Intervista a Ben Marcus

di Luca Ventura

In lingua italiana è disponibile solo con due opere pubblicate da Alet, ma, nel mondo anglofono, Ben Marcus (1967) ha ricevuto apprezzamenti da scrittori del calibro di Jonathan Safran Foer, Michael Chabon, Rick Moody e Jeffrey Eugenides. Le domande che seguono sono state pensate in occasione dell’uscita dell’ultimo libro di questo autore (la raccolta di racconti Leaving the Sea) e, pur sfiorando anche altri argomenti tra cui un dibattito tra Marcus e Jonathan Franzen, si concentrano soprattutto sul suo penultimo libro, il romanzo The Flame Alphabet, pubblicato nel 2012.
Questa intervista è stata condotta via e-mail e si propone di avvicinare al pubblico italiano un autore che può risultare certo difficile, ma che è al tempo stesso una delle voci più originali della narrativa angloamericana degli ultimi anni.

A differenza dei tuoi primi due libri (“The Age of Wire and String [L’età del fil di ferro e dello spago, Alet edizioni 2006]” e “Notable American Women”), “The Flame Alphabet” ha una struttura interna più ordinata e uno schema narrativo più evidente. E “Notable American Women”, benché episodico nella forma, appariva come un lavoro più unitario rispetto a “The Age”. La vedi come una sorta di evoluzione stilistica o volevi solo sperimentare soluzioni diverse?

É stato più un tentare soluzioni diverse, piuttosto che un evolversi. Una narrazione con una trama lineare mi sembrava più appropriata per The Flame Alphabet. Da allora sono anche tornato a scrivere pezzi più episodici, come dici tu, e più incentrati sul linguaggio. Non vorrei pensare di essermi involuto.

In “The Flame Alphabet” il linguaggio diventa tossico e i bambini sono gli unici ad esserne immuni. C’è una ragione particolare per la quale hai deciso che i bambini sarebbero stati immuni?

L’idea è che possiamo tollerare solo una certa quantità di linguaggio prima che questo diventi tossico per noi. Proprio come con una droga. I bambini sono dunque immuni finché non raggiungono il loro punto di saturazione. Ero anche interessato a rovesciare il rapporto di potere tra bambini e adulti.

Questo romanzo tratta della famiglia non meno che del linguaggio. Quando hai cominciato a scriverlo, che tipo di romanzo volevi diventasse? La tua prima idea era quella di parlare di una famiglia devastata o di concentrarti sul concetto di “linguaggio come virus”?

Non avevo un’idea in sé, ma piuttosto una situazione, un problema, un conflitto. Il parlare di una bambina che rovina una famiglia. I genitori che non possono starle attorno se vogliono sopravvivere. Quanta lealtà possiamo avere quando c’è in gioco la nostra vita? Mi sembrava un dilemma atroce ed è quanto mi ha dato la spinta nei primi giorni in cui scrivevo il libro. In questo senso, per me non c’è una vera separazione tra i problemi della famiglia e i problemi del linguaggio.

Per pura curiosità, è LeBov chiamato così in onore di William Labov¹?

No. Ho solo sentito parlare di William Labov, ma spero che non sia così sinistro come il LeBov di The Flame Alphabet.

Ho letto la tua appassionata difesa di Gaddis² in reazione al saggio di Jonathan Franzen, Mr. Difficult³. Dopo quasi un decennio, percepisci ancora un certo grado di anti-intellettualismo nel mondo delle lettere americane?

Devo ammettere che non è che mi sia messo alla ricerca di critica aggressiva e reazionaria apposta. Franzen è stato un caso che non si poteva ignorare, perché aveva un profilo talmente alto e prendeva la parola come chi crede di essere un portatore di standard culturali. Sembrava urgente rispondere alle sue dichiarazioni. Il suo rifiuto di una scrittura impegnativa era pubblico, e sembrava che nessuno si fosse preso il disturbo di rispondergli. Dal momento che non ero d’accordo con la sua posizione—cioè che nessuno potrebbe “fruire” di una scrittura che non va attivamente incontro al suo pubblico—mi sono sentito in dovere di rispondere. Questo tipo di letteratura certamente non dovrebbe essere un caso speciale, protetto dalla critica. Ma le critiche di Franzen mi avevano preoccupato, dato che voleva porsi come l’ideale lettore ipotetico per opere che considerava inferiori, negando così l’esistenza di un buon numero di persone le cui menti hanno una diversa sensibilità rispetto alla sua.

“Leaving The Sea” è uscito il 7 gennaio 2014. Puoi dirmi qualcosa sulla genesi del libro e che tipo di racconti vi sono contenuti?

Le storie presenti sono stati scritte prima e dopo The Flame Alphabet. Le storie più recenti tendono ad essere più realistiche che il mio lavoro precedente. Ho scritto un sacco di cose strane, stranianti, e in questi pezzi ho pensato molto al linguaggio, a nuovi modi in cui usare le parole, per cambiare il loro significato. Non volevo dare nulla per scontato, volevo inventare nuovi modi di dire le cose – allo scopo forse di produrre emozioni. Dal momento che ho fatto molte cose di questo genere, ero interessato a tentare qualcosa di nuovo. Storie con una lingua più scorrevole, più piana e trame più realistiche. Mi piace variare le tecniche che uso, mi piace sorprendermi. La raccolta mostra i vari approcci con cui ho affrontato le storie.

Ringrazio Ben Marcus per la disponibilità dimostrata. Per chi volesse approfondire di seguito si presenta una bibliografia:

The Age of Wire and String – 1995 (L’età del fil di ferro e dello spago, Alet edizioni 2006)

Notable American Women – (Vintage Books, marzo 2002)

The Father Costume (con Matthew Ritchie) – (Artspace books, maggio 2002) – Il costume di mio padre (collana Autografie, Alet edizioni, gennaio 2004). Il testo originale verrà anche inserito nella raccolta “Leaving the Sea”.

The Moors –  (Madras press, dicembre 2010) Questo testo è stato riprodotto nella raccolta “Leaving the Sea”.

The Flame Alphabet – (Alfred A. Knopf, gennaio 2012)

Leaving the Sea – (Alfred A. Knopf, gennaio 2014)

¹William Labov (1927-vivente) linguista statunitense, tra i fondatori della sociolinguistica. Suoi saggi tradotti in italiano sono stati pubblicati ne “Il continuo e il discreto nel linguaggio” (1975).

²William Gaddis (1922-1998), autore cardine del postmodernismo americano; tra i suoi romanzi The Recognitions (1955), J R (1975).

³Nel saggio Mr. Difficult: William Gaddis and the Problem of Hard-to-Read Books (apparso su The New Yorker il 30 settembre 2002), il romanziere Jonathan Franzen, pur dichiarando di apprezzare l’opera prima di Gaddis (“The Recognitions”), vedeva nei suoi successivi sforzi creativi più uno sfoggio d’erudizione da parte dell’autore incompreso e amareggiato che vera forza narrativa. Ben Marcus avrebbe poi risposto, nell’ottobre 2005, con un articolo uscito su Harper’s Magazine intitolato “Why experimental fiction threatens to destroy publishing, Jonathan Franzen and life as we know it” e recante l’ironico sottotitolo “a correction” (il terzo libro di Franzen s’intitola, infatti, “The Corrections”.)

 

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