Isle of Dogs di Wes Anderson è una favola punk8 min read

Jacopo Norcini Pala recensisce per CanadaUsa l’ultimo film del regista indie più famoso al mondo, un viaggio di solidarietà canina in un Giappone futuristico, ma non così lontano dalla possibile realtà.

Wes Anderson, texano classe 1969, non è quello che si definirebbe propriamente come un regista politico o impegnato. La mano dietro film di culto del nuovo millennio come The Royal Tenenbaums (2001), The Grand Budapest Hotel (2013) e Fantastic Mr. Fox (2009) è infatti sempre stata più affascinata da concetti quali l’identità personale piuttosto che dall’azione collettiva, una realizzazione del sé che si riflette anche nella minuzia maniacale con cui i film sono ossessivamente curati a livello visivo, oltre che contenutistico. In un gioco di specchi al limite del narcisistico, ogni simmetrico campo lungo reca indelebilmente, indirettamente la firma di Anderson, in quanto unico regista che possa permettersi e che quindi sia capace di realizzare questo tipo di cifra nel circuito mainstream hollywoodiano.Wes Anderson

Isle of Dogs, uscito lo scorso 13 aprile, è in molti casi una totale sovversione di tutto quello scritto in questa breve introduzione. A 20 anni di distanza da quello che era probabilmente il suo film più arrabbiato, Rushmore (1998), il regista di Houston decide di sconvolgere parzialmente il proprio paradigma contenutistico lasciando inalterata la patina stilistica: il risultato è controverso, ma non per questo meno convincente.

La vicenda del film, ambientato in un non troppo futuristico Giappone, ruota attorno a un editto governativo emesso in piena campagna elettorale dal sindaco Kobayashi per far fronte a una pericolosa serie di epidemie canine, che metterebbero a rischio la popolazione nipponica e non solo. Nonostante l’opposizione della comunità scientifica locale, i quadrupedi sono deportati su un’isola-discarica in quarantena: primo espatriato è Spots, il cane da guardia di Atari Kobayashi, nipote dodicenne del sindaco. Devastato dalla perdita del suo unico amico, Atari ruba un piccolo aeroplano per volare fino alla discarica e salvare il proprio cane, ma a causa di un malfunzionamento il mezzo precipita. Il ragazzino viene salvato da un branco di cani esiliati a loro volta sull’isola: Chief, Rex, King, Boss e Duke, doppiati rispettivamente da Bryan Cranston, Edward Norton, Bob Balaban, Bill Murray e Jeff Goldblum. L’improvvisato team di salvataggio parte quindi alla ricerca del cane scomparso in una missione disperata per riportare la pace e l’armonia nella terra del Sol Levante.

Abbiamo già detto di come tutto quello che rappresenta stilisticamente Wes Anderson sia presente, come da manuale: le inquadrature simmetriche, i colori, le musiche, i dialoghi, il gusto smaccatamente indie tipico del regista è più vivo e vivace che mai. Tuttavia, quello che colpisce è come l’ambiente giapponese riesca a coincidere e sovrapporsi così efficacemente con questa estetica: inevitabilmente, la rappresentazione dell’immaginario orientale ha suscitato la solita ondata di critiche di cultural appropriation. Quello che invece Anderson presenta, nell’opinione di chi scrive, è sì una limitata visione della cultura giapponese, ma perché appunto si tratta di una chiazza di colore sulla tavolozza della storia del film, un elemento cosmetico perfettamente sostituibile e innocuamente inutile, un colorato omaggio ad una società dalla quale Anderson è chiaramente affascinato (dimostrandolo chiaramente nella meticolosissima sequenza della preparazione di un piatto di sushi).

“All barks were translated in English”

Nonostante si sia appena definito il Giappone come un contenitore, una scatola in cui Anderson può scatenare la propria cifra, un singolo elemento è assolutamente imprescindibile per decifrare uno dei temi fondamentali del film: il linguaggio.

La prima immagine del film è un disclaimer che avvisa gli spettatori del fatto che tutti i dialoghi degli umani sono stati mantenuti nella loro lingua originale (differentemente dalle battute dei cani, come viene ironicamente evidenziato). Questa contrainte narrativa, però, non riduce il ruolo dei personaggi giapponesi a figure da cinema muto, in cui l’espressione è totalmente indicativa della narrazione e il narrato diventa accessorio. Anzi, Anderson si diverte a sovraccaricare l’immagine di simboli, a lasciar sviluppare il pensiero dei nativi in lunghe tirate in lingua, che vengono a volte tradotte istantaneamente dall’interprete Nelson (doppiata da Frances McDormand), a volte filtrate attraverso corrispettivi dell’immagine e persino rimbalzate dagli schermi delle televisioni locali e non, mescolandosi e sovrapponendosi al linguaggio scritto dei titoli e delle didascalie dei reporter. Un cortocircuito linguistico che per gli spettatori italiani acquisisce un ulteriore livello di complessità nella versione sottotitolata, per cui ci si trova a ragionare con quattro livelli di codice (immagine, audio giapponese, audio inglese, sottotitolo).Rex & Chief

Questa sovrapposizione così macchinosa ha uno scopo ben preciso nella narrazione, infatti, uno dei temi più toccanti del film è quello dell’incomunicabilità tra diverse specie. Gli uomini non capiscono i cani e viceversa, e solamente Spots e Chief sono in grado di interagire in maniera diretta con Atari grazie ad un fantascientifico auricolare. Una sorta di ennesima ammirazione verso il mondo scientifico e logico, per cercare di superare insieme barriere che sarebbero altrimenti impossibili da scavalcare, come appunto il mare che separa l’isola-discarica dal Giappone: è facile leggere in tutto questo una critica alla linea anti-immigrazione proposta dall’attuale presidente USA, di cui Kobayashi sembra essere il feticcio (a metà tra un Grande Fratello orwelliano e il Citizen Kane di Orson Welles). E, come dal canone autoimposto dal regista, tocca alle nuove generazioni a far sentire la propria voce per riscattarsi di fronte all’ingiustizia: non solo Atari, ma anche l’agitatrice-studentessa in scambio culturale Tracy Walker (doppiata da Greta Gerwig) sono gli unici personaggi che, insieme ad un ristretto gruppo di studenti mossi proprio dalla determinazione di Tracy, decidono di contestare l’editto governativo anti-cani supportando la comunità scientifica.

“I suppose if it worked, we’d be dead already”

I temi finora presentati (insieme a tanti altri, che abbiamo preferito tralasciare) potrebbero scoraggiare il lettore, ma ci teniamo a precisare che Isle of Dogs non è in alcun modo un film lento o meditativo, anzi. Con una durata inferiore alle 2 ore, la narrazione spinge sull’acceleratore fin dal primo secondo (come testimonia l’energica performance dei suonatori di tamburi taiko durante i titoli in apertura). Per utilizzare un’immagine ricorrente nel film, ovvero quella di carrelli sospesi in aria, il film si muove nella stessa identica maniera: sempre dritto, con poche variazioni, fino all’arrivo.

Il problema sorge dalla mancanza di veri e propri saliscendi in questa corsa spericolata: l’unico grande, importantissimo rallentamento è costituito da una breve sequenza di interazione tra Chief e Atari, in cui sembra emergere finalmente la predominanza del cane sul resto del suo gruppo nobile. Tuttavia, questa sequenza viene mutilata con il rientro in scena di tutto il resto del cast, che rendono il momento appena menzionato una pausa fine a sé stessa e senza particolari sviluppi o implicazioni della narrativa: Isle of Dogs trova la sua forza nell’interazione tra i personaggi, e lasciarli soli li impoverisce fino a renderli quasi macchiettistici. Basti pensare al fatto che la catchphrase di Chief, “I bite” (“Io mordo”), presuppone a prescindere una interazione con un’altra figura per esistere e donare senso ad una delle caratteristiche fondamentali del personaggio.

Forse è anche per questo motivo, come amici dall’occhio più allenato alla decodificazione dell’immagine mi hanno fatto notare, che Anderson si impone così rigorosamente nei campi lunghi la suddivisione della scena in primo piano, secondo piano e sfondo. L’illusione della profondità si riflette quindi nel tentativo di instillare una artificiosità inesistente nei personaggi, che simbolicamente si appiattiscono nei momenti in cui non si ritrovano a dover affrontare delle situazioni puramente verbali. Le divertentissime e goffissime zuffe ne sono un esempio eccelso: tutto è inglobato da una nuvola di polvere, non si riescono a definire i contorni dei personaggi e tutto quello che riusciamo a sentire è il guaito dei cani, finalmente riportati al loro stato originale.Otomo poster

Isle of Dogs è quindi un carrello sospeso a mezz’aria e lanciato a tutta velocità verso il proprio obiettivo, in nessun modo differente da una favola per bambini ed effettivamente anche il finale è favolistico, con la restaurazione dello status quo armonioso e pacifico. C’è da chiedersi se Wes Anderson voglia far intendere che a tutti gli effetti i cani siano migliori degli uomini: sono loro che subiscono ingiustamente la repressione e sono sempre loro che riescono ad organizzarsi e a rovesciare l’ingiustizia. Eppure, il finale sposta il focus sull’azione umana, prima a livello individuale e poi politico: prima attraverso la redenzione del sindaco Kobayashi, e poi attraverso la surreale “riunione di governo” degli studenti. I cani in tutto questo sono assenti o subordinati all’azione umana, spettatori di uno scenario sul quale non hanno più alcun controllo, nonostante siano in primis i responsabili della messa in discussione delle misure autoritarie intraprese all’inizio del film.

Questa sorta di rassegnazione al limite del disinteresse non inficia però sulle sorti del film nel contesto strettamente filmico: Isle of Dogs è un importante step nell’evoluzione del linguaggio cinematografico di Anderson che riconferma come l’animazione sappia rendere in maniera molto più efficace la propria esplosiva creatività compositiva e il suo delicato lirismo. E se questo vuol dire rinunciare all’ultimo briciolo di idealismo e spirito di rivendicazione a tinte fosche, noi non possiamo di certo opporci, ma speriamo vivamente che il prossimo film capovolga questo preoccupante andamento, altrimenti ci ritroveremo sempre più spesso a doverci barcamenare tra  i drammi e gli eroismi delle marionette e nulla più.

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By |2018-06-26T14:12:51+00:00giugno 13th, 2018|Recensioni|0 Comments

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Musicofilo in erba, amante del surreale, dell'inconscio e dell'alternativo, curioso per natura.

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