Black Hole di Charles Burns è un graphic novel pubblicato tra il 1995 e il 2005 in una miniserie di dodici numeri, riuniti successivamente da Pantheon Books in un volume unico cartonato. Sullo sfondo della Seattle suburbana della metà degli anni Settanta, Black Hole si afferma nel panorama della letteratura dell’orrore come il ritratto della rabbia e della confusione di una generazione alle prese con una misteriosa epidemia. Si tratta di una specie di peste che colpisce soltanto gli adolescenti e si manifesta fisicamente attraverso mutamenti e deformazioni del corpo. Sorta all’alba del nuovo millennio dalla scena underground statunitense, l’opera di Charles Burns ha affascinato la critica letteraria fin dalla sua prima apparizione per il suo approccio innovativo in termini sia di forma che di contenuto.

1. “The bug”: la peste adolescenziale

2. Il capovolgimento del mito ecologico del Pacific Northwest

3. Bibliografia

1. “The bug”: la peste adolescenziale

La malattia è il cuore della narrazione ed è la chiave per comprendere le esperienze dei singoli protagonisti, in quanto ogni storia individuale ruota intorno alla paura irrazionale dell’infezione e del contagio. Il “bug”, o peste adolescenziale, come viene chiamata più volte nel testo, è una malattia sessualmente trasmissibile che si diffonde soltanto all’interno della comunità di adolescenti che vivono nell’immediata periferia residenziale di Seattle. Alcune informazioni a proposito della malattia compaiono nei frontespizi dei diversi episodi, che è possibile trovare solo nella serie iniziale, dove una voce narrante cerca di definire il trauma devastante e lo stigma che la patologia porta con sé. Come suggerisce Vanessa Raney in una delle prime recensioni di Black Hole, il paratesto di questi frontespizi offre al lettore uno schema più ampio per la comprensione della trama, in cui la progressione del “bug” è raccontata in maniera frammentaria e non consequenziale (Raney, 2005: par. 3).

It was like a horrible game of tag… It took a while, but they finally figured out it was some kind of new disease that only affected teenagers. They called it the “teen plague” or “the bug” and there were all kinds of unpredictable symptoms… For some it wasn’t too bad – a few bumps, maybe an ugly rash… others turned into monsters or grew new body parts… But the symptoms didn’t matter… Once you were tagged you were “it” forever. (Burns, 1995: 1)

Il “bug” ha delle conseguenze devastanti per il singolo individuo sotto due aspetti, uno psicologico e uno sociale. In prima istanza, risalta l’alienazione dell’io, che non si riconosce più nella sua unicità e percepisce la frattura profonda che la malattia ha impresso. In particolare, le mutazioni e le deformazioni fisiche contribuiscono a dare risalto alla scissione interiore dei giovani colpiti dall’infezione. Come rileva Zeigler, gli adolescenti infetti “non riescono a significare qualsiasi altra identità che non sia la malattia” (Zeigler, 2008: 7). Sul concetto di abiezione e di alienazione del sé, la psicoanalista e filosofa Julia Kristeva apre una finestra verso la comprensione di questo stato:

Non io. Non questo. Ma neanche niente. Un “qualcosa” che non riconosco come cosa. Un peso di non-senso che non ha niente d’insignificante e che mi schiaccia. (Kristeva, 1980: 10)

Curiosamente, i sintomi del contagio sono una rappresentazione delle contraddizioni e delle paure più recondite dei personaggi. Nello specifico, i sintomi dei due protagonisti principali rispecchiano due condizioni emblematiche della malattia: le piccole code violacee che spuntano sotto le ascelle di Keith simboleggiano il suo perenne senso di colpa, mentre la grande ferita aperta che corre lungo la schiena di Chris raffigura la necessità di rivestirsi di una nuova pelle, nel costante tentativo di rinnovarsi. Tra tutti i personaggi, Liza, la “Lizard Queen” con la coda da rettile, è l’unica che sembra accettare sia le deformità sia la malattia stessa, sublimando la propria alienazione attraverso l’arte (Lowther,  2011: 22). 

Sotto il profilo sociale, l’epidemia porta alla stigmatizzazione del malato come colui che minaccia il contagio: in altre parole gli infetti vengono etichettati non per qualcosa che hanno fatto, ma per ciò che sono diventati, “la loro offesa è ontologica; esistono indistinguibilmente dalla loro malattia” (Zeigler, 2008: 6). Di conseguenza, la comunità dei “sani” percepisce il malato come l’incarnazione della sporcizia, perciò cerca di allontanarlo da sé il più possibile. “La sporcizia è disordine, offende l’ordine” e dunque si presenta come un possibile pericolo di contaminazione (Douglas, 1966: 2). In maniera simile, il “bug” si afferma come un potenziale pericolo, specificatamente come un nemico sconosciuto che viene da fuori e oltrepassa i confini del comprensibile, ed è così estremamente minaccioso poiché “il pericolo si trova in stati di transizione, semplicemente perché la transizione non è né uno stato né ciò che ne consegue, è indefinibile” (Douglas, 1966: 96). Nell’analisi dei critici, la peste adolescenziale è stata spesso interpretata come metafora dell’AIDS, in quanto entrambe condividono la medesima stigmatizzazione sociale.

 

2. Il capovolgimento del mito ecologico del Pacific Northwest 

L’isolamento sociale si traduce nell’allontanamento fisico nel bosco, infatti “coloro che non riescono a celare i segni della malattia sono condannati a vivere nella foresta, conducendo un’esistenza negata, al di fuori della visibilità umana e sociale” (Iuliano, 2015: 1). Inoltre, il contesto naturale descritto richiama il luogo che nella tradizione letteraria era stato identificato come il paradiso ecologico degli Stati Uniti, che qui viene però capovolto e messo in dubbio. La natura come la descrive Burns non corrisponde in nulla alla rappresentazione idilliaca del posto. Infatti, il bosco è diventato il rifugio tenebroso dei contagiati, che nel profondo della foresta, cercano di ricostruire una nuova comunità fondata sulla tolleranza e l’assistenza reciproca. Ciononostante, la comunità degli infetti è minacciata da una misteriosa forza omicida che abita la foresta e che si scoprirà essere parte della comunità stessa. Attraverso questo stratagemma, l’autore contesta apertamente alcuni dei miti che si sono legati all’area di Seattle tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Novanta (Iuliano, 2015: 3), tra cui il mito del Pacific Northwest come utopia ecologica, formulata ad esempio da Ernest Callenbach nel suo celebre romanzo Ecotopia del 1975.

Non sembra esserci nessuna alternativa all’alienazione, come non c’è cura per la malattia. Cercare conforto e sollievo nelle droghe non sembra sortire alcun effetto, se non quello contrario: allucinazioni mostruose spingono i personaggi verso dinamiche di incertezza che peggiorano la loro condizione abietta di malato. L’unica alternativa a tutto ciò sembra trovarsi nell’accettazione della ferita causata dalla malattia. La consapevolezza della propria situazione facilita il malato nel superamento della paura irrazionale dell’esistenza. Nel graphic novel, il processo di autoanalisi sembra realizzarsi soltanto attraverso l’esperienza del buco nero. Il black hole viene per l’appunto rappresentato come lo specchio del vissuto dei personaggi e a livello grafico racchiude tutti quegli elementi che caratterizzano il trauma dei contagiati (oggetti come pistole, ossa, bottiglie vuote, ecc.) e può perciò in un primo momento spaventare. In realtà, il buco nero si rivela un varco verso la tranquillità che, se accolto, può portare a trovare la pace nel dolore.

3. Bibliografia 

Douglas, Mary. Purity and Danger: An Analysis of Concepts of Pollution and Taboo. London: Routledge, 1966.

Iuliano, Fiorenzo. “The Monsters of Suburbia: Black Hole and the Mystique of the Pacific Northwest”. In European Journal of American Studies 10.2 (2015): 1-13. Web. (data di ultima consultazione: 5 gennaio 2020)

Kristeva, Julia. Pouvoirs de l’horreur: essai sur l’abjection. Paris: Éditions du Seuil, 1980.

Lowther, John. “In Black Hole”. In Zeitschrift für Anglistik und Amerikanistik 59.1 (2011): 11-25. Web (accesso riservato).

Raney, Vanessa. “Review of Charles Burns’ Black Hole”. In ImageTexT: Interdisciplinary Comics Studies 2.1 (2005). Web. (data di ultima consultazione: 6 gennaio 2020).

Zeigler, James. “Too Cruel: The Diseased Teens and Mean Bodies of Charles Burns’s Black Hole”. In Scan–Journal of media arts culture 5.2 (2008). Web. (data di ultima consultazione: 6 gennaio 2020)

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