Amitav Ghosh: una voce contro l’antropocentrismo3 min read

Il 5 luglio 2018 il Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne dell’Università di Bologna ha avuto il piacere di ospitare l’importante scrittore indiano Amitav Ghosh. Qui Roberto Andrés Lantadilla scrive le sue riflessioni sui punti cruciali toccati dal dibattito con l’autore.


Leggendo l’ultimo numero delle Scienze (luglio 2018), un fatto mi ha decisamente colpito. Fra le prime pagine troviamo un’intervista a Luca Montanarella, uno dei coordinatori dell’IPBES, Intergovernmental Science-Policy Platform on Land Degradation and Restoration, in cui si parla di un recente rapporto allarmante sul degrado del territorio. Il fatto che mi è saltato all’occhio è come, dopo aver menzionato brevemente le più di 3000 fonti dall’intera comunità scientifica, Montanarella sposti l’attenzione su un peculiare capitolo del rapporto, interamente dedicato alla percezione del degrado, insistendo sul fatto che «c’è una vastissima conoscenza su questi temi che deriva non da pubblicazioni scientifiche ma da saperi locali».

Non è poco l’entusiasmo che mi coglie al leggere queste righe, in quanto sono affermazioni come queste, provenienti da figure legate alla sfera STEM (science, technology, engineering and mathematics) che preannunciano un riconoscimento sempre più necessario dell’importanza delle materie umanistiche nel dibattito ecologico. In situazioni come questa si fa evidente come il mero dato scientifico non sia più sufficiente, ma vada integrato dalla sua percezione, o più semplicemente dalla sua componente di vissuto. D’altronde, se da un lato è sempre più innegabile il fatto che il riscaldamento globale sia un problema di natura anche e soprattutto sociale, dall’altro la sua immanenza permea inevitabilmente in tutti gli ambiti del sapere, compresa la letteratura.

Da questo punto di vista, non sorprende affatto che una figura come Amitav Ghosh, scrittore indiano fra le voci più importanti della letteratura post-coloniale, abbia dedicato la sua ultima raccolta di saggi, La Grande Cecità (Neri Pozza, 2017), al rapporto fra cultura, crisi ecologica e la ricerca di un romanzo ambientalista.

Lo scorso 5 luglio ho avuto modo di partecipare ad un incontro con lo scrittore indiano tenutosi presso il Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne di Bologna, coordinato dalla docente Silvia Albertazzi e moderato da Carlotta Beretta, dottoranda, e Luca Raimondi, addottorato, entrambi fan emozionati dello stesso autore. Fin dalle prime battute del dibattito si capisce che il tema verterà proprio sulla responsabilità del romanziere nell’era del riscaldamento globale, e quando gli viene chiesta l’origine del suo coinvolgimento ecologico lui risponde semplicemente ma efficacemente: «how can you think of something else?»

La grande sfida del romanzo contemporaneo secondo Ghosh è quella del problema dell’essere e della rappresentazione del non-umano. Non è un caso il fatto che molto spesso nei romanzi dello stesso autore l’elemento di sfondo, la dimensione spaziale, più che un contenitore passivo della narrazione sia un vero e proprio agente: così come il Mississippi di Mark Twain, o come la New York di F. Scott Fitzgerald, l’oceano indiano dei romanzi di Ghosh è un vero e proprio protagonista. 

Per invertire il paradigma umano-non-umano verso una visione più integrale e non coercitiva del rapporto dell’uomo con la natura, l’autore prende le distanze da quasi mezzo secolo di dualismo cartesiano. Laddove il processo di modernizzazione rappresenta, nelle sue stesse parole, «a silencing of the non-human», un mettere a tacere la voce del non-umano, Amitav Ghosh cerca le radici di una nuova letteratura ecologista nei testi della tradizione premoderna, in cui trova diversi approcci su come rapportarci al problema dell’altro, umano e non-umano. 

Da queste considerazioni nasce un’inevitabile responsabilità etica dello scrittore del ventunesimo secolo rispetto al dibattito ecologico: lo storytelling si fa veicolo di nuovi immaginari, che scardinano le certezze della mentalità antropocentrica che hanno portato all’attuale crisi ecologica. Da qui la domanda centrale che l’autore pone al pubblico: «how to uneducate ourselves»?  Come scostarci da secoli di inadeguato rapporto tra l’uomo e la natura? A questo proposito, forse la letteratura potrà fornirci qualche risposta.

 

 

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By |2018-07-19T20:42:15+00:00luglio 18th, 2018|Extra|0 Comments

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Eterno pendolare. Sto ancora cercando di capire cosa voglio fare nella vita, ma ho tutta la vita per pensarci. Nel frattempo, ammazzo il tempo coi libri.

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