a uno caratterizzato da industrializzazione e capitalismo; da un mondo in cui la divinità scandisce la moralità e le abitudini della società a uno nel quale “Dio è morto” e non si trovano più direzioni certe.

Il senso di disagio di fronte al cambiamento è rappresentato da The Waste Land in maniera simbolica, spesso tramite personaggi e paesaggi emblematici, ma le riflessioni sul rapporto tra uomo e società, sulla relazione tra cultura e religione e sul confronto con la storia sono elementi chiave nella carriera di questo autore, e diventeranno anche parte integrante delle sue riflessioni sulla società negli anni tra i due conflitti mondiali.

 

2. The Moot e l’impegno per il sociale

Se The Waste Land rimane un celebre traguardo nella carriera di Eliot, spesso si dimentica il ruolo sociale dell’autore, diviso tra le sue radici americane e una cittadinanza britannica conquistata a fatica. Eliot ha infatti influenzato il panorama non soltanto letterario ma anche sociale e culturale di Londra e dell’Europa nel dopoguerra. 

Criterion

Il successo poetico, oltre all’impegno come critico letterario, lo porteranno a fondare un’influente rivista letteraria, The Criterion, e a lasciare il proprio lavoro di impiegato alla Lloyds Bank per diventare direttore della casa editrice ora nota come Faber&Faber. A partire dagli anni Trenta fino alla sua morte nel 1965, l’autore sentì il dovere di contribuire con le proprie riflessioni alla comprensione di un periodo storico e di una società che, nel momento di stallo tra le due guerre, sembravano più fragili e in crisi che mai. 

Uno dei modi in cui l’autore approfondì il dibattito sociale fu in qualità di membro di The Moot, un’organizzazione fondata nel 1938 da J.H. Oldham, teologo ed economista, e frequentata da vari uomini di spicco nell’ambiente culturale dell’epoca quali Karl Mannheim e Jacques Maritain. 

Questi esponenti dell’élite culturale britannica desideravano trovare nuove soluzioni contro l’imminente decadimento della società, il cui degrado futuro si immaginava negli anni Trenta in termini apocalittici, in linea con il “Sense of an Ending”, la percezione della fine di un’era articolata da Frank Kermode nell’omonimo saggio (1967). 

Come osserva Jonas Kurlberg, autore di una dettagliata analisi del gruppo in Christian Modernism in an Age of Totalitarianism (2019) , i membri di The Moot, pur sostenendo diverse posizioni politiche, si opponevano con forza alla violenza e al sopruso dei regimi totalitari, ma al contempo ritenevano che il liberalismo scaturito dalla società illuminista e dall’irrefrenabile spinta al progresso avrebbe portato a un’irreparabile frattura sociale e culturale. La società democratica dell’epoca era  ritenuta da molti corrotta nei suoi intenti e vicina a posizioni oligarchiche. Era dunque necessario riformulare gli ideali chiave da sostenere e rivalutare l’effettiva efficacia delle istituzioni.

The Moot si proponeva così di trovare una terza soluzione: si sarebbe dovuta istituire, al posto di una dittatura o di una società troppo liberale e individualista, una utopica società cristiana. Nella loro visione, questa società avrebbe permesso di sfruttare l’unico sistema di valori comuni non imposto dalla violenza dittatoriale, quello cristiano, perché divino e superiore alla logica umana. Questo avrebbe ridato un senso di unità e compartecipazione a una società estremamente divisa pur garantendo imprescindibili valori democratici quali la libertà di culto e di espressione. 

In un certo senso, il tentativo di The Moot era quello di riportare in vita il Dio proclamato morto dagli scritti di Nietzsche, quello di ricostituire un insieme di valori comuni per dare coerenza alla modernità. Questo modello religioso doveva essere adeguato all’epoca contemporanea e prescindere dai precetti specifici del culto cristiano per diventare invece un modello culturale generalizzato.

Come nota Kurlberg, questa visione politica richiama a tratti gli ideali del Modernismo letterario: nelle opere di 

Eliot Woolf

Eliot, come in quelle di James Joyce e di altri autori, si nota una costante ricerca di punti fermi per arrestare il moto relativo e sconosciuto del cambiamento. I regimi totalitaristi, come il Fascismo, nell’analisi di Kurlberg e in quella di Roger Griffin (Modernism and Fascism, 2007), suscitavano agli albori interesse e fascino perché offrivano un senso di continuità con il passato storico costruendo la propria propaganda su ideali e immagini mitiche, come nel caso del mito di Roma proposto da Mussolini.

La società di massa e l’alienazione prodotta dalla logica capitalista sembravano portare all’isolamento e all’individualismo, interpretati spesso come crisi spirituale del singolo. I membri del gruppo desideravano dunque riportare un senso di coesione senza imposizioni, ritrovare dei valori che riempissero il vuoto ideologico, pur appartenendo a contesti sociali, politici e religiosi differenti

Proprio questa divergenza tra le visioni dei membri fece sì che il gruppo non riuscisse mai a giungere a delle conclusioni univoche o a risultati concreti, fino al suo scioglimento nel 1947. Mentre alcuni membri, tra i quali Karl Mannheim, volevano agire in maniera più concreta per instaurare una “New Christendom” anche influenzando la società attraverso la propaganda, la maggior parte dei partecipanti intendeva The Moot soltanto come un luogo di riflessione teorica sulla condizione presente. Nonostante le spaccature e i limiti dei progetti utopici del gruppo, il loro dibattito è quindi un’importante testimonianza dei pensieri contrastanti dell’epoca, e ha dato alcuni frutti negli ambiti più cari ai suoi membri: l’educazione e la cultura

I frequentatori di The Moot infatti esercitavano una forte influenza nei loro ambienti – il mondo della politica, della sociologia, dell’educazione e della religione – ed esponevano le proprie idee attraverso la Christian News Letter, un organo mediatico usato per la diffusione degli interventi dei singoli partecipanti alle riunioni. Grazie all’interessamento di membri come Fred Clarke, inoltre, le teorie dei Moot giunsero fino in parlamento e all’attenzione di Churchill. Clarke collaborò infatti con R. A. Butler, allora Ministro dell’Istruzione, per la costituzione dell’Education Act del 1944. Questa riforma scolastica fu particolarmente significativa per il paese e influenzò successivamente altri modelli europei. Alla base di alcuni punti riportati nel documento c’erano le idee discusse dai Moot: la riforma garantiva, tra gli aspetti più significativi, maggiore equità nelle opportunità scolastiche e maggiore tolleranza verso i diversi credo religiosi

Un altro mezzo attraverso il quale i membri espressero le loro idee e i loro contributi alla società fu uno strumento innovativo, il broadcast radiofonico. La BBC mandò in onda la serie “A Christian Looks at the World” (1940) e, successivamente, vari interventi singoli, tra i quali “Towards a Christian Britain” (1941) di Eliot. tra i contenuti discussi vi erano l’interpretazione religiosa di eventi contemporanei, problemi pratici conseguenti alla guerra, lezioni di storia e la difesa di principi democratici e religiosi. 

 

3. Scritti eliotiani sulla società

Eliot, autore di spicco nella società letteraria inglese del suo tempo, fu uno tra i membri più celebri di The Moot. Oltre ai numerosi editoriali  per la Christian News Letter i suoi scritti tra il 1930 e il 1950 sono direttamente influenzati dalle discussioni all’interno di questo circolo, come è riportato nella loro prefazione. Due opere nello specifico, The Idea of a Christian Society (1939) e Notes Towards a Definition of Culture (1949) si focalizzano su i due aspetti fondamentali del suo pensiero: la cultura e l’educazione, temi sui quali il poeta si batté, anche scontrandosi spesso con gli altri membri.

T.S. EliotEliot considerava l’educazione come un punto chiave per reintrodurre i valori cristiani in Gran Bretagna, e riteneva che insistere sull’istruzione avrebbe preservato i giusti valori liberali evitando che la logica totalitarista si insinuasse nel pensiero britannico. Se da un punto di vista personale interpretava la religione cristiana in senso dogmatico, ne immaginava l’ applicazione sociale in senso lato, enfatizzandone il potenziale di serbatoio di valori che considerava positivi e universali.

Rifiutò quindi l’idea, comune ad altri membri, di trasformare l’educazione in un’arma di influenza di massa sotto forma di propaganda. Riteneva infatti che la comunità culturale non potesse, per sua natura, ricevere impulsi soltanto dalle elite, ma nascesse da un processo circolare e di contaminazione proficua tra tutte le classi sociali. Lui stesso, spesso considerato modello per eccellenza del Modernismo come movimento elitario, era appassionato di musica popolare e in particolare degli spettacoli delle Music Hall, tanto da dedicare a una delle icone del genere, Marie Lloyd, uno dei suoi saggi (1922), e a tentare una simulazione del genere in Sweeney Agonistes (1933).

La propaganda avrebbe, a suo parere, bloccato la diffusione di idee e portato una chiusura nella comunicazione. Al contrario, intendeva la cultura in un senso più ampio e moderno: “all those habitual actions, habits and customs, from the most significant religious rite to our conventional way of greeting a stranger” (Eliot:1934, p.18), insomma tutto ciò che è abitudine di un popolo, dal sacro al profano. Dal momento che la costituzione di una società cristiana era considerata un obiettivo sovraumano, nella sua visione l’unica azione possibile, in attesa che il dopoguerra portasse una rinascita, era facilitare la coesione sociale lo scambio culturale per rendere il tessuto sociale più propenso ad assorbire i valori religiosi inspirati dalla divinità ma realizzati attraverso uomini di tutte le fedi e di tutte le estrazioni sociali. Il suo obiettivo è, in breve, una “filosofia cristiana della vita” (Eliot:1939, p.26).

in The Idea of a Christian Society Eliot rinnova quindi l’impegno verso il sociale, notando che “comprendere la società in cui viviamo deve interessare chiunque pensi ed abbia coscienza di sé” (Eliot:1939, p.5). Andare a fondo sulla vera natura delle istituzioni politiche e sociali, e interrogarsi sulla propria condizione spirituale, secondo il poeta, avrebbe profondi effetti anche su tutti gli aspetti pratici della vita della comunità.

Notes Towards a Definition of Culture, diversamente, introduce le condizioni fondamentali per la proliferazione della cultura, che per Eliot sono la mutua influenza tra classi sociali per creare una diffusione organica, la possibilità di preservare le culture di tipo locale e, infine, l’equilibrio tra unità e diversità sotto il segno della religione. Per lui, l’assenza di cultura dimostra il degrado del suo tempo, ed è direttamente correlata all’aridità spirituale, all’assenza di valori che ispirino creazioni artistiche e un pensiero comune.

 

4. Caratteristiche e limiti del pensiero sociale modernista

Leggendo questi saggi è interessante notare come Eliot ritenga che “la comunità dovrebbe essere sociale-religiosa, e tale che tutte le classi, dove esse esistono, vi abbiano il centro dei loro interessi” notando nello specifico che “queste condizioni non si trovano più realizzate per intero se non nel caso tribù del tutto primitive” (1939, pp.20-21). Ciò che caratterizza il pensiero eliotiano infatti, in tutti i contesti a cui è applicato, è il desiderio costante di una visione attorno alla quale riunire una comunità, un gruppo sociale, o addirittura un insieme di idee confuse.

Questi valori vengono cercati dal poeta nel passato e nella tradizione, e vi sono vari esempi, nella sua carriera, di sistemi unificanti utilizzati per trovare una sintesi tra elementi contrastanti: uno dei suoi scritti più celebri,  Tradition and The Individual Talent (1919), incoraggia gli autori contemporanei a considerare le proprie opere in una relazione di reciproca influenza con il canone tradizionale, che dovrebbe modificare ed essere modificato da questi, ma sempre sotto il segno di alcuni valori fondamentali: per vivere in comunità è necessario un “historical sense”, una percezione delle vicende passate che permette di porre la mente collettiva dell’Europa al di sopra di quella individuale.

Allo stesso modo The Waste Land presenta, come si è notato, tante immagini frammentate capaci di rendere nella loro unione una singola impressione (secondo il procedimento del “correlativo oggettivo”, esemplificato in Hamlet and His Problems nel 1920). Tante citazioni da autori diversi, paesaggi e scene sono riunite all’interno di un poemetto contemporaneo nel quale ogni luogo è “terra desolata”, ogni scena un emblema del degrado moderno e ogni personaggio una esemplificazione dell’emblematico Tiresia, metà uomo e metà donna e simbolo dell’umanità. Persino l’ultimo sforzo poetico di Eliot, i Four Quartets, presentano la ricerca disperata dello “still point of the turning world” ( in Burnt Norton, 1936), un elemento immanente a cui aggrapparsi nel cambiamento.

Nel giudicare le tendenze politico-sociali di Eliot, quindi, bisogna tenere in conto, nel bene e nel male, questo fil rouge che attraversa la sua carriera. Come nota Silvano Sabbadini in Una salvezza ambigua (1971) le sue opinioni politiche e le sue ideologie sono state più volte criticate. Eliot si definì, nel 1928 “as classicist in literature, royalist in politics, anglo-catholic in religion” (For Lancelot Andrewes), conservatore anche se rivoluzionario in campo letterario. La critica, e tra i più noti Christopher Ricks, ha formulato accuse di antisemitismo nei suoi confronti, sollevando anche la questione dell’associazione tra Eliot e Charles Maurras, collaboratore della action française, un movimento dalle tendenze totalitarie. Eliot rifiutò le accuse dichiarando che l’antisemitismo era incompatibile con la vera fede cristiana e che trovava Maurras un uomo affascinante ma dalle idee ottuse. La questione rimane aperta, ma è importante in ogni caso notare nella sua storia la presenza di ideali tristemente comuni a numerosi individui e gruppi di pensiero dell’epoca: la curiosità per quei movimenti totalitaristi le cui terribili conseguenze non erano ancora note e che dimostravano così la capacità di attirare l’attenzione delle masse con i loro successi e la loro immagine vincente – così noterà Hannah Arendt in La banalità del male (Kurlberg:2019, p.106) –  come anche la diffusa sensazione di crisi e fine di un epoca che è diventata l’elemento caratteristico del modernismo.

 

5. Conclusioni

 L’attaccamento al mondo spirituale e la ricerca del divino in un momento di grave incertezza, il desiderio di tornare a una società rurale, più familiare e meno spaventosa rispetto alle nuove metropoli, rappresentano in gran parte i filoni di pensiero che interessano l’arte di questo periodo, un’arte ispirata al mito, alla ricerca di nuove espressioni religiose e in continuo confronto con il tempo, non più scandito e ricorrente ma del tutto relativo.Eliot

Per quanto le idee di Eliot e di The Moot possano apparire al giorno d’oggi lontane dalla logica contemporanea e troppo assolute nella ricerca di un modello unico, esse sono parte del dibattito dell’epoca, e tendono, almeno nella loro formulazione teorica, a valori umani che trascendono quelli puramente religiosi: per Eliot stesso, la cristianità doveva offrire valori guida, come l’amore per il prossimo e la condivisione, finalizzate a distruggere le logica del profitto e l’interesse per la materialità e a delineare, di conseguenza, “la distinzione fra l’uso delle risorse naturali ed il loro sfruttamento, il profitto eccessivo del commerciante in confronto a quello del produttore, l’indirizzo errato dato alla macchina finanziaria”(Eliot:1939, p.23).

È anche necessario ricordare che tutte queste considerazioni, talvolta estreme e utopiche, tanto da rimanere irrealizzate, nascono all’ombra dei recenti avvenimenti storici, dai quali, nelle parole dell’autore “molte persone furono scosse profondamente, e in modo che non è possibile dimenticare” (Eliot:1939, p.46). Questi avvenimenti rendono conto, ai suoi occhi, di “tutta la misura della crisi” (1939, 46), una crisi della quale anche i letterati, meno vicini alla vita politica, sentirono il peso della responsabilità, e che accompagna per questo come una macchia indelebile tutta la letteratura modernista.

 

6. Bibliografia

Eliot, T.S. (1928) For Lancelot Andrewes: Essays on Style and Order, London: Faber&Faber, 1928.

Eliot, T.S. (1934) After Strange Gods: A Primer on Modern Heresy, London: Faber&Faber, 1934.

Eliot, T.S. (1939) L’idea di una società cristiana,   https://www.rassegnastampa-totustuus.it/cattolica/wp-content/uploads/2014/07/L-IDEA-DI-UNA-SOCIETA-CRISTIANA-TS-Eliot.pdf

Eliot, T.S. (1949) Notes Towards a Definition of Culture, London: Faber&Faber, 1949. 

Kurlberg, Jonas. (2019) Christian Modernism in an Age of Totalitarianism, London: Bloomsbury Academic, 2019.

Sabbadini, Silvano. (1971) Una Salvezza Ambigua. Studio sulla prima poesia di T.S. Eliot, Bari: Adriatica Editrice, 1971.