Intervista ad Anna Mioni

di Luca Ventura

Oltre ad essere, dal 2012, agente letteraria con la sua AC² Literary Agency (http://www.ac2.eu/), Anna Mioni traduce dall’inglese e dallo spagnolo (http://www.annamioni.it/). Nella sua carriera si è occupata più volte di narrativa angloamericana, traducendo, tra gli altri, Sam Lipsyte, Douglas Coupland, Donald Barthelme e  Daniel Alarcón. Per due anni consecutivi (2008 e 2009) è stata segnalata al Premio Monselice per la Traduzione Letteraria. Nel 2008 per le traduzioni di Daniel Handler, Avverbi (Alet 2007) e di Lester Bangs, Impubblicabile! (minimum fax 2008), nel 2009 per la traduzione di Tom McCarthy, Déjà-vu (ISBN edizioni 2008).

L’intervista che segue è stata condotta via e-mail nel marzo 2014, nel periodo appena successivo alla comparsa nelle librerie della più recente traduzione di Anna Mioni: La parte divertente, di Sam Lipsyte (minimum fax, febbraio 2014).

Lei è stata, se non sbaglio, la prima al mondo a tradurre God Hates Japan di Douglas Coupland. Mi può dire come è stato il suo rapporto con il testo e con l’autore? Coupland sembrava molto restio a concedere la traduzione del suo romanzo, persino dal giapponese all’inglese…

A questa domanda dovrebbe rispondervi l’editore. Con Coupland ci siamo scambiati una mail in cui si rendeva disponibile a chiarirmi eventuali dubbi, ma non si è reso necessario. Poi ha dimostrato su twitter di avere ricevuto e apprezzato (?) l’edizione italiana: https://twitter.com/DougCoupland/status/270752392713216001/photo/1

Come è stato lavorare sui testi di Lipsyte? I ringraziamenti mi fanno pensare che l’autore sia stato molto presente e disponibile nella fase di traduzione, è così?

Nel caso di Lipsyte, ho tradotto quattro libri di cui è autore, quindi ormai ho una certa consuetudine con il suo stile e anche con il suo umorismo ebraico/newyorchese, oltre che una cospicua affinità generazionale (siamo più o meno coetanei) e musicale (entrambi ex musicisti rock). Quindi tradurre un suo libro è un po’ come riprendere una conversazione con un vecchio amico che non vedo da diversi mesi. Non è scontato che l’autore si presti a rispondere alle mail del traduttore, quindi mi è parso il caso di ringraziare Sam per la sua disponibilità e gentilezza. La situazione più difficile per un traduttore, per esempio, è quando un termine ha sette o otto possibili traducenti, e in quel caso occorre davvero chiedere all’autore (se è ancora vivo) quale degli otto significati intendeva usare.

Quale è stato l’aspetto più complesso che ha dovuto affrontare nel rendere in italiano la lingua di Lipsyte? C’è un racconto o una parte di romanzo che le ha preso più tempo del resto?

La difficoltà principale della lingua di Lipsyte è il suo essere così contemporanea da non essere ancora documentata dai dizionari, nemmeno da quelli di slang. Sarebbe impossibile tradurre i suoi libri senza accesso a internet, in particolare ai motori di ricerca e all’Urban Dictionary. Questo vale per tutti i suoi libri; ma il brano più difficile, quella che ho riscritto decine di volte anche a distanza di settimane, è stato l’incipit di Chiedi e ti sarà tolto, che trovate qui http://www.gq.com/entertainment/books/201001/sam-lipsyte-the-ask

Parlando di difficoltà, una delle cose più complicate nel rendere leggibile un testo di Lester Bangs – o, almeno, questa è l’impressione che ho avuto leggendolo – è ricontestualizzare tutti gli accenni a fatti, versi di canzoni, personaggi pubblici appartenenti alla sua epoca… pensa che questo possa essere considerato come un limite della sua opera? Secondo lei i tre libri editi dalla minimum fax sarebbero godibili anche senza le note del traduttore (o in certi casi del curatore)?

Non si tratta di un limite, ma di un fatto storico: Bangs ha scritto i suoi libri in un’epoca in cui la fruizione culturale non era globalizzata, quindi quello che gli americani guardavano alla TV non era uguale in Italia, per esempio. Un lettore intelligente non può aspettarsi da un libro che ormai fa parte della storia lo stesso tipo di sincronismo del mondo odierno. Le note sono necessarie per chi non ha le informazioni sufficienti a comprendere il testo (il 98% dei lettori italiani). In una futura edizione in ebook si potrebbe sostituirle o integrarle con link a testi e video musicali, chissà.

Nella sua nota a “Guida ragionevole al frastuono più atroce”, lei cita le parole di Greil Marcus: “Forse questo libro chiede al lettore di essere disposto ad accettare il fatto che il miglior scrittore americano sapesse scrivere quasi esclusivamente recensioni di dischi”. Immagino sia una domanda oziosa, ma crede che se Bangs avesse scritto qualcuno dei romanzi che aveva progettato, saremmo qui a parlare di un grande scrittore? Quali narratori americani, secondo lei, sono vicini a Lester Bangs?

Sono una traduttrice letteraria, figura che raramente coincide con quella di critico letterario della letteratura da cui si traduce, quindi non mi arrogo il diritto di paragonare Bangs ad altri narratori, non avendo a mia disposizione l’intero scibile della narrativa statunitense. Molti lo accostano a Hunter S. Thompson in quanto entrambi esponenti del gonzo journalism, ma forse quello stile è stato più imitato malamente che eguagliato. Difficile dire se la scrittura pirotecnica di Bangs avrebbe retto la prova con una trama da reggere sulla lunga distanza. Quello che si è visto dai frammenti editi è l’inventiva stilistica, e una grande umanità nel descrivere i personaggi di entrambi i sessi. Non è detto che sarebbero bastati a farne un grande romanziere.

Oltre ad aver tradotto il libro, si è occupata di redigere l’accuratissima discografia che occupa le ultime pagine dell’edizione italiana della biografia di Elliott Smith scritta da Benjamin Nugent. Quanto è stato importante l’aiuto di Renzo Stefanel, rock giornalista che ha ringraziato anche nei libri di Lester Bangs?

I tempi per le traduzioni sono sempre stretti, per di più all’epoca non avevo ancora la connessione ADSL e quindi le ricerche in rete con la connessione lenta mi portavano via notevoli quantità di tempo: mi sono avvalsa della collaborazione di Stefanel in fase di ricerca per la discografia di Elliott Smith. Per quanto riguarda durante la traduzione dei primi due libri di Bangs, non avendo a disposizione l’ADSL, mi serviva qualcuno con una conoscenza musicale sterminata per verificare subito eventuali imprecisioni nelle note e nei fatti (date, nomi di dischi e musicisti…). La ricca esperienza di Stefanel nel campo l’ha reso preziosissimo in fase di rilettura del testo. Di sicuro, se li avessi tradotti ora che si trova qualsiasi brano musicale su youtube, avrei risparmiato qualche passaggio (dischi rarissimi prestati o registrati da amici, eccetera).

Lei traduce anche dallo spagnolo (mi viene in mente Ivan Thays). In un breve saggio, Nicola Lagioia ha scritto: “Se il Sud America è stato il manicomio d’Europa quanto gli Stati Uniti ne sono stati la fabbrica, forse, per raccontare il mondo alle soglie del ventunesimo secolo, un manicomio è molto più utile (oltre che più interessante) di una fabbrica.” È d’accordo con questa affermazione o le sembra un po’ troppo drastica?

Mi sembra un’affermazione simpaticamente provocatoria, che non spiega però il lungo calo di fortuna della narrativa latinoamericana in Italia dopo il boom del realismo magico. Tuttora gli autori che raggiungono la diffusione che si meriterebbero sono solo pochi, mentre la letteratura ispanoamericana è un mondo vastissimo, affascinante e (soprattutto nel caso dei narratori argentini) molto vicino alla cultura italiana.

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