Death Note: tra cultura giapponese e adattamento statunitense23 min read

Giulia Caterini e Ginevra Bianchini analizzano e comparano la serie originale giapponese Death Note e l’adattamento statunitense targato Netflix del 2017, tra cultura, stereotipi e pattern ripetitivi di entrambe le nazioni.

1. Introduzione alla storia

2. Death Note: la distorsione del Giappone moderno
2.1 Il ragazzo più intelligente del Giappone e il sistema scolastico
2.2 Una storia attorno Tokyo
2.3 La propaganda mediatica
2.4 Shi di Shinigami

3. In caduta libera: Death Note a Seattle
3.1 Introduzione
3.2 La ripresa del manga e della serie tv giapponese
3.3 Death Note embedded nella cultura americana
3.4 La portata morale della storia
3.5 Critiche generali all’adattamento

4. Conclusioni

1. Introduzione alla storia
In occasione dell’uscita su Netflix dello scorso 25 Agosto 2017 della versione filmica di Death Note, regia di Adam Wingard, siamo tornati alle origini della storia stessa pubblicata come manga in Giappone nel 2003. Ideato e scritto da Tsugumi Ōba e illustrato da Takeshi Obata, Death Note è stato successivamente trasposto in anime (serie animata televisiva, ndr), tra il 2006 e il 2007, diretta da Tetsurō Araki.
Nonostante l’evoluzione della storia e dei personaggi della trasposizione filmica di Death Note sia stata diversa rispetto al manga e all’anime originali, le premesse comunque sono le stesse. Un giorno il giovane Light Yagami/Light Turner vede cadere dal cielo un quaderno, che si rivelerà avere dei poteri speciali e piuttosto sinistri. Questo quaderno è il Death Note dello Shinigami Ryuk e, attraverso lo stesso, Light acquisisce il potere di decidere chi e come deve morire, dovendo solo scrivere il nome della persona all’interno e avere in mente il suo aspetto esteriore.

2. Death Note: la distorsione del Giappone moderno
Death Note è stato il manga (nel 2003 e, successivamente, l’anime) che ha fatto conoscere a molti ragazzi occidentali la cultura nipponica. Differentemente dal film di Netflix, infatti, le opere di Ohba e Obata sono estremamente attualizzate nella cultura del Sol Levante dei primi anni 2000. Al punto che, se quest’ultima venisse esclusa, l’opera perderebbe di molti significati.

2.1 Il ragazzo più intelligente del Giappone e il sistema scolastico
Nel primo episodio e nel primo tankōbon (cartaceo di circa 200 pagine), Light fa un esplicito riferimento all’essere “uno dei migliori, se non il migliore, studenti di tutto il Giappone”. Come fa a saperlo? Egocentrismo?
In realtà, il sistema scolastico giapponese è tanto preciso quanto competitivo e, per stimolare ancora di più la competizione fra studenti, le graduatorie con i voti di ognuno vengono rese pubbliche senza il minimo rispetto per la privacy. Da qui dunque non è difficile risalire ai migliori di ogni singola scuola e, a un livello superiore, ai migliori del paese. Essere il migliore non è però solo una questione di prendere sempre voti più alti degli altri: si tratta anche di partecipare attivamente alla vita scolastica, prendendo parte a club pomeridiani (sportivi, ricreativi) e ivi rivestire ruoli di prestigio (come il presidente, il tesoriere e simili).death note, light yagami, L, canadausa.net
Ottimi voti, occupare un ruolo fondamentale in almeno un club e frequentare i corsi preparatori all’università è la formula che permette agli studenti del liceo di oggi di diventare gli studenti di importanti università del domani.
Perché viene data tutta questa importanza alla graduatoria nazionale? Essa è il punto di partenza per l’ammissione alle università di prestigio del Giappone. I ragazzi iniziano a studiare per il test in tenerissima età (in casi estremi dalle elementari) e solo con determinati voti si può sperare di essere ammessi ad una buona università. Entrare in una delle università più prestigiose del Giappone (e allo stesso tempo anche più antiche, come la Tōdai  東大 – l’università di Tokyo e la Kyodai 京大 – l’università di Kyoto) vuol dire avere accesso a stage e tirocini presso aziende di prima categoria in cui venir successivamente assunti a tempo indeterminato.In realtà, la strada dopo essere stati accettati da una prestigiosa università è tutta in discesa: l’unico obiettivo di questi test di ingresso estremamente severi è per uno studente modello di dimostrare di essere in grado di poter entrare in una determinata università.

Differentemente da altre realtà, l’università giapponese è da subito collegata con il mondo del lavoro. Il vero studio non passa attraverso gli esami, ma attraverso i tirocini, che si configurano non come l’ultimo step di un percorso scolastico, ma piuttosto come un insieme di corsi formativi e di affiliazione all’azienda. Non è quindi inusuale che degli studenti non si laureino nemmeno e che comincino in giovane età a lavorare presso l’azienda che li ha accolti e li ha formati, appena usciti dalle scuole superiori.
Non deve stupire quindi che il numero di suicidi sia alto fra gli adolescenti in Giappone: la pressione a cui essi sono sottoposti è costante e opprimente sin dalla tenera età. La particolarità di Light è che niente di tutto questo sembra appartenergli: studia molto ma non a livelli maniacali come molti dei suoi coetanei; sia nell’anime che nel manga Light non sembra far parte di alcun club e non è un membro attivo nella vita scolastica – ma è così intelligente e brillante che niente è fuori dalla sua portata, che sia essere ammesso alla prestigiosa università di Tokyo o diventare il padrone di un nuovo mondo.
Sia nel manga che nell’anime l’università di riferimento è la Tōdai, che però in questa realtà viene chiamata To-Oh. La distorsione dei nomi è un topos ricorrente nella serie (si ricordano, fra le altre, la Panasonic che diventa Fanasonic).

2.2 Una storia attorno Tokyo
La città di Tokyo è la cornice di tutta la storia e chiunque sia stato almeno una volta nella capitale giapponese può riconoscere nella grafica di Death Note l’architettura estremamente moderna.
Death Note non è l’unico prodotto che ha deciso di usare Tokyo come una sorta di personaggio, una colonna portante di tutta la trama (si pensi, ad esempio, a Nana di Ai Yazawa), ma a differenza di molte, Death Note trasporta lo spettatore da una parte all’altra della città, passando da luoghi estremamente famosi (come la linea Yamanote e i quartieri del centro) a posti più insoliti (come la zona portuale e i quartieri residenziali). yamanote, canadausa.net
La metropolitana di Tokyo è oggetto di grande interesse, in particolare la Yamanote. È infatti sulla linea circolare che si svolge uno dei momenti più emozionanti della serie – l’uccisione di Raye Penber. Durante l’episodio l’agente dell’FBI percorre tutta la linea circolare, fermandosi nelle stazioni metropolitane dei quartieri commerciali di tutta Tokyo. Proprio per questa sua caratteristica la Yamanote è considerata la linea verde più famosa del mondo. Ogni giorno è percorsa da migliaia di studenti, lavoratori pendolari, turisti ed è anche tristemente nota per le carrozze delle metro stipatissime nelle ore di punta.
Il centro della città è ospite di moltissimi eventi della storia: è qui che si trova l’università frequentata da Light; è il luogo dove è situato il palazzo costruito da Elle come base operativa; è dove si trovano le emittenti televisive che fanno da portavoce di Kira. Il centro è sempre raffigurato in maniera frenetica, dispersiva, dove Kira è una semplice persona fra le tante. Ed è questa una delle particolarità delle grandi metropoli –questa sensazione di dispersione che si ha di fronte al grande incrocio di Shibuya, o percorrendo le vie di Harajuku– l’essere qualcosa di piccolo in una realtà fatta di giganti schermi pubblicitari.
Completamente differente è il quartiere dove vive la famiglia Yagami, un quartiere come tanti, fatto di villette monofamiliari una uguale all’altra, disposte in maniera estremamente precisa. Le famiglie giapponesi preferiscono infatti crescere in quartieri lontani dalla frenesia del centro caotico e rumoroso, per stabilirsi invece in quartieri tutti identici tra loro. esclusivamente residenziali. Essi si trovano molto lontano da scuole e uffici, e non è raro che per raggiungere il proprio luogo di lavoro o la scuola una persona impieghi più di un’ora. È in questo contesto che vive la famiglia di Light, che si configura come la tipica famiglia giapponese all’interno del tipico quartiere residenziale: la madre Sachiko è una donna di mezza età dedita alla cura della casa, la figlia minore Sayu è una studentessa nella media e il padre Soichiro è capo dell’NPA (National Police Agency) ed è estremamente dedito al suo lavoro, al punto di anteporlo spesso alla famiglia. La normalità della famiglia Yagami è in estremo contrasto con la vita che Light decide di intraprendere.
L’ultimo ambiente presente nella storia è la zona portuale, uno scenario molto utilizzato da diversi autori di anime, manga e non solo. È stata una scelta molto oculata da parte dell’autore di Death Note, perché un po’ come i magazzini dismessi rispecchia in pieno il finale della serie, ovvero il senso di disperazione e perdita di Light.
La cosa interessante della città di Tokyo nell’opera di Onha e Obata è infatti come si passi dai quartieri residenziali simbolo della famiglia, a un concitato centro, e poi alla zona portuale che è invece desolata – lo scenario sembra voler suggerire allo spettatore cosa succede, rappresentando un continuum con le emozioni, l’innerscape, dei protagonisti. 

2.3 La propaganda mediatica
Una delle prime cose che si pensa dicendo “Giappone” è sicuramente la forte competenza tecnologica con cui il paese si è affermato nel corso del tempo, imponendosi su altre superpotenze occidentali e non solo. Basti pensare ai treni ad alta velocità, o ai robot dalle sembianze estremamente umane.
Un aspetto culturale spesso poco sottolineato dai media occidentali dei primi anni del millennio, ma che invece era molto presente in anime e manga dello stesso periodo, era l’uso del telefono cellulare in Giappone soprattutto fra gli adolescenti. Pur non essendo ancora stato coniato il termine smartphone (almeno non era presente nel nostro immaginario collettivo l’idea di smartphone che abbiamo adesso), i telefoni del Giappone avevano la possibilità di navigare in internet già allora. Molti prodotti culturali sono nati grazie all’utilizzo di internet nei cellulari: i libri da telefono – 携帯小説 keitai shōsetsu, libri scritti prevalentemente da adolescenti per adolescenti usando lo strumento Note del cellulare; chat di gruppo in stile Omegle; soprattutto è grazie ai siti con un’interfaccia mobile friendly che si sviluppano i thread come in 2channel che hanno prodotto opere come Densha Otoko, L’uomo del Treno – una discussione in queste textboard così famosa da diventare poi un libro bestseller.
È grazie inizialmente a questi siti che Kira conquista il benestare della popolazione giapponese. Persone che credono nel suo operato infatti cominciano a raccontare delle sue grandi gesta nel web e a dargli l’epiteto di Dio.
È però la televisione il mass media preferito di Kira, tramite cui intraprende il suo primo scontro con Elle. Nell’opera di Onha e Obata, seppur distorte, vengono citate la NHK (l’emittente nazionale) e la Chiba TV.
Nella seconda parte della serie, la televisione diventa l’espediente per creare proselitismo: talk shows, inchieste, telegiornali –tutto sembra rivolto a glorificare la sua persona. La televisione viene dunque messa alla gogna e rappresentata come una messa in scena goliardica che dedica interi programmi a raccogliere fondi per creare la Chiesa di Kira, intenta più all’indice di ascolti che alla vera informazione.

2.4 Shi di Shinigami
Il vero proprietario del Death Note non è altri che uno Shinigami di nome Ryuk.ryuk, death note, canadausa.net
Shinigami vuol dire letteralmente ‘Dio della morte’ (shinu 死 kami/gami 神), entità che accompagna gli umani al termine della loro vita.
Nella versione di Onha e Obata è il detentore di un quaderno che usa per uccidere persone alle quali ruba così momenti di vita. Ryuk ammette di essere molto annoiato ed per questo motivo lascia cadere il quaderno nel mondo degli umani; quindi Light non è un prescelto, semplicemente è stato il primo a trovarlo. Grossolanamente spiega come funziona il quaderno e le sue regole principali, per poi dire due cose molto importanti. La prima è che lui non è amico di Kira e non ha intenzione di aiutarlo in alcun modo nel suo proposito di essere il Dio di un nuovo mondo. La seconda è che sarà lui stesso a uccidere Light quando sarà il suo momento.
Ryuk è una figura stravagante presente dal primo all’ultimo episodio, ma al contempo è l’unica che non si evolve mai – forse proprio per sottolineare il suo essere (praticamente) immortale.
Lo stesso mito degli Shinigami è controverso, in quanto un mito relativamente nuovo, nato a cavallo fra il periodo Edo e Meiji (metà 1800).
Ryuk è un simbolo di tradizione nella contemporaneità, sia nei vestiti che nell’atteggiamento, una divinità con attitudini tipicamente umane. Forse non è un caso che sia apparso sulla terra nel momento in cui Light ha accettato il compito di Dio di un nuovo mondo (Ryuk infatti da prima si gode lo spettacolo dal regno degli Shinigami, per poi decidere di scendere sulla terra) ed è, dopotutto, il giorno in cui Light lascia il posto a Kira.

 

3. In caduta libera: Death Note a Seattle.

3.1 Introduzione
Grazie al fenomeno mondiale che Netflix in pochissimo tempo è divenuto negli ultimi due anni, si è creata attorno al network una rete di aspettative, spesso molto positive, che sottintendono il livello finale del prodotto come ovviamente materiale da capolavoro. Avendo inoltre un tipo di marketing molto funzionante e camaleontico, modellato su ogni stato in cui il network si trova, il grande successo di Netflix è probabilmente influenzato anche da quello che potremmo definire una sorta di effetto placebo sullo spettatore/fruitore: è stato convinto dalla pubblicità del prodotto, sulla sua alta qualità, che nel momento esatto della fruizione lo percepisce come tale, senza effettivamente porsi quesiti a riguardo, anche se in analisi più accurata non lo è.
Non c’è dubbio che in tutte le produzioni Netflix l’investimento e la cura tendano alla perfezione narrativa ed estetica, lasciando purtroppo però molte volte la componente tematica più profonda in forma abbozzata e superficiale, rimanendo nell’ambito dell’intrattenimento di alta qualità. Nel caso dell’adattamento di Death Note questa mancanza ha creato una voragine nel film di dimensioni enormi, permettendo(mi) tuttavia di individuare e analizzare una serie di caratteristiche presenti in modo molto frequente in produzioni statunitensi.

3.2 La ripresa del manga e della serie tv giapponese
Nonostante non sia giusto comparare un adattamento con la sua versione d’ispirazione -perché soprattutto in questo caso è stata pura ispirazione per poi essersi diretti in ben altre direzioni-, è normale che il paragone sia la prima reazione del pubblico. Inoltre il film Death Note pare nascere come una sorta di strano prolungamento della versione originale giapponese, perché per capire determinati passaggi della storia o mitologie dietro alcuni personaggi, Ryuk soprattutto, necessita essere a conoscenza del background della precedente serie manga.

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Willem Dafoe, dà voce a Ryuk.

La figura di Ryuk non è per nulla spiegata nel contesto della mitologia giapponese, ma viene presentato come un dio della morte, che sul momento può suonare come molto altisonante -viene in mente una sorta di Ade in altre sembianze-, per poi però essere lasciato così, senza ulteriori approfondimenti. Anzi, il personaggio stesso appare molto poco nel corso generale del film. Di fronte alla conoscenza dello spettatore medio (che può non aver visto la serie o letto il manga) Ryuk potrebbe essere una divinità di una mitologia ‘qualunque’. La sua provenienza viene solo accennata ben oltre la metà del film e in una scena di brevissima durata, durante la quale il focus viene molto velocemente spostato su altro. La cosa che quasi più sconcerta, oltre alla completa mancanza (o presunto sottinteso) di questo background culturale giapponese, è il fatto che il protagonista stesso non si ponga alcuna domanda su una figura così grottesca come Ryuk, con cui si è trovato ad avere a che fare. Un essere, al di là di presunte qualità divine, che si presenta come dio della morte di certo non da senso di sicurezza o fiducia, quindi perché fermarsi alla sua presentazione e non indagare? Per una falla narrativa il protagonista Light da tutto per scontato e si fida, elemento che rende il suo comportamento decisamente poco realistico.
Questo buco narrativo spinge a pensare che questo film fosse diretto a un pubblico ristretto, cioè al fandom preesistente della serie che aspettava un ritorno dei personaggi. Se così fosse, sarebbe stata una pessima mossa per un network così enorme, famoso e diffuso come Netflix, dotato di una popolarità tale da rendere quasi assurdo il volersi rivolgere a un pubblico in qualche modo più ristretto.
È stata creata poi una diretta correlazione visiva, per la maggior parte simbolica e sempre non spiegata durante il film, con una serie di elementi -se vogliamo anche marginali- che ammiccavano sempre e comunque a chi già conosceva la serie. In particolare la mela morsa o mangiata nell’oscurità da Ryuk che viene poi fatta rotolare verso il protagonista.

3.3 Death Note embedded nella cultura americana
Già dopo la prima mezz’ora di visione del film, si comincia –un po’ a malincuore- a notare una serie di comuni stereotipi americani, vagamente da soap opera adolescenziale o da romanzo young adult. Il protagonista della storia, Light Turner, oltre ad avere una dubbia tintura di capelli -presumibilmente usata per farlo sembrare strano, diverso- presenta una serie di tipiche caratteristiche dell’adolescente un po’ nerd e un po’ loser che si eleva a eroe dal piccolo mondo della provincia americana.

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Nat Wolff, interpreta Light Turner, nella serie tv Light Yagami.

Nell’ambientazione come da manuale di un liceo statunitense, in cui il mondo si divide in sole tre mega categorie nerds, jocks (fighetti/sportivi) e cheerleaders, il protagonista si inserisce tra i nerds essendo un paria dalle capacità intellettive oltre la media, mentre il resto delle persone attorno a lui non lo è o comunque non è considerata tale da lui.

Light dimostra dunque da subito una certa arroganza e un senso di superiorità nei confronti del mondo esterno, che non perderà nello sviluppo della storia, ma anzi andrà aumentando. Questo suo carattere e atteggiamento potrebbero essere in parte giustificati dal fatto che il personaggio originale ha di per sé delle vere e proprie qualità da sociopatico. Tuttavia, quel lato del carattere che comunemente considereremmo come pazzo, qui non è presente, ma è stato incanalato nel personaggio femminile di Mia Sutton, come ha anche confermato lo stesso regista Adam Wingard in un’intervista a io9.

“You know, the idea is almost like, Mia, in some ways, is as more like the original version of Light, personality-wise,” said Wingard. “You know, she’s a bit more sociopathic in that same kind of way.”

La vicenda nasce da questo desiderio generalmente paternalistico che Light ha, volendosi riscattare e innalzare a protettore degli innocenti e dei deboli dai bulli, prima a scuola poi nel mondo intero. Tuttavia già con questa premessa il personaggio principale è stato snaturato dalla sua versione originale, dato che si è andata a perdere tutta quella componente morale e legata all’uso del potere del Death Note in mano a una persona instabile. Qui infatti si rivelerà essere Mia, sua compagna, il vero personaggio mentalmente labile, non Light.
Il messaggio che può passare riguardo la ragazza, attraverso il film, è di conseguenza tutt’altro che positivo. Oltre ad aver trovato sottilmente sessista il fatto che alla fine dei conti il personaggio veramente pazzo sia l’unica figura femminile di tutta la storia, Mia è pure una versione in gonnella dello stesso protagonista maschile (come se fosse solo un suo arto) in più anche il suo background (è una delle ragazze più belle della scuola, cheerleader) ha il sapore del già visto, già sentito. Anche la relazione fra lei e Light è l’ennesima riproposizione di uno schema ben oltre che collaudato nella produzione televisiva e cinematografica americana, per cui un loser può essere sicuro che il/la più bello/a della scuola si innamorerà di lui/lei per la sua spiccata personalità e stranezza.

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Margaret Qualley, interpreta Mia Sutton.

Mia inoltre ripete più volte che il motivo ultimo per cui lei vuole il potere è che quello stesso aveva cambiato radicalmente la sua banale vita di provincia da cheerleader. Possiamo notare ora quindi quanto entrambi i protagonisti abbiano una grandissima insoddisfazione nei riguardi del loro stile di vita medioborghese americano, dunque abbastanza benestante. Essendo questo un tema ricorrente nei prodotti culturali americani, viene da domandarsi perché, insieme alla cascata di stereotipi, ci sia questo pattern sottinteso, mai esplicitato, però sempre presente, soprattutto quando si tratta di storie adolescenziali. È risaputo che in quel periodo della vita tutti i giovani sono caratterizzati da un generale senso di insoddisfazione e rifiuto. Qui però si arriva all’estremizzazione di tale frustrazione esistenziale: da essere nessuno (no one) i protagonisti diventano the one, quel qualcuno che ha importanza più di tutti gli altri, su scala mondiale, perché possiede il potere assoluto, cioè il controllo della vita e della morte proprio come un dio.

3.4 La portata morale della storia
Le azioni dei due protagonisti, ma generalmente di tutti i personaggi della storia, hanno una valenza etico-morale enorme, dato che si entra in una discussione fondamentale per il genere umano: il funzionamento della giustizia.

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Adam Wingard, Regista di Death Note.

L’acquisizione di questo potere/controllo sulla morte da sin subito ai protagonisti delle qualità quasi divine, in primis ai loro occhi e poi di fronte al mondo intero. Tuttavia, sia Mia, che Light non sono e non saranno mai divinità, il potere non è eterno e potrebbe essergli tolto anche con gran facilità o casualità, nel modo stesso in cui l’hanno ricevuto.
In un sistema giudiziario, non solo in quello americano, possono verificarsi delle falle, semplicemente perché la perfezione non esiste -soprattutto nell’applicazione di una legislazione, più che nella sua versione teorica, perché gestita da uomini per natura imperfetti e che tendono spesso e volentieri alla corruzione quando in posizioni di potere. Tuttavia il malfunzionamento di una giustizia non da -o non dovrebbe dare- spazio alla giustizia personale, nonostante si sia diffusa questa convinzione, perché spesso e volentieri quella che viene comunemente chiamata come giustizia privata è un altro atto violento e ugualmente criminale al primissimo atto compiuto, già soggetto a persecuzione giuridica.
Tuttavia, per Light e Mia la legge non ha valore e favorisce il lato criminale della società, in particolare per il ragazzo, che ha perso la madre, uccisa in un incidente stradale da un criminale che non l’ha soccorsa ed è fuggito. Oltre ad essere il tipico stratagemma cinematografico americano per dare un passato burrascoso e creare il giovane problematico Light, l’assenza della madre da anche spazio a un rapporto difficoltoso e turbolento con il padre, unica figura genitoriale, il quale è inoltre un poliziotto, un’ulteriore collegamento con il tema della giustizia privata. Il padre, James Turner, chiaramente non è a favore della stessa, è incorruttibile e quindi una piena personificazione della legge scritta. Light invece propende per una giustizia veloce e immediata, che nel pratico risulterà nella morte, tramite il Death Note, dell’uomo che aveva assassinato la madre. Nonostante il padre dica al figlio più volte che giustizia verrà fatta, Light, sia per opporsi al genitore sia perché non conosce il funzionamento della legislazione, farà comunque di testa sua. La vera giustizia infatti, come sostiene il padre, non sta nella resa dei conti o nel ‘an eye for an eye’ (legge del taglione) di eco più che antico. È molto difficile stabilire chi dei due abbia ragione in toto, perché questa opposizione creata dalle discrepanze tra la legge come assioma e la sua successiva applicazione sono impossibili da eliminare, data l’imperfezione e la tendenza alla violenza che caratterizza l’uomo.
Ritornando dunque alla power couple, Light e Mia, protagonista della storia, si presenta agli occhi la dimostrazione di quanto la sete di potere e di comando su tutto e tutti sia un po’ insita e nascosta nell’essere umano. Questa necessità di controllo sulla morte è da un lato molto umana, dato che morire è forse la paura più grande che ognuno ha nella vita. Però quando questa possibilità di essere come una Parca e tagliare il filo della vita non è rivolta solo a se stessi, ma verso chiunque esista al mondo, il potere può diventare inebriante fino all’eccesso. Mia e Light si convincono di essere degli eroi, cominciando a eliminare in modo sistematico, spesso truce e violento, tutti i criminali che rintracciano o di cui vengono a sapere. Ritengono che le persone abbiano bisogno di un Dio vero e tangibile, che agisca invece che guardare e basta e di conseguenza non sia deludente .Dunque creano KIRA, che significa killer e light (luce) allo stesso tempo, divenendo anche un gioco di parole con il nome stesso del protagonista.
Data anche questa loro carriera da giustizieri, i personaggi non possono essere definiti come buoni: non va dimenticato che la prima uccisone di Light è stata la decapitazione di un bullo a scuola. La domanda ora sorge ancora più spontanea: Light, individuo normale e ordinario, come può avere la capacità, il potere, il rigore, la fermezza di decidere chi può vivere e chi no? La colpa di quel ragazzo era stata di essere un bullo, un motivo non valido per ucciderlo. Infatti nessun motivo in assoluto, nemmeno il peggiore, può essere valido per uccidere un altro essere umano, nonostante possa sembrare come la punizione migliore. Non sta all’uomo decidere chi vive e chi no, ma a Dio, il destino, il caso o come vuole essere chiamata l’entità che porta alla fine un’esistenza umana.
Light e Mia vengono investiti di un potere che nessuno dei due è in grado di gestire, perché agiscono di pancia e d’istinto, con un modus operandi completamente privo di raziocinio, solo guidato dal sentimento. Oltre a Light, anche Mia comincia ad abusare del potere, ancora più di lui, uccidendo persone innocenti. La ragazza finisce per volere il potere solo per sé, perché ritiene che Light non abbia lo stomaco “per fare quello che va fatto”, cioè per uccidere chiunque senza rimorso, essendo più distaccata e spietata di lui. Anche Light però possiede queste caratteristiche ed è pronto a tutto pur di mantenere il controllo del Death Note, nonostante il suo personaggio non venga proprio presentato sotto questa luce. Solo Mia alla fine -uccisa da Light stesso- appare come una fredda serial killer, mentre Light come chi è riuscito a sfuggirle e a porre fine al disastro che lei avrebbe causato se avesse a tutti gli effetti posseduto il Death Note. Il paternalismo e il sessismo sono evidenti, all’interno di questa mera e banale opposizione tra i due sessi, in cui il vincitore e il forte tra i due sarà ovviamente quello maschile.

3.5 Critiche generali all’adattamento
In questo caso abbiamo avuto un adattamento da serie tv manga a film, nonostante di solito avvenga il contrario, dato che come viene oggi spesso ribadito, le serie tv sono il futuro del cinema. Come abbiamo già approfonditamente esaminato, le critiche sono state numerose, in primis nei riguardi dei buchi narrativi e dello spostamento in secondo piano dei temi fondamentali della storia.
A parte queste mancanze, il film raggiunge picchi eccessivamente splatter e orrifici nelle scene delle morti, perdendo ulteriormente il senso vero della storia, che non è sangue sullo schermo allo stile di 300, ma etico-morale. Inoltre una storia di ben 37 episodi televisivi è stata agglomerata e ridotta in un film di 101 minuti, dandogli un ritmo febbrile e agitato che la serie e la storia stessa non possedevano, quindi ancora una volta risaltando il lato visivo e di azione del film e tralasciando la caratterizzazione dei personaggi, solo abbozzati.
Il film poi ha avuto una serie di accuse da parte della critica di cultural appropriation e whitewashing, rispetto all’originale giapponese, abbastanza palpabili attraverso l’opera, soprattutto per chi ha prima conosciuto la serie.

4. Conclusioni
Nel finale del film rimangono alcuni quesiti cruciali: chi ha vinto questa battaglia? Ci sono effettivamente dei vincitori? Pare che i perdenti superino notevolmente in numero i vincitori, in un gioco al massacro come questo. L’unico vincitore forse è Ryuk, che da spettatore ha assistito all’infuriare di morte e caos.
L’autodistruzione è ciò che accade a chi vuole essere un dio -assaggiando il potere anche per un breve periodo di tempo come i protagonisti di questa storia. Allo stesso modo di Icaro nella mitologia greca, la cera che attaccava le ali alla pelle di Light si è sciolta quando si è avvicinato troppo al sole e, dopo aver raggiunto la vetta più alta, da li senza ali è solo caduta libera.

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By | 2017-10-25T19:26:32+00:00 ottobre 25th, 2017|Extra|0 Comments

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