CESARE PAVESE E LA SCOPERTA DELL’AMERICA LETTERARIA

Fra le personalità che più hanno saputo avvicinare il panorama culturale italiano alla letteratura nordamericana si distingue per importanza la figura di Cesare Pavese, l’intellettuale piemontese la cui intensa attività di traduttore, critico e scrittore si legarono indissolubilmente al suo impegno di americanista e alla battaglia culturale antifascista durante il Ventennio. Negli anni in cui il regime autoritario esercitava la propria influenza su ogni aspetto della vita dell’Italia, Pavese cominciava a sperimentare la curiosità per quella realtà d’oltreoceano che ben presto avrebbe scoperto e introdotto in Italia presentandola come antidoto all’avvilimento del pensiero durante il governo fascista. Con particolare entusiasmo egli iniziò ad avvicinarsi alla letteratura nordamericana durante il periodo universitario, dove scoprì la passione per l’inglese e per Walt Withman, laureandosi con una tesi incentrata sull’interpretazione della poetica dell’autore di Leaves of Grass (1855). Il contatto con gli studi anglo-americani sancì l’inizio di un’appassionata ricerca che terminerà nella seconda metà degli anni Trenta, dopo aver tradotto pietre miliari della letteratura contemporanea come Benito Cereno (1856) e Moby Dick (1851) di Herman Melville per Frassinelli, Uomini e Topi (1937) di John Steinbeck per Bompiani e il 42° parallelo (1930) di Dos Passos per Arnoldo Mondadori Editore e diventando uno dei critici tra i più autorevoli del panorama italiano. Egli funse da mediatore fra i due mondi lasciando che il mito americano si concretizzasse in Italia non solo come modello letterario ma soprattutto come alternativa possibile all’oppressione dell’individuo durante gli anni difficili del regime.

La cultura in epoca fascista fu strettamente collegata alle esigenze politiche del governo e intesa soprattutto come strumento essenziale alla creazione del consenso popolare e dunque come puro mezzo di propaganda. Con la nascita del Ministero della Cultura Popolare, la stampa, le attività editoriali, la radio, le arti e qualsiasi altra forma di comunicazione furono sottoposte ad un severo controllo con l’obiettivo di estirpare qualsiasi  attività intellettuale sovversiva o per lo meno non conforme alle direttive dello Stato. Dopo la riforma Gentile, che mirava alla standardizzazione del linguaggio nazionale, alla promozione di un’istruzione basata sulla tradizione greco-romana, di campagne contro l’introduzione dei testi stranieri, il clima culturale italiano divenne progressivamente più asfittico. Con il procedere dell’attività censoria nell’industria libraria si videro continuamente condannate e soppresse produzioni letterarie di contenuto ideologico, di riflessione su tematiche sociali, e, secondo i dettami de Il Manifesto degli Intellettuali Fascisti (pubblicato il 21 Aprile 1925) tutto ciò che contenesse argomentazioni su “individui e categorie particolari dei cittadini e un disfrenarsi delle passioni e degl’istinti inferiori, fomento di disgregazione sociale, di degenerazione morale, di egotistico ed incosciente spirito di rivolta a ogni legge e disciplina. L’individuo contro lo Stato.”

Lo stato di panico in cui vissero le migliori intelligenze italiane, la continua coscienza di non avere una via d’uscita se non nella fine del mondo, contribuirono a dare alla nostra cultura quel carattere ombroso, nevrotico, futile o disperato che la contraddistinse nel ventennio.

  (C. Pavese, La letteratura americana e altri saggi, Torino: Einaudi, 1951 p. 226)

Il Manifesto degli Intellettuali Fascisti di Gentile, che indicava le basi politico-culturali dell’ideologia fascista, funse da linea guida della cultura del Ventennio. Il culto dell’italianità, la promozione ossessiva di una lingua e una cultura unitaria, e la diffidenza nei confronti delle esperienze culturali degli altri paesi, in particolare verso Stati Uniti e Russia, vennero divulgate con assoluta fermezza. Benedetto Croce, nel Manifesto degli Intellettuali Antifascisti, pubblicato ne Il Mondo il 1° Maggio 1925 definì l’attività repressiva del pensiero individuale ad opera del governo “la doverosa sottomissione degli individui al tutto, che causa non fa che indebolire progressivamente l’elevazione morale”. A questo punto ci pare comprensibile quanto la letteratura americana abbia potuto influire sull’immaginario di quegli intellettuali che cercarono una via d’uscita al clima di regressione in atto. Una letteratura con i suoi incessanti fermenti, con la molteplicità di voci “imperfette” e di personaggi tanto distanti dai granitici eroi propagandati dal regime.

Nei nostri sforzi per comprendere e per vivere ci sorressero voci straniere: ciascuno di noi frequentò e amò d’amore la letteratura di un popolo, di una società lontana, e ne parlò, ne tradusse, se ne fece una patria ideale.

                                     (C. Pavese, Ritorno all’uomo, articolo pubblicato su l’Unità di Torino il 20 Maggio, 1945)

Nel volume Cesare Pavese: La letteratura Americana e altri saggi, Italo Calvino, voce d’eccezione nella prefazione del testo, spiega a noi lettori quanto l’opera creativa dell’autore piemontese si leghi indissolubilmente alla sua battaglia culturale di “rinnovatore di un panorama letterario e di ricercatore di ragioni poetiche e umane”. Infatti per Pavese l’impegno culturale e politico, specialmente in un periodo come il Ventennio fascista, non potevano che essere due priorità inscindibili. Fra il 1930 e il 1934 Cesare Pavese pubblicò numerosi saggi su Lewis, Anderson, Lee Masters, Melville e O. Henry sulla rivista «La Cultura», di cui Giulio Einaudi fu l’ultimo editore e diretta dallo stesso Pavese. Nella raccolta dei saggi americani, Calvino sottolinea quanto l’atteggiamento di apertura ai nuovi orizzonti da parte dell’intellighenzia italiana non sia però da confondere con una mera esterofilia o esotismo: la scoperta dell’America letteraria sotto il fascismo fu piuttosto un’ immersione nel dramma umano in una terra utopica. Essa rappresentò quell’alternativa per riacquistare nuova linfa vitale e fu proprio attraverso  l’America, la Russia, la Francia, la Spagna che l’Itala riscoprì se stessa. Lo studio di un orizzonte culturale diverso da quello dell’Italia del Ventennio rivelava la forte esigenza di trovare nuovo slancio attraverso nuovi modelli letterari da porre come termine di confronto, un desiderio di un rinnovamento linguistico della prosa, una volontà di ritrovare il contatto con l’esistenza umana attraverso la trattazione di nuovi argomenti, la riscoperta di ambientazioni caratteristiche e dell’originalità dei personaggi. La prospettiva di una creazione di uno stile nato dal dinamismo e dall’irrequietezza dell’individuo americano rispondevano a questa necessità.  La letteratura americana si mostrò l’antitesi ideale al clima del gretto accademismo, dell’ermetismo e soprattutto della prosa dell’arte, una letteratura che aveva progressivamente perduto il contatto con la vita. Gli italiani che si affacciarono alla letteratura americana riscoprirono la sintesi della realtà contemporanea: sullo sfondo di terre primitive le culture dei diversi popoli si sono armonizzate fino a creare lo stile autentico di una cultura complessa. Quella americana si presentava come una terra ricca, una realtà sociale e politica alla quale aspirare, a detta di Calvino “Una incomposta sintesi di tutto ciò che il fascismo pretendeva di negare”. In essa si concentravano la molteplicità delle voci, la ribellione dei singoli, il dramma dell’affermazione dell’individuo, lo spirito democratico  Inoltre il carattere genuinamente americano risultava ben diverso dall’ossessiva imposizione di un’identità italica sorta dalla tradizionale “superiorità latina” le cui produzioni letterarie non si mostrarono altro che frutti di un nazionalismo culturale sterile. Gli Stati Uniti d’America si palesarono come patria ideale: la via d’uscita per le migliori intelligenze italiane avvilite dallo stato di degradazione del panorama culturale.

 Per qualche anno questi giovani lessero e tradussero e scrissero con una gioia di scoperta e di rivolta che indignò la cultura ufficiale, ma il successo fu tanto che costrinse il regime a tollerare, per salvare la faccia. Si scherza? Eravamo il paese della risorta romanità dove perfino i geometri studiavano il latino, il paese dei guerrieri e dei santi, il paese del Genio per grazia di Dio, e questi nuovi scalzacani, questi mercanti coloniali, questi villani miliardari osavano darci una lezione di gusto facendosi leggere discutere e ammirare? Il regime tollerò a denti stretti, e stava intanto sulla breccia, sempre pronto a profittare di un passo falso, di una pagina più cruda, d’una bestemmia più diretta, per pigliarci sul fatto e menare la botta. […] Il sapore di scandalo e di facile eresia che avvolgeva i nuovi libri e i loro argomenti, il furore di rivolta e di sincerità che anche i più sventati sentivano pulsare in quelle pagine tradotte, riuscirono irresistibili a un pubblico non ancora del tutto intontito dal conformismo e dall’accademia. […] Per molta gente l’incontro con Caldwell, Steinbeck, Saroyan, e perfino col vecchio Lewis, aperse il primo spiraglio di libertà, il primo sospetto che non tutto nella cultura del mondo finisse coi fasci.

 (Da Arrowsmith, di Sinclair Lewis, 1924. Trad. di Pavese, Un romanziere americano, Sinclair Lewis “La Cultura”, 1930. Ora in Letteratura americana e altri saggi, Torino: Einaudi, pp. 23-24)

All’esigenza di un rinnovamento letterario, di ricerca di nuove formule stilistiche e di linguaggio, si affiancava la necessità morale di ritrovare in letteratura quella umanità che il potere oppressivo aveva logorato. In questo senso l’America si presentava come terreno fertile per l’arricchimento intellettuale e soprattutto umano dell’individuo. La volontà di addentrarsi nel mistero americano fu dunque motivata dalla libertà democratica che essa proponeva, una libertà che permetteva di vivere la propria vita senza impedimenti, un luogo dove anche l’uomo comune sentiva il dovere di raccontarsi e ne aveva facoltà. La libertà degli autori di porre all’attenzione del lettore personaggi popolari fu uno degli elementi che affascinò maggiormente l’autore di Lavorare Stanca. Tale fervore nella riscoperta dei caratteri vitali dei protagonisti di Sinclair Lewis, di Sherwood Anderson, di Jack London, lo riscontriamo passo dopo passo nei cosiddetti “saggi americani”. Ad esempio in una prima analisi di Arrowsmith (1925), il romanzo per il quale Sinclair Lewis vinse il Premio Pulitzer, Pavese definì il testo “malfatto”, ma nello stesso tempo ne descrisse con entusiasmo “l’abbondanza pletorica di vita che li informa”. Nei nuovi romanzi americani i personaggi non venivano ritratti nei panni di individui dai tratti eroici, per rimanere in tema si pensi ad esempio al protagonista Arrowsmith un giovane americano medio, un vagabondo (tramp) che riscopre le terre sconfinate, i villaggi e le città fra il Michigan e Illinois. La grandezza di tali personaggi di provincia, uomini risoluti che tentano di sopravvivere al grigiore quotidiano, il desiderio di libertà che li porta a condurre le proprie vite errando per la terra americana, la ribellione all’ambiente, l’integrità e l’umanità ritrovata nei bassifondi, gli espedienti linguistici utilizzati, le espressioni gergali e la scoperta dello slang, travolgono ed emozionano. Inoltre, il rinnovato interesse per le tematiche sociali, la volontà di riscoprire una concordanza fra arte e la realtà sociale, accrescono il desidero di rifuggire il gretto conformismo che soffoca e nega la vita. La volontà di “gettare i lumi sui problemi sociali” si rivelava dunque un bisogno storico e l’America ne rappresentava il luogo utopico in cui vivere in democrazia, una democrazia che è collettività, armonia tra individuo e società. Essa rappresentava lo scenario in cui si recita “il dramma del vero”, basti pensare alla brutale franchezza e onestà degli abitanti di Spoon River le cui vite segnate dal dolore e dal peso del proprio destino si raccontano nella confessione del dramma di tutti. La stessa Spoon River Anthology (1915) di Edgar Lee Masters che furbescamente riuscì a sfuggire all’attività censoria grazie a quella “S.” che le attribuì immediatamente la santità. Il grande interesse per l’individuo e questa nuova attenzione alle tematiche del reale fecero sì che il fare letteratura assumesse una funzione sociale e Cesare Pavese per primo ne individuò l’importanza: oltre che scoperta del metodo di rappresentazione della realtà più veritiera, gli studi americani furono per Pavese l’occasione di operare un recupero della propria identità di intellettuale e scrittore. In un clima come quello del regime la necessità dell’uomo di riscoprire se stesso sotto forma di nuovo Adamo, di sentirsi “sradicati e primordiali” in simbiosi con la potenza vitale dei “giovani americani” costituiva una priorità. Entrambi condividevano l’esigenza di emanciparsi dagli aridi vincoli del passato e in questo senso gli scrittori americani fungevano da modello non tanto stilistico quanto ideale: questi nuovi intellettuali avevano il coraggio di procedere senza schermi letterari, ma con una consapevolezza della vita che fosse frutto dell’esperienza dell’uomo. Dunque l’immagine americana non rappresentava esclusivamente il nuovo stimolo per una rinascita artistica del panorama letterario italiano, ma si rivelava soprattutto una speranza per l’apertura all’umanità,  “un’apertura all’uomo verso l’uomo”. Per capire meglio il concetto di “uomo nuovo”, l’Adamo citato da Pavese, ricorriamo a una considerazione di Dominique Fernandez ne Il mito dell’America negli intellettuali italiani dal 1930 al 1950 che chiarisce  come Pavese e Vittorini intendessero per «uomini nuovi» coloro i quali in passato non avevano diritto di cittadinanza nella letteratura: gli operai e i contadini, i disoccupati, i ragazzi traviati, i banditi, gli assassini, le vittime e i relitti del determinismo economico. I personaggi sono privi di carattere eroico e romantico: sono uomini comuni che lottano per la sopravvivenza in una società capitalistica e per il riconoscimento della propria dignità. La dedizione allo studio dei testi americani di Pavese fu spesso suddiviso in tre momenti fondamentali: quello della lettura e della scoperta, quello della traduzione e, infine, quello della produzione. Alla grande opera di traduzione spesso si associa il momento in cui Pavese spostò la sua attenzione dalle produzioni letterarie alle biografie degli autori, mettendo in evidenza quelle che furono le novità dei nuovi intellettuali americani. In concomitanza con l’impresa titanica di tradurre Moby Dick; or The Whale (1851), Pavese si ritrovò ad indagare sulla figura del “baleniere letterato”, sul suo trascorso da uomo di mare e uomo di lettere, individuandone una nuova tipologia di intellettuale americano. Melville, come Anderson e Thoreau, rappresentavano questi scrittori nuovi che hanno saputo prima nutrirsi del contatto con la vita e solo in seguito divenuti narratori delle vicende umane.

I nordamericani hanno saputo rinnovarsi, passando per la cultura attraverso l’arte primitiva, reale, attraverso quel che si chiama la vita, arricchendo, temprando e potenziando la letteratura.  

(A.Lombardo, Il diavolo nel Manoscritto: Saggi sulla tradizione letteraria americana, Milano: Rizzoli, 1974  p. 78)

Da questo perfetto equilibrio nato da una sintesi di virtù pratiche ed intellettuali, non potevano che sorgere individui dotati di una conoscenza superiore e una visione comprensiva della realtà umana che essi scelsero di imprimere nelle loro produzioni artistiche. In contrasto con le priorità elogiative della letteratura in patria, l’atteggiamento degli intellettuali americani era mirato alla rappresentazione della realtà in tutte le sue sfaccettature. Il forte senso critico degli scrittori e poeti del Novecento americano – Edgar Lee Masters, Sherwood Anderson, Sinclair Lewis, James Cain, John Steinbeck, William Faulkner – permetteva di raccontare anche le storture della società americana, attraverso le narrazioni del quotidiano. Le note dissonanti di una tale visione pessimistica non facevano però che attribuire veridicità e spaventosa genuinità nei racconti della società terribilmente modernizzata. Questo imbarbarimento, di un ritorno al dramma quotidiano, alla vivacità degli istinti umani e alla dignità dei personaggi popolari generarono quello che fu  definito “estetismo democratico” che in Italia si riscontrò nel gusto rinnovato per i viaggi, il cinema, lo sport, il jazz, “l’antiletteratura”.

Per Pavese il precursore dei nuovi artisti americani del Novecento, l’autore che per primo aveva posto la letteratura americana a contatto con la realtà fu Walt Whitman. A questo proposito Gerge Kateb, in Patriotism and Other Mistakes (New Heaven, Yale University Press, 2006,  p.143), ci suggerisce il carattere democratico dell’autore di Leaves of Grass. Egli fu democratico non solo per il proprio credo ideologico impresso negli elogi alla libertà democratica e alla dignità dell’individuo, ma soprattutto per gli espedienti linguistici che introdusse nella propria poetica, come ad esempio l’utilizzo di un linguaggio colloquiale, la trattazione di argomenti quotidiani, l’introduzione in letteratura di figure fino ad allora emarginate (prigionieri, schiavi, malati, ladri) attribuendo in questo modo  pari dignità ad ogni singolo uomo. Lo stesso Pavese subirà una certa influenza della poetica di Whitman e nei suoi scritti darà voce alla vitalità e agli impulsi dell’uomo comune e spesso, in concomitanza con l’intenzione whitmaniana di sintetizzare estetica ed etica, conciliando gli aspetti pratici della realtà e linguaggio nuovo e dinamico per rappresentare il mondo nella sua interezza.

 In tempi che la prosa italiana era un «colloquio estenuato con se stessa» e la poesia un «sofferto silenzio», io discorrevo in prosa e versi con villani, operai, sabbiatori, prostitute, carcerati, operaie, ragazzotti. […] Hanno detto di me che imitavo i narratori americani, Caldwell, Steinbeck, Faulkner, e il sottinteso era che tradivo la società italiana.

(C.  Pavese, La letteratura americana e altri saggi, Torino: Einaudi, 1951 pp.222-223. )

Come è già stato accennato il guardare all’America fu per il poeta la via per soddisfare il bisogno di scoperta, rivitalizzazione e maturazione in quanto intellettuale e scrittore. Come suggerisce Pino Fasano in Il mito americano di Cesare Pavese (ITALICA, Volume 85 Numbers 2-3, 2008) è proprio attraverso il momento della traduzione che Pavese ebbe modo di esperire l’America in una sorta di personale grand sneak nel mistero americano che gli è necessario per riappropriarsi dei propri luoghi nativi.  Attraverso il percorso di “rimbarbarimento”, del contrasto fra civiltà e realtà atavica, la mappatura di una provincia e delle espressioni popolari lo scrittore riuscì a distaccarsi dalla civiltà per operare un ritorno verso il primitivo. È con il terzo momento dell’opera artistica, quello della scrittura, che Pavese avrà riconquistato le proprie origini avendo sperimentato quelle native nordamericane in un parallelismo fra Middle West – Piemonte. Si veda come in Paesi Tuoi (1941), primo romanzo dell’autore, le descrizioni di una campagna anti-idilliaca, cruda e profondamente realistica apparvero un segnale di continuità tra la recente traduzione di Of Mice and Men di Steinbeck e la fatica letteraria pavesiana, così come in Lavorare Stanca (1936) i personaggi sono distanti dalla poetica tradizionale e al contrario immersi nella dimensione quotidiana risentono di quell’estetismo democratico al quale abbiamo precedentemente accennato, sono sottoposti alle passioni umane e alle pressione degli istinti primari.

Decontestualizzare l’apertura americana da parte degli intellighenzia italiana antifascista e non evidenziare il contesto storico in cui essa prese piede sarebbe un errore da non sottovalutare. La letteratura non è altro che espressione dell’uomo che intraprende un cammino attraverso le vicende storiche che lo coinvolgono. Alla luce di ciò parrebbe plausibile l’ipotesi di Lawrence G. Smith in Cesare Pavese and America: Life, Love and Literature Lawrence a proposito della relazione fra  Pavese e il Fascismo: “Without Fascism, the intellectual Pavese we know would not exist. Had Italy been a free and open society, the young Pavese might have heard there the kinds of bold and brave voices he found only in America; he might never have had the motivation to immerse himself in nineteenth – and twentieth – century American literature.” L’esperienza di Pavese è stata decisiva per quella generazione letteraria cresciuta sotto il fascismo, che con incessante sforzo cercò di ridare dignità all’uomo trovando una via d’uscita altrove. Accorciando le distanze che separavano due mondi apparentemente così lontani riuscì a porre le basi per una rinascita dell’individuo, un individuo adesso capace di poter esprimere se stesso in piena libertà. Con il passare del tempo il mito americano cessò però di essere una gloriosa e idealistica realtà. L’immagine di un paese democratico e libero lasciava il posto a quello di una società in preda alla modernizzazione capitalistica dalla quale niente di quello che veniva prodotto ricordava il vitalismo dei capolavori del passato. Rileggendo la raccolta degli scritti americani Pavese ci lascia a questo punto con un dubbio: che sia davvero finito il tempo del mito americano una volta cessato il terrore del pericolo fascista? É ancora possibile percepire lo stesso stupore attraverso i nostri contemporanei?

Ora, il tempo è mutato e ogni cosa si può dirla, anzi è più o meno stata detta. E succede che passano gli anni e dall’America ci vengono più libri che una volta, ma noi oggi li apriamo e chiudiamo senza nessuna agitazione. Una volta anche un libro minore che venisse di là , anche un povero film, ci commuoveva e poneva problemi vivaci, ci strappava un consenso. Siamo noi che invecchiamo o è bastata questa poca libertà per distaccarci? Le conquiste espressive e narrative del ‘900 americano resteranno – un Lee Masters, un Anderson, un Hemingway, un Faulkner vivono ormai dentro il cielo dei classici, ma quanto a noialtri nemmeno il digiuno degli anni di guerra è bastato a farci amare d’amore quel che di nuovo ora ci giunge di laggiù. Succede talvolta che leggiamo un libro vivo che ci scuote la fantasia e fa appello alla nostra coscienza, poi guardiamo la data: ante-guerra. A esser sinceri insomma ci pare che la cultura americana abbia perduto il magistero, quel suo ingenuo e sagace furore che la metteva all’avanguardia del nostro mondo intellettuale. Né si può far notare che ciò coincide con la fine, o sospensione, della sua lotta antifascista. 

  (C. Pavese, Ieri e Oggi, da La letteratura americana e altri saggi, Torino: Einaudi, 1951 cit., p. 173)