Dentro la cultura dello stupro: Breath, Eyes, Memory4 min read

Ginevra Bianchini esplora il complesso universo culturale di Haiti attraverso il romanzo postcoloniale Breath, Eyes, Memory di Edwidge Danticat, tra rapporti uomo e donna, oppressione femminile e rape culture.

Disclaimer: il contenuto di questo articolo ha contenuto verbalmente grafico e potrebbe causare disagio in individui sensibili all’argomento dello stupro.

Dalla nascita del movimento #Metoo su Twitter a fine 2017, sono nati numerosi scandali e dibattiti in cui sono state coinvolte soprattutto persone di alto calibro dal mondo dello spettacolo e letterario, smascherando una patina di perbenismo e perfezione attorno alla quale la nostra società ha ruotato -e continua a ruotare- da decenni. E’ stato come se all’improvviso il mondo intero si fosse accorto dell’esistenza dello stupro e della violenza sessuale come realtà -finalmente- innegabili (non solo nei confronti delle donne, ma in maggior percentuale rivolto all’universo femminile). Citando Barbara Sanon (Black Crows and Zombie Girls), tutte queste persone sono state chiuse fino ad ora in ‘silences too horrific to disturb‘, guidate da paure di diverso genere, ma soprattutto da un senso di vergogna e colpa condizionato da una costante negazione e occultamento di realtà violente, che il pubblico non vuole accettare come evidenti.

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Edwidge Danticat.

Il romanzo Breath, Eyes, Memory di Edwidge Danticat già raccontava nel 1994 della condizione di oppressione e violenza epistemica in cui le donne haitiane erano e sono costrette a vivere, in particolare sotto il regime dittatoriale di François Duvalier dove veniva applicato il politically motivated rape, ovvero si utilizzava la minaccia dello stupro e la violenza contro le donne come arma di controllo politico di massa. Tuttavia gli eventi che coinvolgono le protagoniste di questo romanzo, principalmente Sophie e sua madre Martine, s’innalzano ad essere espressione universale del disagio psicofisico di tutte le donne che sono state costrette a vivere esperienze traumatiche; qua lo stupro di Martine nei campi di canna si pone come trauma originale, che causerà il successivo disagio a livello psicologico e sessuale di Sophie, insieme all’essere nata dallo stesso stupro della madre.

Il regime di terrore della società haitiana ha reso lo stupro e la violenza culturali, paradossalmente parte della vita di tutti i giorni. La violenza è talmente presente da essere non solo diffusa da agenti esterni, come lo stupratore di Martine, ma anche dalle donne stesse, tra di loro e su loro stesse. L’esempio più ricorrente e che viene tramandato come tradizione familiare è quello di ‘testare’, dalle loro stesse madri, la purezza, verginità delle giovani negli anni dallo sviluppo fino al matrimonio, inserendo il dito mignolo nella vagina per controllare che l’imene sia ancora intatto. La stessa Sophie per terminare la tortura di questo test decide di rompere il suo stesso imene, penetrandosi con un pestello.

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François Duvalier.

La problematica principale però non sta solo nell’evento in sé e per sé dello stupro e della violenza sessuale, ma nella condizione di ‘unspeakableness‘ in cui queste donne poi si trovano, e cioè di non essere in grado di parlare e condividere la loro condizione mentale dopo il trauma. L’impossibilità e incapacità quindi di affrontare la condizione psicologica che si è creata come conseguenza dello stupro, porterà Martine ad una tremenda paranoia pseudo-allucinogena nel momento in cui rimane incinta per la seconda volta; non essendo in grado di sopportare la ‘possessione’ del suo corpo da parte di qualcun altro al di fuori di sè stessa, si suicida accoltellandosi alla pancia alla fine del romanzo.

Ciò che impedisce a Martine di parlare del suo stupro e di cercare di affrontare il suo trauma è l’idea diffusa ancora oggi nella società, secondo cui per una donna condividere un’esperienza del genere è fonte di vergogna, come se parte di quello che le è successo fosse stato causato da lei stessa. La perdità della sua verginità al di fuori del matrimonio -nel suo caso pure in modo violento e indesiderato- è ancora una volta un’altra cosa di cui una giovane donna dovrebbe vergognarsi. E’ di nuovo la vergogna che la induce a trasferirsi a New York, lasciando Haiti e Sophie là, dove il ‘cuore’ del suo trauma risiede; purtroppo però quest’esperienza così segnante la seguirà anche negli Stati Uniti, finchè il trauma diventerà insostenibile spingendola al suicidio.

Questa cultura del silenzio e della vergogna che si è insinuata nella società è ciò che viene chiamato rape culture, dove la violenza sia fisica che verbale contro le donne è al limite dall’essere accettata riversando le colpe sulla vittima e su suoi apparenti comportamenti. Per quanto oggi anche nel mondo ci sia molta più consapevolezza su questo tema, anche grazie agli eventi degli ultimi mesi legati al movimento #Metoo, ancora si fa fatica a riconoscere l’esistenza della violenza sessuale anche su diversi livelli, prima dello stesso stupro.

‘Ou libéré?‘, ‘Are you free?‘, grida Sophie alla fine del romanzo, rivolgendosi probabilmente allo spirito della madre. Viene dunque da domandarsi: siamo noi ora liberi da questi schemi mentali? Decisamente no, dato che la misoginia e la discrimazione delle donne sono ancora condizioni con cui tutte le donne (e molte altre cosiddette ‘minoranze’) devono fare i conti in diversi ambiti. Stiamo tuttavia almeno iniziando ad accettare che determinate realtà di violenza sono tutt’ora presenti, nonostante ci sia stato e ancora continua un loro costante occultamento e negazione dall’occhio pubblico.

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By | 2018-05-30T10:30:44+00:00 maggio 30th, 2018|Recensioni|0 Comments

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