Si dice che se la musica fosse un luogo, allora il Folk sarebbe la campagna, il Rock la strada, la Classica il tempio, e il Jazz la città. La letteratura Afro-Americana e la musica jazz si sono fuse l’una nell’altra e immerse nella vita urbana nera negli Stati Uniti durante gli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Sono soprattutto le opere di Langston Hughes, James Baldwin, Ralph Ellison e Toni Morrison a far emergere la profonda relazione tra New York City, la scrittura e la musica jazz.

1. Esordi dell’urbanizzazione nera

2. Langston Hughes e la jazz poetry

3. James Baldwin: sguardi in jazz

4. Harlem, ovvero l’Uomo Invisibile di Ellison

5. Il Jazz di Morrison

6. Bibliografia

 

1. Esordi dell’urbanizzazione nera

Il jazz è senza dubbio la prima forma d’arte autentica d’America, un prodotto culturale americano del tutto originale e autoctono. Secondo LeRoi Jones, “il drastico cambiamento nel negro dalla schiavitù alla ‘cittadinanza’ è la sua musica” (1999). Il jazz è quindi non soltanto espressione di un’epoca, ma il prodotto di una nuova era, “l’essere nel momento” (Levine 1998, 433). Uno dei periodi più importanti della storia del Jazz è il Rinascimento di Harlem. Negli anni ’20 “Harlem era come una grande calamita per l’intellettuale negro, attirandolo da ogni dove. O forse il magnete era New York, ma una volta a New York, doveva vivere ad Harlem” (Hughes 1976). La musica jazz fiorì nelle aree urbane delle città del Nord per una serie di eventi storici che definirono l’epoca, primo fra tutti il fenomeno noto come Grande Migrazione, che creò la possibilità per gli afro-americani di portare con sé una cultura nata dalle loro esperienze nel profondo sud.

In particolare, la repressione sociale e la violenza dei bianchi contro i neri, spinse gli Afro-Americani a spostarsi da zone rurali verso siti urbani (Caribi, 1995). Città come Detroit, Chicago e New York diedero nuova fiducia agli afro-americani rendendo possibile la creazione di collettivi che reclamavano l’opportunità di condurre una vita migliore, economicamente e socialmente, lontano dalle minacce, dalle restrizioni e dai linciaggi del Sud. Negli anni ‘20 fu la città a svelare agli afro-americani la possibilità e i mezzi per plasmare la propria realtà. Per la prima volta, l’ambiente urbano diede loro la speranza di una nuova identità, per esprimere loro stessi senza paura o vergogna. Questa nuova dimensione favorì un crescente senso di empowerment, spingendo gli afro-americani a prendere posizione in un mondo che non li stava solo ignorando, ma annichilendo.

 

2. Langston Hughes e la jazz poetry

Nel suo manifesto intitolato “The Negro and the Racial Mountain” e pubblicato nel 1926 sulla rivista The Nation, Langston Hughes afferma che è il jazz il modo per far sì che i neri riescano finalmente a esprimersi:

Il jazz per me è una delle espressioni più intrinseche della vita dei negri in America; l’eterno tom-tom che batte nelle anime dei negri – il tom-tom della rivolta contro l’apatia e il mondo bianco, un mondo di treni della metropolitana, e lavoro, lavoro, lavoro, lavoro, lavoro [….]. (Hughes, 1926).

Per questo motivo i riferimenti ai legami tra città e musica jazz sono numerosi nelle poesie di Hughes, intrise di materiale mondano tratto dalla vita cittadina. In alcuni componimenti possiamo letterariamente vedere i musicisti neri al lavoro per le strade e nei Cafè della città. Il passato, connotato dalla schiavitù, viene rielaborato nel presente storico dell’autore, presentando i suoi personaggi come individui pienamente immersi nella metropoli. Ritroviamo proprio questo nelle rappresentazioni messe in scena da altri suoi componimenti, inclusi nella raccolta Selected Poems (2011), tra cui “Jazzonia” (1923). Questa, in particolare, fa di Harlem un cabaret vivente che mette in scena dei nuovi cittadini neri, uomini e donne audaci e sicuri di sé, che suonano e bevono per le strade della città. Anche nella poesia “Trumpet Player” (1947) il potere incantatorio dato dall’esplosivo senso di libertà ed espressione personale di questi personaggi è proprio l’ambientazione, una giungla metropolitana ritratta nel pieno della sua vitalità notturna. Tuttavia, la complessità della dimensione urbana è presente sia con connotazioni gioiose che dolorose. Ad esempio, in “Harlem Dance Hall” (1951), la musica contribuisce a definire e creare il senso della decadenza dell’ambientazione in cui il lettore si trova catapultato, mentre in “Harlem Night Club” (1951) il clima festivo del cabaret funge da unico vero contraltare alla crudezza del mondo razzista esterno.

Per Hughes il jazz rappresenta prima di tutto “a montage of a dream deferred” (1958, 494): intitolando una delle sue poesie proprio “Harlem is a Dream Deferred” (1951), l’intero quartiere di New York diventa metafora dolceamara del jazz. La sua produzione poetica può in sostanza essere presa come chiaro esempio di quanto la musicalità inondi la città, facendo sì che questa ne diventi una rappresentazione metaforica in ogni ambientazione descritta. Non solo: anche lo stile poetico è fortemente iconico della ritmicità, fluidità e ripetitività della musica jazz, che diventa il respiro e il cuore pulsante della città di New York. L’intera opera di Hughes non avrebbe potuto essere la stessa senza la cornice della realtà urbana.

 

3. James Baldwin: sguardi in jazz

Così come per Hughes, anche per James Baldwin la città è lo scenario dove tutti i personaggi si muovono e in cui tutto avviene. In “Of The Sorrow Songs” (1961), short story inserita all’interno della raccolta The cross of redemption: Uncollected writings (2010), Baldwin spiega come le persone non possono essere studiate a distanza di sicurezza. Infatti, con un altro racconto breve tratto dalla stessa raccolta, “Sonny’s Blues” (1957), lo scrittore cerca di avvicinarsi alla Harlem e al Greenwich Village degli anni ’50, raccontando tutto con uno sguardo il più vicino possibile alle vicende dei personaggi. E se lo sforzo di avvicinamento per prossimità spaziale è ben visibile, la dimensione temporale invece ci porta ad avvicinarci e allontanarci senza sosta dai protagonisti delle sue opere. Il tempo della narrazione, infatti, viene dilatato sia al passato sia al futuro, perché in città le stesse cose accadono più volte, perché proprio come il jazz, le città sembrano senza inizio e senza fine.

Queste strade non sono cambiate […..]. La maggior parte delle case in cui eravamo cresciuti erano scomparse, così come i negozi da cui avevamo rubato, gli scantinati in cui avevamo provato a fare sesso, i tetti dai quali avevamo lanciato lattine e mattoni. Ma case esattamente come le case del nostro passato dominavano il paesaggio, ragazzi esattamente come i ragazzi che un tempo ci eravamo trovati ad essere, asfissiati dall’afa di quelle case, scesero per le strade per avere un po’ di luce d’aria, e si ritrovarono circondati da un disastro. Alcuni sono sfuggiti alla trappola, la maggior parte no […..]. Si potrebbe dire, forse, che io ero fuggito. (Baldwin, 1957, 34). 

Come la musica jazz, la città ritratta da Baldwin ha un ritmo circolare, ripetitivo, una sorta di coro che si replica, una continuità oltre le dimensioni del tempo e dello spazio. In questi passaggi, Harlem ci appare come una giungla di cemento e mattoni con i suoi predicatori religiosi, i progetti di edilizia, gli incontri di strada, la tossicodipendenza, la povertà, la furia, la disperazione e l’amore. Tutto è incluso nella cornice della città e trasformato in arte: anche il degrado sociale. La storia riguarda tanto la vita di Sonny e del narratore quanto quella di Harlem e di chi vive la frustrazione di abitarla. È così che la città diventa il luogo per entrare nel caos del proprio e dell’altrui vuoto, per ascoltare i rumori, la musica e le voci intorno, dove scoprire l’alterità e allo stesso tempo scoprire qualcosa su noi stessi.

Sia il jazz che la città insegnano come coordinarsi con gli altri, sono entità fluide che ci guidano per strada e portano pensieri e ricordi a fare una passeggiata in Lenox Avenue. Secondo Toni Morrison questo tipo di giri esistenziali sono pura improvvisazione, dato che la musica jazz ha il potere di rendersi imprevedibile, trasportando chi l’ascolta in un luogo simile a una stanza segreta, introvabile altrimenti. Sia la musica jazz che la città sono esplorazioni ugualmente capaci di creare rivelazioni, brevi momenti consolatori, epifanie che permettono all’anima di scoprire le sue regioni nascoste e buie. Questo è quello che succede nelle ultime pagine di “Sonny’s Blues”: la musica jazz può aiutare a spianare, se non distruggere, le barriere tra gli individui e a liberarsi da una città talvolta piena di trappole di alienazione, isolamento e incomunicabilità.


4. Harlem, ovvero l’
Uomo Invisibile di Ellison

Continuando a parlare di città e in termini di spazio, sotto la lente della vicinanza o della lontananza da essa, nel suo saggio “Harlem is Nowhere: A Journey to the Mecca of Black America” (1948), Ellison racconta che vivere ad Harlem è come abitare nelle viscere stesse della città.

La città per Ellison consiste di un caos labirintico e delirante, una realtà allucinatoria e surreale. Con i suoi crimini, la sua violenza casuale, i suoi edifici fatiscenti, Harlem è una rovina dove “la vita diventa una mascherata“. Allo stesso tempo però il quartiere offre un’ampia gamma di possibilità che stordiscono e affascinano, soprattutto gli afro-americani da poco trasferiti in città. Questo è reso concreto in Invisible Man, pubblicato nel 1952, in cui Ellison porta in scena la New York degli anni ’30 e la grande migrazione afro-americana dalle campagne del sud verso città del nord. L’Uomo Invisibile di Ellison vive la sua personale Odissea proprio nell’ambiente urbano:

Gironzolavo da solo […..] e improvvisamente fui sopraffatto da un intenso senso di libertà, semplicemente perché stavo mangiando mentre camminavo per le strade. Era esilarante (Ellison, 264).

La vita cittadina anima forze profonde che trasformano totalmente l’essere neri, influenzando le abitudini, il linguaggio, l’arte, persino le abitudini alimentari. Ci sono riferimenti al cibo in più di un passaggio del romanzo Invisible Man, e uno di questi è poi quello fondamentale per uno scatto nell’animo della voce narrante. L’episodio fa riferimento a quando il narratore sta camminando per la strada e vede un vecchio che cucina yams, patate dolci tipiche del Sud degli Stati Uniti. Questa immagine lascia nel narratore un senso di nostalgia, tanto da farlo fermare a ricordare la sua infanzia:

Sì, le avevamo amate candite, o dentro a una crostata, impanate e fritte o arrostite con carne di maiale e glassate con il grasso ben rosolato; le avevamo anche masticate crude anni fa. […] Il tempo sembrava in continua espansione […..]. Ho preso un morso, trovandolo dolce e caldo come non mai […..], mi sono girato per mantenere il controllo [….]. Non dovevo più preoccuparmi di chi mi vedeva o di cosa fosse giusto. Al diavolo tutto questo […..]. Se solo qualcuno che mi avesse conosciuto a scuola o a casa fosse venuto a trovarmi adesso. Come sarebbero sconvolti! […..] (Ellison, 1952, pp. 262-264).

È con queste vicende che la città svela di poter essere anche un luogo dove smettere di vergognarsi e dove iniziare ad abbracciare il passato, dove è possibile dire “all’inferno la vergogna di ciò che ti piace. Io dico basta. Sono quello che sono! […..] Dammene altre due [….] I yam what I yam!” (Ellison, 1952, 266). Tuttavia, Harlem rappresenta anche il simbolo della perpetua alienazione dell’afro-americano nella terra della sua nascita. Per Ellison proprio questo non essere da nessuna parte esprime la sensazione di molti afro-americani di non occupare un posto stabile e riconosciuto nella società. Questa alienazione si allinea, agli occhi di chi scrive, a quella della città irreale e desolata di T.S. Eliot o della città maleodorante e torrida di Dostojevskij, due autori che hanno indubbiamente influenzato la scrittura di Ellison.

L’alienazione ritratta da Ellison ha però ovviamente una forte connotazione razziale: come scrive nel suo saggio, per i neri “tutta la vita è diventata una ricerca di risposte alle domande come ‘chi sono’, ‘cosa sono’, ‘perché sono’”. La città diventa il luogo euristico per eccellenza, dove è possibile iniziare questa ricerca per trovare alla fine risposte, o per perderle per sempre. Per questo, quello di Ellison è sia un bildungsroman della negritudine, politico e di critica sociale, sia un’indagine filosofica e intima per la ricerca di se stessi, attraverso una discesa ad inferos tutta newyorkese. Infatti, seguiamo il protagonista nella sua trasformazione allegorica, da timido ragazzo del sud alla spudorata consapevolezza di sé nella cantina di un edificio, passando per l’amara disillusione di Harlem.

Questo edificio, non-luogo, bianchissimo, rappresenta una sorta di limbo, di no-where nel sottosuolo della città, allo stesso tempo fuori e dentro di essa. L’Uomo Invisibile di Ellison capisce che New York potrebbe essere sia “The City of Dreams” che una città-incubo, disumanizzata e disumanizzante, dove il razzismo costituisce una barriera all’espressione individuale. Nel suo rifugio, il protagonista è finalmente in grado di avere una visione chiara e precisa delle sue esperienze e di raccontare la sua storia, guardando al passato grazie alla presa di coscienza vissuta ad Harlem. E, infatti, se da una parte il protagonista ha scelto di diventare un uomo invisibile, dall’altra Harlem sullo sfondo acquisisce i tratti di una città universale, dove ha luogo l’eterna sfida umana del trovare un’identità.

 

5. Il Jazz di Morrison

Il caos della città di allora stimolò modi complessi di affrontarlo e aiutò nel creare i presupposti di cambiamento che furono, e restano, elementi vitali sia per la musica che per la letteratura afroamericana. Anche Jazz di Toni Morrison, pubblicato nel 1992, ritrae la città di New York e la sua musica degli anni ’20, mettendone in risalto il forte legame attraverso l’espediente della ripetizione e dell’improvvisazione. Infatti, la linea temporale della narrazione va avanti e indietro, e il libro lascia la linearità standard, preferendo digressioni e spostamenti. Ognuno dei personaggi ha il suo break, un momento che per il Jazz è di pura espressività, con monologhi interiori, assoli, o dialoghi di botta e risposta.

Per tutto il romanzo New York City viene definita come “The City”, implicando un forte senso di familiarità e di appartenenza nel lettore: “La Città”, sempre con la lettera maiuscola, svolge il ruolo di vero e proprio personaggio, indispensabile per Jazz, quasi come se fosse un’entità viva: “non c’è aria nella città ma c’è respiro” (p. 33). Così come il narratore, la città stessa è ambigua, polifonica, onnisciente e spesso inaffidabile. Sembra parlare e sapere tutto sulla vita dei personaggi, spostandosi nel loro passato e nel loro presente, così come appare in grado di ascoltare i pensieri e i dialoghi interiori dei personaggi dando loro un giudizio.

Il libro ascolta la Città, il suo continuo ronzio, interagendo e improvvisando sui suoi temi. Sono due voci ipnotizzanti e imprevedibili che raccontano la storia alla maniera della musica jazz: il Libro è la voce, la Città il coro. Ognuno di loro è in intimità con l’altro, e insieme sono in intimità con il lettore.

La struttura corale del libro assomiglia alla serie frammentata di voci e rumori udibili nelle strade e negli edifici di Harlem, una frantumaglia di suoni: il narratore potrebbe essere l’intera comunità di Harlem.

Il jazz è la musica del collettivo, è una molteplicità di prospettive. Allo stesso tempo però la voce narrante si concentra su personaggi specifici, dando vita a una composizione armoniosa in equilibrio tra un disegno più ampio e uno individuale, ancora una volta proprio come nel jazz. Per Morrison, sia nella città che nel jazz, le cose accadono simultaneamente, in spontanea interazione e contraddizione, allo stesso tempo distraendo e ispirando, spesso insegnando qualcosa. Infatti, si da il caso che in questo romanzo più che altrove, tutti i personaggi debbano imparare molto su loro stessi e abbiano bisogno di punti di riferimento significativi, di una guida nel complesso scenario in continuo tumulto. In Jazz la città è apertamente in contrapposizione al Selvaggio Sud di fine Ottocento, e in particolare alla Virginia, raccontata nella seconda metà del romanzo.I due protagonisti infatti vengono dalla campagna, e si sono trasferiti in città quando erano giovani per farsi strada nel mondo:

Come gli altri, [Violet e Joe] erano gente di campagna, ma quanto presto la gente di campagna dimentica. Quando si innamorano di una città è per sempre ed è come se fosse per sempre. Come se non ci fosse mai stato un tempo in cui non la amassero (Morrison, 1992, p.110).

Qui i due “si sentono più simili a sé stessi, le persone che hanno sempre creduto di essere”, perché la Città è “ciò che vogliono essere” (p. 35). Anche Alice Manfred, donna puritana e bigotta, viene dal Sud e ora vive in quella che lei ritiene una pericolosa, sporca e seducente realtà urbana:

Lei [Alice] non era all’altezza di una musica che filtrava da una città che implorava e sfidava ogni giorno. ‘Vieni’, diceva. ‘Vieni a fare qualcosa di sbagliato’ (Morrison, 1992, p. 67).

Sia la città che il Jazz seducono con la loro energia e le loro possibilità di improvvisazione e libertà, danno e prendono qualcosa allo stesso tempo condividendo lo stesso potere, di cambiare e di far cambiare: “Un disco può cambiare il tempo. Dal gelido al bollente al freddo”, dice la misteriosa voce narrante, parlando del jazz (p. 51). Cambia il modo in cui ci si guarda, cambia il modo in cui si percepisce la realtà: “Mi piace come la città fa pensare di poter fare quello che si vuole e farla franca” (p. 67). Cambia il modo in cui si ama: “all’inizio, quando arrivano per la prima volta, e vent’anni dopo, quando loro e la città è cresciuta, amano quella parte di sé stessi tanto da dimenticare com’era amare gli altri. […..] quello che iniziano ad amare è il modo in cui una persona è in città” (p. 33).

La Città confonde chi viene dalla provincia, fa “correre su e giù per le strade desiderando di essere qualcun altro“(p. 208). Violet confida al lettore che prima di arrivare al Nord, la sua vita aveva un senso e che lo stesso valeva per il mondo (p. 207): in città si perde se stessi, il legame con il proprio io, dimenticandosi di chi è la vita che si sta vivendo. Eppure, allo stesso modo la Città è il luogo perfetto dove abbracciare un nuovo modo per vivere la propria vita.

Il significato della connessione tra la City e il jazz è udibile, visibile, anche nella canzone Echos of Harlem (1936) di Duke Ellington, dove le due anime della città sono chiaramente definite dalle differenze nella musica. In questo brano, si ha inclusione sia degli aspetti buoni che di quelli cattivi: ognuno dà una versione diversa, una prospettiva. Si gioca con la dissonanza: un suono ruvido, una tromba che parla in una sorta di improprio linguaggio vernacolare, e una voce più raffinata ed elegante. Questi due elementi si giustappongono nella stessa composizione, coesistendo nella stessa realtà complessa del jazz, della Città.

Il significato della dimensione urbana della vita quotidiana è una caratteristica predominante per Hughes, Baldwin, Ellison e Morrison. Le loro opere aiutano a comprendere la complessa esistenza umana e urbana dei neri di allora e di oggi (e forse di tutti, senza distinzione etnica), negli Stati Uniti e nel mondo. Per estensione, grazie al linguaggio universalmente inteso della musica jazz, così come per ogni forma d’arte, qualsiasi definizione si allarga. Se è vero che la vita origina dalla musica, e la musica dalla vita, allora la presenza del jazz nella letteratura afroamericana aiuta gli esseri umani a dare un senso alle commedie e alle tragedie dell’esistenza, e in particolare della nuova esistenza metropolitana.

6. Bibliografia

Baldwin, James. “Of The Sorrow songs. The cross of redemption: Uncollected writings” (New York: Vintage Books, 2010).

Carabi, Angels. “Interview with Toni Morrison.” Belles Lettres: A Review of Books by Women, 10.2 (1995).

Ellison, Ralph. Invisible Man (New York: Vintage Books, 1995). Morrison, Toni. Jazz (New York: Vintage Books, 2004). Baldwin, James. Sonny’s Blues (London: Penguin Books, 2009). Hughes, Langston. Selected Poems (New York: Vintage Books, 2011).

Ellison, Ralph. “Harlem is Nowhere: A Journey to the Mecca of Black America 1948” (Collected Essays, New York: Vintage Books, 1967).

Hughes, Langston. The Big Sea (UK: Oxford University Press, 1976).

Hughes, “The Negro Artist and the Racial Mountain, 1926” (New York: Harper’s Magazine, 1964).

Hughes, Langston. The Langston Hughes Reader (New York: George Braziller, 1958).

Jones, LeRoi. Blues people: Negro music in white America (New York: Harper Collins, 1999).

Levine, W. Laurence. Jazz and American Culture (New York: Columbia University Press, 1998).

Murray, Albert. “Improvisation and the creative process” (New York: Columbia University Press, 1998).

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