Thomas Pynchon (Glen Cove, NY, 1937) è uno dei più celebrati scrittori americani viventi, vincitore, tra l’altro, del National Book Award per Gravity’s Rainbow nel 1974. Nonostante ciò, la mole dei suoi romanzi – che consistono spesso di svariate centinaia di pagine – e la complessità di riferimenti che presentano, assieme a un lavoro di traduzione iniziato tardivamente, fanno sì che sia essenzialmente sconosciuto al grande pubblico di qua dall’Atlantico.

Per avvicinarci all’opera di Pynchon con cognizione di causa, potremmo partire proprio dall’analisi di due suoi articoli pubblicati sul New York Times (NYT): A Journey Into The Mind of Watts (1966) e Is It O.K. To Be A Luddite? (1984). Essi, infatti, presentano dei temi cardine della sua produzione romanzesca che vale la pena di usare come appigli per una prima riflessione critica sull’autore.

 

1. La voce degli emarginati

2. Entropia e comunicazione

3. Contestare le macchine

4. Conclusioni

5. Bibliografia

 

1. La voce degli emarginati

Nel giugno del 1966, Pynchon si recò nel sobborgo losangelino di Watts, a maggioranza afroamericana. Un mese prima, un poliziotto bianco aveva sparato a un automobilista di colore, uccidendolo davanti alla moglie incinta, durante un normale controllo di documenti. Ne seguì un processo nel quale l’agente, che non era nuovo a fatti del genere, era stato assolto. I residenti di Watts, dunque, si resero responsabili di alcuni episodi di guerriglia urbana che tennero viva l’attenzione della stampa sul caso.

Già in apertura del suo reportage, dopo aver brevemente raccontato i fatti, Pynchon chiarisce il focus della sua narrazione. L’etichetta di rivoltosi affibbiata alla popolazione di Watts dall’opinione pubblica viene frammentata per far emergere i cittadini in quanto persone insieme ai loro problemi: «There are […] the poor, the defeated, the criminal, the desperate, all hanging in there with what must seem a terrible vitality» (Pynchon, 1966).

I veri protagonisti sono questi emarginati, dei quali Pynchon desidera catturare non solo la vitalità, ma anche la visione del mondo, radicalmente diversa da quella della maggioranza bianca che vive nella metropoli californiana. Il processo di identificazione indotto nel lettore, per farlo empatizzare con questi protagonisti, è possibile grazie a due strategie: il riferimento a un “tu” che partecipa alla vita degli afroamericani di Watts e la condivisione del loro slang, in particolare nei termini con cui indicano le autorità.

Come spesso accade nei suoi romanzi, Pynchon sceglie un punto di vista minoritario, raccontando l’esistenza di chi non è integrato (o lo è solo in parte) nella società americana. Qui, non potendo abbandonare del tutto la propria voce, sposta il focus sul lettore. Costui, pur facendo probabilmente parte della maggioranza White Anglo-Saxon Protestant (WASP), si trova a essere partecipe, attraverso il “tu” con cui Pynchon gli si rivolge, di ipotetiche situazioni che sa che difficilmente gli capiteranno.

Ad esempio, in un periodo di boom economico e di bassa disoccupazione, Pynchon descrive in questo modo la ricerca quotidiana del lavoro:

You have driven, say, down to Torrance or Long Beach or wherever it is they’re hiring because they don’t seem to be in Watts […]. So you groove instead down the freeway, maybe wondering when some cop is going to stop you because the old piece of a car you‘re driving, which you bought for $20 or $30 you picked up somehow, makes a lot of noise or burns some oil. Catching you mobile widens The Man’s horizons; gives him more things he can get you on. Like “excessive smoking” is a great favorite with him. (Pynchon, 1966)

 

Il lettore del New York Times, messo a confronto con queste righe, si sente stranito: non è lui la persona a cui Pynchon sta ossessivamente dando del tu. Egli, infatti, ha probabilmente un’occupazione stabile e mai gli sarà capitato di pagare una vecchia macchina 20 o 30 dollari, né avrà mai «picked up somehow» quella cifra relativamente modica. Infine, il tipico lettore del New York Times non sarà mai stato fermato dalla polizia, in quegli anni, per «excessive smoking».

Eppure, per tutto il corso dell’articolo, queste sono le situazioni che gli vengono descritte, rese ancora più alienanti da quel riferimento a «The Man», accanto al quale compare poco dopo anche «the little man». Questi termini, molto informali, appartengono al gergo di Watts e permettono a Pynchon di dare sfogo a quella esuberanza linguistica che la critica gli imputò fin da subito.

Quando i due termini finalmente vengono spiegati, chiariscono una volta di più il senso di oppressione che provoca trovarsi invischiati in vicende come quelle descritte. «The Man» non sarebbe altro che il termine con cui gli abitanti di Watts si riferiscono a «any member of the power structure», che, in quanto tale, si rendeva protagonista di una vera e propria persecuzione nei confronti degli afroamericani poveri che popolavano i sobborghi di Los Angeles come Watts.

Questo bullismo istituzionale ha poi proseguito la sua attività, prendendo di mira anche i figli delle proprie vittime e allargando il numero degli aguzzini. «The little man», infatti, non ha più bisogno di far parte di alcuna struttura di potere, ma è semplicemente «your average white L.A. taxpayer, registered voter, property owner; employed, stable, mortgaged and the rest». Quest’uomo comune è persino più brutale dei poliziotti in divisa nel mostrare il suo razzismo interiorizzato, e spesso inconscio, ai ragazzini di periferia:

He’s [i.e. the little man] all over the place, and there is not much they can do to change him or the way he feels about them. A Watts kid knows more of what goes on inside white heads than possibly whites do themselves; knows how often the little man has looked at him and thought, “Bad credit risk”–or “Poor learner,” or “Sexual threat,” or “Welfare chiseler”–without knowing a thing about him personally. (Pynchon, 1966)

 

Il senso di paranoia caratteristico dell’opera pynchoniana è qui spiegato nella sua causa scatenante: l’oppressione è dovuta non solo al riconoscimento di complotti più o meno immaginari, ma soprattutto alla consapevolezza di trovarsi dal lato degli sconfitti dalla Storia, vittime di una vessazione così diffusa da parte della classe dominante da essere diventata inconsapevole, e di non avere voce per denunciare l’abuso.

 

2. Entropia e comunicazione

Il problema dei residenti di Watts, però, va ben oltre il fatto di non avere voce. Pynchon riprende un tema che gli era caro fin dagli anni in cui studiava fisica alla Cornell University: l’entropia. Questa unità di misura, nata nel corso della riflessione ottocentesca sull’efficienza delle macchine termiche, indica il livello di disordine che si accompagna necessariamente a un qualsiasi scambio di calore tra corpi.

Seguendo gli studi di Claude Shannon, il concetto di entropia viene applicato alla trasmissione delle informazioni. Nello specifico, messaggi prevedibili sono caratterizzati da un’entropia molto bassa. Al contrario, stringhe di testo disordinate, che trasmettono molte informazioni, hanno un’alta entropia.

In particolare, Pynchon nota che lo stato dell’entropia nel mondo contemporaneo corrisponde proprio a quest’ultima situazione. In tale frangente, la necessità umana di connettere le informazioni in un disegno coerente non può essere soddisfatta. Di conseguenza, la comunicazione finisce per svuotarsi progressivamente di senso, fino a diventare inefficace.

È proprio questo il caso di Watts. Il sobborgo si trova chiuso anche dal punto di vista geografico tra i quartieri bianchi di una città che fa della comunicazione illusoria dei mass media la sua ragione di esistere:

From here, much of the white culture that surrounds Watts–and, in a curious way, besieges it– looks […] a little unreal, a little less than substantial. For Los Angeles, more than any other city, belongs to the mass media. What is known around the nation as the L.A. Scene exists chiefly as images on a screen or TV tube, as four-color magazine photos, as old radio jokes, as new songs that survive only a matter of weeks. It is basically a white Scene, and illusion is everywhere in it. (Pynchon 1966)

 

La  «L.A. Scene», che Pynchon non esita a definire una «white fantasy» presenta, proprio in virtù del suo essere prodotto della cultura bianca, una differenza fondamentale rispetto alla visione del mondo degli abitanti di Watts. In particolare, il cuore della questione è il differente grado di attaccamento alla realtà delle due culture:

While the white culture is concerned with various forms of systematized folly–the economy of the area in fact depending on it–the black culture is stuck pretty much with basic realities like disease, like failure, violence and death, which the whites have mostly chosen–and can afford–to ignore. (Pynchon 1966)

 

Esiste inoltre una disparità di esposizione tra le due culture: proprio grazie alla «L.A. Scene», i bianchi e il loro sistema di valori sono pubblicizzati senza via di scampo sulle televisioni degli afroamericani. D’altro canto, anche la situazione sociale di questi ultimi, chiusi in poverissimi quartieri-ghetto, sarebbe difficile da non notare per chi percorre la vicina autostrada. Nonostante ciò, nessuno dei comuni cittadini bianchi si preoccupa di modificare, anche minimamente, il proprio tragitto per dare un rapido sguardo a Watts e alle condizioni in cui versano i suoi abitanti. Si crea così una situazione paradossale per cui il sobborgo afroamericano, pur essendo in realtà dietro l’angolo, si trasforma in un territorio che si trova psicologicamente svariati chilometri più in là di quanto i bianchi sembrano voler andare.

La comunicazione tra le due culture, dunque, è annichilita da due fattori: il dominio esercitato dai bianchi attraverso i media e la loro incapacità di raccogliere informazioni significative visitando Watts in prima persona.

Questa radicale incomunicabilità tra le due Los Angeles si riflette anche sulle sostanze psicotrope più in voga. Secondo la parte bianca della città, infatti, uno dei gravi problemi degli afroamericani di Watts sarebbe l’alcolismo. Pynchon, al contrario, è convinto che l’alcool faccia parte dello stile di vita di Watts almeno quanto l’LSD di quello hollywoodiano. Ancora una volta, questa diversa preferenza sarebbe da imputare al rapporto con la realtà caratteristico delle due culture:

The white kid digs hallucination simply because he is conditioned to believe so much in escape, escape as an integral part of life, because the white L.A. Scene makes accessible to him so many different forms of it. But a Watts kid, brought up in a pocket of reality, looks perhaps not so much for escape as just for some calm, some relaxation. And beer or wine is good enough for that. Especially good at the end of a bad day. (Pynchon, 1966)

 

D’altro canto, Pynchon, come spesso accade ai suoi personaggi, impegnati a creare senso attraverso teorie del complotto, non intende arrendersi a questo stato dell’entropia. Infatti, il suo intero intervento sul NYT è un tentativo di mettere ordine tra le informazioni e veicolare un messaggio che renda possibile una comunicazione significativa tra le due culture e una convivenza più rispettosa e pacifica.

Ma, come la sua controparte termica, anche l’andamento dell’entropia dell’informazione non può essere invertito. Il fallimento di questo tentativo, purtroppo, lo hanno decretato i molti episodi analoghi a quelli di Watts che si sono susseguiti anche in anni recenti.

 

3. Contestare le macchine

Il secondo articolo, uscito quasi vent’anni dopo, parrebbe a un primo sguardo di carattere marcatamente differente. Partendo dal celebre saggio di C.P. Snow The Two Cultures and the Scientific Revolution, Pynchon sviluppa un discorso sul luddismo (movimento nato tra Sette e Ottocento che mirava a sabotare la produzione industriale) e il suo significato nella società contemporanea.

In realtà, i temi trattati sono analoghi. Pynchon dà voce ai conflitti latenti nella società contemporanea, gettando luce sul punto di vista di coloro che paiono essere in una posizione di svantaggio. Come gli afroamericani di Watts, anche i poverissimi lavoratori del tardo Settecento (che avrebbero poi dato forza al movimento luddista) sembrano schiacciati da una società che li esclude e che non è cosciente dell’oppressione che esercita su di loro.

Dietro al conflitto di questi primi operai con i moderni mezzi di produzione forniti dalla Rivoluzione industriale, infatti, ci sarebbe in realtà uno scontro tra due culture, non meno diverse e maldisposte alla mediazione di quelle considerate a metà degli anni ‘60.

In particolare, già il primo atto di protesta compiuto dal capostipite dei luddisti, il leggendario Ned Ludd, non sarebbe stato mosso, secondo Pynchon, da un semplice terrore delle macchine. Intorno alla fine dell’Ottocento in un paesino non lontano da Leicester, i telai meccanici erano in uso già da oltre due secoli. Ciò che davvero istigò alla rivolta fu la consapevolezza sempre maggiore della divisione di ruoli tra lavoratori – cui era demandato il compito di sporcarsi le mani – e proprietari – che non facevano altro che possedere le macchine e assumere i lavoratori.

Questa situazione diede origine a un sentimento profondamente ambivalente delle classi subalterne nei confronti delle macchine: se l’uso del telaio meccanico rendeva più veloce e meno faticoso il lavoro, il prezzo da pagare era un numero molto inferiore di dipendenti richiesti e un salario estremamente basso. A tutto ciò si aggiungevano altri due fenomeni che erano percepiti come «unfair and threatening»: la concentrazione della gran parte della ricchezza nelle mani dei proprietari e la capacità delle macchine di sostituirsi al lavoro di diverse persone, come se un solo telaio potesse valere quanto numerose famiglie di lavoratori che sarebbero rimasti privi di mezzi di sussistenza.

Questo sentimento ambiguo verso le macchine e i loro effetti sulla vita quotidiana scatenò una «open-eyed class war», che ebbe ricadute anche sul mondo letterario. Pynchon identifica la tradizione del romanzo gotico inglese come «Luddite novel, […] warning of what can happen when technology, and those who practice it, get out of hand».

Tra questi testi spicca senza dubbio Frankenstein di Mary Shelley. La storia dell’inseguimento della creatura da parte di Victor Frankenstein, oltre ad avere un grande valore letterario di per sé e per il fatto di essere «sheltered innermost», tra diari dello stesso Victor e lettere di un esploratore del Polo Nord, assume un significato particolare se rapportata all’ideale luddista. In particolare, secondo questa lettura, il romanzo si traduce nel tentativo di Victor di distruggere la sua creazione, vale a dire di porre fine al suo atto sconsiderato di dare artificialmente la vita a un essere che, in virtù della sua maggiore forza, avrebbe costituito una reale minaccia per gli esseri umani.

La volontà di opporsi alle macchine è secondo Pynchon profondamente connessa a una supposta possibilità di violare le leggi della natura e al desiderio di tornare a un mondo governato dalla logica del miracolo: «to insist on the miraculous is to deny to the machine at least some of its claims on us, to assert the limited wish that living things, earthly and otherwise, may on occasion become Bad and Big enough to take part in transcendent doings.» Esprimere queste convinzioni, però, comporta un rischio ben preciso: «being judged by the literary mainstream as Insufficiently Serious» (Pynchon 1984).

Un simile giudizio non è più accettabile al giorno d’oggi, perché finirebbe per ignorare le istanze della fantascienza. Questo genere viene nobilitato da Pynchon al livello di «Luddite novel» contemporaneo, tanto da considerarlo «one of the principal refuges, in our time, for those of Luddite persuasion».

La fantascienza è diventata, secondo Pynchon, un mezzo di riflessione critica sulla storia del Novecento, caratterizzata da una successione di momenti in cui le macchine e il sistema di fabbrica d’impianto fordista che faceva loro capo hanno perso il controllo, trasformandosi in produttori di morte su scala globale:

By 1945, the factory system […] had been extended to include the Manhattan Project, the German long-range rocket program and the death camps, such as Auschwitz. […] Since Hiroshima, we have watched nuclear weapons multiply out of control, and delivery systems acquire, for global purposes, unlimited range and accuracy. An unblinking acceptance of a holocaust running to seven- and eight-figure body counts has become – among those who, particularly since 1980, have been guiding our military policies – conventional wisdom. (Pynchon, 1984)

 

Lo scopo dei luddisti di oggi, dunque, non è più contestare la macchina in quanto tale, ma vigilare sullo stato del sistema di fabbrica per impedire che si ripetano quelle sue degenerazioni che hanno scritto alcune delle pagine più buie della storia del Novecento. Anche il «Luddite novel» fantascientifico ha seguito questo cambio di prospettiva, spostandosi dall’interesse verso la macchina in sé a quello verso il suo rapporto, spesso conflittuale, con quanto definisce l’umano:

The hardware angle got de-emphasized in favor of more humanistic concerns […] most of it sharing, as the critical literature has amply discussed, a definition of ”human” as particularly distinguished from ”machine.” Like their earlier counterparts, 20th-century Luddites looked back yearningly to another age – curiously, the same Age of Reason which had forced the first Luddites into nostalgia for the Age of Miracles. (Pynchon, 1984)

È in questo senso che anche Pynchon, principe dei luddisti del Novecento, tratta nelle sue opere il tema delle macchine e il genere della fantascienza.

 

4. Conclusioni

Questa breve introduzione non vuole, ovviamente, esaurire i punti di interesse dei romanzi di Pynchon, né ha l’obiettivo di dare una lettura completa dei due articoli presi in esame. Piuttosto, si è tentato di dirigere l’attenzione su uno scrittore che occupa un posto di primo piano nella scena contemporanea, attraverso una connessione tra la sua prosa giornalistica (se così si può definire) e quella romanzesca. Il più importante di questi punti di contatto è proprio la profonda attenzione per quelle caratteristiche che definiscono l’umano, in particolare le sue diversità e il suo bisogno di comunicazione.

Pur facendo parte della maggioranza WASP, Pynchon è in grado di riconoscere la presenza di una pluralità di culture all’interno della società occidentale, misconosciute invece dalla gran parte dei cittadini americani, che le considera psicologicamente molto distanti proprio in virtù delle loro differenze. Nel dare voce a queste minoranze, Pynchon cerca un difficile lavoro di conciliazione, aumentando in particolar modo la consapevolezza di chi fa parte delle classi dominanti della necessità di includere queste persone, al contempo uguali e diverse da loro, nel discorso politico, sociale e letterario del mondo globalizzato.

 

5. Bibliografia

Pynchon, Thomas (1966), A Journey Into The Mind of Watts, «New York Times Magazine», 12 giugno 1966.

Pynchon, Thomas (1984), Is It O.K. To Be A Luddite?, «New York Times Magazine», 28 ottobre 1984.

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